Dopo le feste natalizie , Rinaldo ripartì per la sua diocesi. Non sarebbe forse stato lui incaricato di trasmettere a Bruno l'ordine di recarsi a Roma? Di Bruno non aveva potuto non parlare con Urbano II. Nei colloqui tra codesti due uomini che discutevano dello stato della Chiesa di Francia, delle riforme da introdurre e soprattutto di persone sante e coraggiose da trovare e porre a disposizione del Papa legittimo, potevano non esser ricordati il nome di Bruno, la fondazione di Certosa, il compito di spirituale elevazione che quell'eremo ogni giorno maggiormente assolveva? Tanto più che l'uno e l'altro erano stati discepoli di Bruno e serbavano un vivissimo ricordo degli avvenimenti di Reims... D'altro canto il Papa e il vescovo ben ponderavano la gravità della risoluzione: sottrare Bruno a quell'esperimento spirituale non era forse troncare per sempre l'iniziativa sorta da poco e sì ricca di promesse?
Finalmente Sua Santità si era risolto di correre detto rischio... Ma si può suppore che, invece di trasmettere l'ordine mediante un messo anonimo, per deferenza verso il suo maestro d'un tempo abbia preferito farglielo giungere per il tramite di un comune amico che inoltre assumeva nel Regno - ed il Papa ve lo aveva confermato col memorato privilegio del 25 dicembre - una delle più alte cariche ecclesiastiche... Se tale ipotesi fosse accettata, l'ordine degli avvenimenti verrebbe stabilito in modo abbastanza probabile: dopo le feste natalizie, Rinaldo lascia Roma, latore dell'ordine, ancora segreto, di Urbano II a Bruno. Tale viaggio invernale, attraverso regioni di cui talune infestate dai partigiani dell'antipapa Guiberto, doveva richiedere circa quattro settimane.
Verso la fine di Gennaio del 1090 egli sarebbe giunto a Grenoble ed avrebbe trasmesso a Bruno l'ordine per partire per l'Urbe. E' questa una semplice ipotesi, resa, per altro, almeno verosimile dalla sua connessione con gli avvenimenti. Stando alle scarne frasi della Cronaca Magister, potrebbesi supporre che la partenza di Bruno sia avvenuta in modo più semplice. Ma, se da parte di lui l'obbedienza fu completa ed incondizionata una volta venuto a conoscenza dell'ordine di Urbano II, di fatto la nuova provocò nel gruppo degli eremiti che vivevano con lui un grandissimo sgomento. Come concepire il deserto di Certosa senza la presenza di colui che ne era l'anima? Essi quindi risolsero di porre termine al loro esperimento e di separarsi abbandonando l'eremo. Alla fin fine, in un tempo in cui la vocazione eremitica era in auge, non mancavano esempi di eremiti che mettevano termine alla loro vita solitaria col ritornare ciascun allo loro stato anteriore ovvero con l'associarsi del gruppo a qualche vicina abbazia.
Indarno Bruno si sforzò d'impedire questo gesto di scoraggiamento; la risoluzione venne presa: gli eremiti si sarebbero separati. Di tale dispersione abbiamo una prova incontestabile nella lettera di Urbano II e nell'atto giuridico di Seguino di cui fra poco parleremo; e siamo non meno certi che giunse fino all'abbandono dell'eremo. Il tempo stringeva. Dato che i suoi confratelli erano risoluti a non continuare senza di lui l'esperimento di Certosa, a Bruno rimaneva da regolar prima della partenza le questione di proprietà. Col consenso di Ugo, vescovo di Grenoble, che aveva giurisdizione sulle terre di Certosa, si risolse di rimettere la proprietà all'abbazia di La Chaise-Dieu nella persona del suo abate Seguino. Il nome di questi non si trova tra quelli dei donatori sulla carta del 1086, e non era forse lui il solo donatore << ecclesiastico >>? Era naturale che quelle terre monastiche facessero ritorno al monastero.
Inoltre alle porte del Massiccio di Certosa il priorato del Monte Cornillon dipendeva dall'abbazia di La Chaise-Dieu: ovviamente detto priorato si sarebbe annesso le terre dell'eremo. Bruno stese dunque l'atto di cessione. Lasciando Grenoble, Rinaldo, di cui si è detto, doveva recarsi all'abbazia di La Chaise-Dieu, sita a una trentina di chilometri a nord di Le Puy, per chiedere al celebre e fervente monastero che cedesse alcuni religiosi all'abbazia di San Nicasio di Reims, molto bisognosa di riforma. Ugo di Grenoble accompagnò Rinaldo, al fine di presiedere di persona alla commissione che avrebbe ratificato il dono che Bruno faceva della Certosa a Seguino... Non è escluso d'altronde che Bruno abbia partecipato al viaggio e, forse, anche Guglielmo, abate del monastero di Saint-Chaffre. Codesto momento della vita di Bruno è forse quello in cui maggiormente rifulge la sua spirituale grandezza.
Poiché di che cosa alla fine si tratta per lui se non di sacrificare ciò che aveva tutto sacrificato e di ritrovare tutto ciò a cui aveva rinunziato? Quella solitudine di Certosa, ottenuta a costo di tanta tenacia, di pazienza, di consapevoli rinunzie, e nella quale aveva finalmente trovato ciò che costituiva la più profonda aspirazione della sua anima: il casto amor di Dio; quello spirituale esperimento che sembrava in ogni maniera favorito da Dio e dar mirabili frutti di santità, ecco che da un ordine del Papa repentinamente veniva ridotto a nulla. E bisognava ch'egli movesse verso quella Croce Romana ove avrebbe ritrovato - ed ancora più gravosi - tutte quelle preoccupazioni, tutti quei pericoli, tutto quell'insieme d'intrighi che aveva fuggito con l'allontanarsi da Reims. Avessero almeno i suoi amici, i suoi confratelli accondisceso a continuare l'esperimento, o se non altro a tentar di continuarlo!
E invece, lui partito, essi volevano abbandonar l'eremo: nel momento supremo del suo proprio sacrificio la brusca evidenza che il piccolo gruppo, anche nel suo ammirevole sforzo di distacco dal mondo, aveva serbato una punta di viva adesione ad esso fu certamente per Bruno un'occasione di umiliarsi piuttosto che una consolazione. In tal modo egli veniva a trovarsi di fronte al totale sacrificio del suo disegno iniziale, per il quale aveva tanto lottato. Ormai egli aveva superato la sessantina... L'eremo di Certosa - questo << frutto >> del suo amor per Dio, questa realtà da lui concepita, formata, costituita, organizzata per offrirla al Signore in sacrificio di lode - per ordine della Chiesa, per ordine per uno dei suoi discepoli d'un tempo divenuto Papa, era annientato!
Nella vita di non pochi santi che hanno istituito qualcosa per la Gloria di Dio, sovente scocca l'ora in cui Dio stesso chiede ad essi un atto di obbedienza o di fede - in fondo non è forse la medesima cosa, il medesimo profondo moto del cuore? - di sacrificare la propria opera. Ora patetica e dolorosa; ora nondimeno suprema, in cui l'anima, se consente, si trova come costretta ad accedere al più alto vertice della fede, della speranza della carità: per essa più non vi è che Dio solo, raggiunto nella sua trascendenza, nella sua assoluta indipendenza, amato puramente perché è Dio. Di fronte a simili immolazioni si è soliti ricordare Abramo nell'atto di sacrificare con le proprie mani Isacco, figlio della promessa. Nessun dubbio che nell'atto di obbedire Bruno abbia avuto ad un tempo coscienza sia di aver fatto qualcosa di grande per Iddio, d'aver istituito un genere di vita ricco di promesse per la riforma della Chiesa, sia dell'annientamento della sua opera a causa della propria partenza dell'eremo di Certosa.
Continua....
André Ravier
LAUS DEO
Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano