Visualizzazioni totali

mercoledì 26 marzo 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO , PARTE SETTIMA prima


SOLITUDINE ALLA CORTE PONTIFICIA DI URBANO II

Il 25 maggio 1085 il Papa Gregorio VII si spegneva. Nonostante tutte le fatiche e le lotte sostenute, egli lasciava la Chiesa in uno stato doloroso ed assai angoscioso. Guiberto, arcivescovo deposto di Ravenna, era stato elevato in modo illegittimo al seggio di Pietro sotto il nome di Clemente III dall'imperatore di Germania Enrico IV; contro il Papa legittimo egli disponeva della potenza militare dell'impero. Prima di morire Gregorio VII aveva radunato i cardinali ed un certo numero di vescovi rimastigli fedeli e li aveva supplicati di scegliere, quale suo successore, un uomo con un carattere e virtù fosse in grado di continuare la necessaria riforma interna della Chiesa e di resistere alle pressioni dell'antipapa. Egli persino suggerì loro tre nomi: Desiderio, abate del monastero di Montecassino, Ottone, vescovo di Ostia, ed Ugo , arcivescovo di Lione. Venne eletto Desiderio, abate di Montecassino, il 24 maggio 1086. Dopo aver egli rifiutato per un anno la tiara, finalmente il 9 maggio 1087 fu consacrato e prese il nome di Vittore III. Ma il 16 settembre dello stesso anno Papa Vittore si spegneva a Montecassino, ove i successi di Enrico IV e di Guiberto lo avevano costretto a rifugiarsi. 

A causa delle agitazioni provocate dai partigiani dell'antipapa il sacro Collegio si riunì in Terracina, che allora apparteneva alla Campania, e diede Eudes ( o Oddone o Ottone ) di Chatillon-sur-Marne in Champagne, della famiglia dei Lagerii, quale successe il nome di Urbano II. Tale elezione riguardava Bruno personalmente. Urbano II nato verso il 1040, aveva fatto gli studi a Reims, al termine dei quali erasi risolto a prendervi dimora. Nel 1064 venne nominato arcidiacono della Chiesa remese e poco dopo canonico della cattedrale. Tra il 1073 ed il 1077 lasciò Reims per entrare nell'abbazia di Cluny; pertanto visse in detta città una ventina di anni. Vent'anni durante i quali fu dapprima allievo di Maestro Bruno, poi suo confratello nel capitolo metropolitano avanti di consacrarsi a Dio, come lui, nella vita monastica.. Tale incontro e stretta affinità spirituale tra Eudes e Bruno avranno, come vedremo fra breve, importantissime conseguenze sul destino di Bruno, se non della Certosa. Fin dalla sua elezione Urbano II risolse di circondarsi di persone sicure, di cui conosceva la perfetta fedeltà alla Chiesa ed all'opera intrapresa di Gregorio VII, e di associarle altresì al governo della Chiesa. Prima d'ogni altro invitò l'abate stesso del monastero di Cluny, Ugo, a venire a visitarlo. 

La lettera d'invito è commovente; e nessun documento ufficiale lo potrebbe farci conoscere lo stato della Chiesa meglio di codesta confidenza di Urbano II al suo padre nella vita monastica: << Ho assentito, dice il Vicario di Cristo, alla mia elezione non per ambizione né per desiderio di qualche dignità... ma perché , qualora nelle presenti circostanze non avessi secondo le mie possibilità prestato aiuto alla Chiesa in pericolo ( periclitanti Ecclesiae ), avrei temuto di offendere Dio... Prego te, che desidero tanto di rivedere, se hai per un po' di tenerezza, se serbi ricordo del tuo figlio e discepolo, di voler consolarmi con la tua presenza che molto lo desidero e, se mai fosse possibile, di visitare la tua Santa Madre Chiesa Romana con una tua venuta, per noi molto desiderabile. Ma nel caso che non fosse possibile non ti rincresca di mandarci alcuni dei tuoi figli e miei confratelli, nei quali posso vederti, riceverti, riconoscere la tua voce che mi consoli tra le immense perturbazioni in cui mi trovo; i quali mi rendono presente la tua carità e la vivezza del tuo affetto, ed altresì mi facciano sapere come stai e come vanno le cose nella nostra congregazione. Ti prego di ricordare a tutti i nostri confratelli d'innalzar preghiere alla clemenza di Dio Onnipotente finche si degni di restaurare nel pristino stato noi e la sua Santa Chiesa che vediamo soggiacere a sì grandi pericoli >>. 

Ugo, abate di Cluny, rispose all'invito del suo figlio; per altro il Vicario di Cristo non lo sottrasse alle sue responsabilità monastiche, bensì chiese poco dopo all'abbazia di Montecassino il monaco Giovanni che nominerà cardinale-vescovo di Tusculo e cancelliere di Santa Romana Chiesa. Così durante tutto il suo pontificato Urbano II chiamerà presso di sé una quindicina di monaci ai quali con la porpora cardinalizia conferirà altresì autorità. Tra questi nel 1096, Alberto, religioso del monastero di San Savino di Piacenza; Milone, monaco del convento di Saint-Aubin d'Angers, ecc... Non di meno sembra che nelle sue scelte Papa Urbano si abbia imposto una regola di prudenza: d'ordinario non togliere agli Ordini religiosi l'abate, il superiore che li mantiene nel fervore e nell'osservanza della regola; così che da una lettera quando con una lettera spedita da Capua e recante la data del 1° agosto 1089 chiama presso di sé Anselmo, abate del monastero di Le Bec, lo prega di condurre con sé << un religioso della sua abbazia, se ve ne sia qualcuno di cui sia sicuro che possa, essere utile al Sommo Pontefice >>; inoltre gli rende noto fin da quel momento che un allievo di Roma, fattosi monaco nell'abbazia di Le Bec, dovrà essere rinviato a Roma << prima della Quaresima dell'anno seguente >>. 

Anselmo quindi potrà far ritorno alla sua abbazia. Tal modo di procedere potrebbe forse spiegare almeno in parte, l'operato di Urbano II nei riguardi di Bruno. In ogni modo, Bruno un girono del tutto inaspettato venne a sapere che anch'egli era chiamato a Roma dal Vicario di Cristo, e non solo per starvi qualche tempo, ma per prendervi dimora. Nella sua sobrietà la cronaca Magister riferisce la cosa in modo ben chiaro: << Maestro Bruno... abbandonato il mondo, fondò l'eremo di Certosa e lo governò per sei anni. Per ordine formale di Papa Urbano ( cogente Papa Urbano ), di cui un tempo era stato Maestro, si recò nella curia romana al fine di esser di sostegno allo stesso Papa e di giovargli coi suoi consigli negli affari ecclesiastici >>. Quando e come giunse a Bruno l'ordine del Vicario di Cristo? Per determinare il tempo non abbiamo che due punti di riferimento di Cronaca Magister: Bruno rimase << sei anni nell'eremo di Certosa >>, e morì << circa undici anni dopo la partenza da detto eremo >>. 

Nonostante codesti due parti precisi, il tempo della recezione dell'ordine del Papa, che desidereremmo conoscere, rimane un po' vago: senza determinare in quale degli ultimi mesi del 1089 o dei primi dell'anno successivo, possiamo asserire che quell'ordine fu ricevuto << sei anni dopo l'arrivo di Bruno nell'eremo di Certosa >> e << undici anni prima della sua morte >>. Gli storici evidentemente han cercato di precisare; è stata avanzata un'ipotesi assai interessante, dato che ben collima con un insieme di fatti certi, alla quale volentieri aderiremo. come abbiamo già visto, Urbano II più volte chiamò presso di se grandi personaggi al fine di valersi dei loro consigli. Così fu di Rinaldo du Bellay, arcivescovo di Reims, che nel maggio del 1089 partì per Roma, invitato dal Vicario di Cristo. Orbene Rinaldo era stato eletto alla sede arcivescovile remese dopo il rifiuto di Bruno... Per qualche tempo egli rimase presso il Papa nel 1089 assisté al Concilio di Melfi ed il 25 dicembre dello stesso anno ricevé dal Sommo Pontefice  importanti privilegi in virtù dei quali gli erano conferiti il pallio, il primato della seconda provincia ecclesiastica belga, ed alla sede arcivescovile di Reims veniva confermato il diritto di consacrare i Re di Francia. 

Continua... 

Andre Ravier 

                                                                            LAUS  DEO

                                                                           Pax et Bonum 

                                                             Francesco di Santa Maria di Gesù

 

venerdì 21 marzo 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA sesta


Dopo aver descritto con precisione tutta notarile i limiti della proprietà ceduta, il documento così prosegue: << Se poi qualche persona potente o no cercherà di annullare in qualche modo tale donazione quale rea di sacrilegio sia separata dalla comunione dei fedeli... per essere bruciata tra le fiamme del fuoco eterno, qualora non abbia degnamente riparato il danno causato >>. << Il predetto luogo cominciò ad essere abitato... da maestro Bruno e dai suoi confratelli l'anno 1084 dell'Incarnazione del Signore e quarto dell'episcopato del signor Ugo di Grenoble, che insieme con tutto il suo clero approva e conferma la donazione fatta dalle sunnominate persone, e, quel che riguarda sé stesso, cede del tutto ogni diritto che potrebbe avere su quella proprietà >>. 

Dopo aver enumerato i << testimoni >> dell'atto documento termina con l'indicazione del tempo in cui venne steso: << La presente Carta è stata letta a Grenoble nella Chiesa della Beata e Gloriosa sempre Vergine Maria, la feria quarta della seconda settimana di Avvento, in presenza del predetto Signor Ugo, vescovo di Grenoble, dei suoi canonici e di molte altre persone, sia sacerdoti che semplici membri del clero, celebranti il santo sinodo, il quinto giorno precedente le idi di dicembre >>. Detta carta di donazione del 1086 manifesta la benevolenza e la generosità del vescovo Ugo nei riguardi dei primi Certosini. Tale amicizia non venne mai meno; e l'influsso di lui non solo sullo stabilirsi degli eremiti in Certosa, ma anche sui primi quarantotto anni dell'Ordine fu considerevole. Influsso eminentemente umano, a base di ammirazione e d'affetto, ancor più che di autorità canonica... 

Egli aveva 32 anni di età e 4 di episcopato allorché Bruno coi suoi compagni giungeva a Grenoble. Aveva fatto tutto il possibile per sfuggire alla dignità episcopale, per la quale il Legato Ugo di Die lo aveva segnalato e designato; ma infine aveva dovuto sottomettersi: lo stesso Ugo di Die gli aveva conferito tutti gli Ordini, salvo l'episcopato. Il giovane vescovo di Grenoble veniva consacrato a Roma dal Papa Gregorio VII nell'aprile o nel maggio del 1080... Subito dopo aver preso possesso della sede, egli, conforme alle direttive del Legato Ugo di Die, intraprendeva la lotta contro gli abusi che rovinavano le diocesi ed il clero di Grenoble. Lotta severa, spossante, che ridesta nel suo cuore il desiderio avuto in precedenza di abbracciare la vita monastica. Sicché un bel giorno si ritira nell'abbazia di La Chaise-Dieu, il primo acchito riconobbe in Bruno un fervore, un ideale, un amore di Dio, una grazia che attirarono la sua anima e lo fecero saldamente aderire alla sua intrapresa. 

Venti anni di età separavano Ugo da Bruno: nondimeno tra i due uomini si strinse quella profonda amicizia che solo è nota ai cuori dei veri uomini di Dio. Nella vita di Sant'Ugo Guigo scriverà: <<Ipso ( Ugone ) consulente, juvante, comitante, Chathusiae solitudinem  ( Bruno et socii eius ) intraverunt atque exstruxerunt... >>. Bisogna considerare attentamente ognuna di tali parole: nei riguardi dei primi Certosini Ugo adempì l'ufficio di consigliere, di aiuto ( che unisce la sua alla sorte di colui o di coloro che accompagna ). Ed adempì tale ufficio non solo al momento del loro arrivo nell'eremo di Certosa, ma anche per tutta la durata della presa di possesso, dell'organizzazione, dell'ordinamento delle costumanze e delle regole: << exstruxerunt >>. Ugo prendeva piacere nel recarsi da Bruno in Certosa, nel conversare con lui, lasciarsi da lui formare e rimanere in sua compagnia. Né capitava di rado, a detta di Guigo, che Bruno stesso dovesse in certo qual modo << mandarlo via >> ( compelleret exire ) dal deserto: << Andate, dicevagli, andate alle vostre pecorelle e soddisfate ai vostri obblighi nei loro riguardi >>. 

Durante i quasi cinquant'anni d'episcopato Ugo fu dunque fedele ai Certosini. in seguito alle sue istanze tra il 1121 ed il 1128 Guigo, quinto Priore di Certosa, redasse le Consuetudines: e nel corso del lavoro la presenza di lui, che aveva conosciuto Bruno, Laudino, Pietro di Béthune e Giovanni di Toscana, creò come un nesso di continuità estremamente prezioso; essa a così dire garantiva la fedeltà dell'Ordine al pensiero primigenio di Bruno. << Fino alla morte, scriverà Guigo, Ugo non cessò di favorire con i suoi consigli e benefici gli eremiti di Certosa >>. Un manoscritto anonimo della certosa di Mont-Dieu, che rispecchia la tradizione del secolo successivo alla morte di Ugo ( +1132 ), presenterà questi così: << Vere dici potest et domus et Ordinis Cartusiensis patronus atque fundator, et quamvis non primus, tamen quodammodo institutor... Si può veramente affermare ch'egli fu il patrono ed il fondatore sia dell'eremo di Certosa che dell'Ordine Certosino, e sebbene non ne abbia avuto l'iniziativa, tuttavia ne fu in certo qual modo l'istitutore >>. 

Guilberto di Nogent ( +1124 ) aveva persino usato un'espressione più ambigua: << Vices autem abbatis ac provisoris Gratianopolitanus episcopus... exsquitur >>. Detto << ufficio di abate >> non va preso in senso giuridico o canonico; avendo i Certosini solo priori e non abati, l'immagine è stat suggerita a Guilberto dall'estrema dedizione di Ugo nei riguardi dei Certosini. Per ben rendere il suo pensiero bisognerebbe tradurre: << fece loro le veci di abate, di provveditore e protettore >>. Tutti codesti termini sono eccessivi unicamente perché vogliono esprimere una realtà per la quale il linguaggio ordinario manca di parole esatte: nei riguardi della Certosa Ugo ha agito  come se ne fosse il patrono, il fondatore, l'istitutore, l'abate, il provveditore...  Ciò dimostra in qual clima spirituale ed umano Bruno ed i suoi compagni vissero i primi anni di Certosa. La loro era innegabilmente una felice riuscita nel senso provvidenziale del termine: l'intenzione di Bruno, le vocazioni personali e fin l'intimo desiderio di Ugo di Grenoble, tutto ciò sembrava attuarsi in una perfetta convergenza. Bruno poteva credere di essere finalmente giunto al porto al quale tendeva la sua anima. Per sei anni condusse quella vita, apparsagli come la più pura, la più santa, la più votata a Dio ed altresì la più efficace in un mondo in cui la stessa Chiesa istituzionale, troppo impegnata in interessi politici e Temporali, andava corrompendosi. 

Egli pensava di aver definitivamente trovato in Certosa quella solitudine con Dio, da lui considerata quale preludio dell'eterna visione beatifica. La gente del Delfinato non s'ingannò riguardo alla spirituale importanza di quanto avveniva in Certosa. << In detti primordi, scrive uno storico del XVII secolo, quei santi forestieri vennero chiamati eremiti; ed il loro capo, l'eremita per eccellenza. Il suo arrivo nella suddetta regione vi ha anzi inaugurato una nuova epoca; alcuni atti di quell'anno non recano altra data che la seguente: l'anno in cui è giunto l'eremita >>. Dio stava per insegnare a lui, ed avrebbe insegnato a noi attraverso gli avvenimenti della sua vita, che vi è una solitudine ancora più profonda di quella del deserto...: la solitudine dell'obbedienza e del dono di sé a persone che non abbiano scelto, ma che Dio ha scelto per noi... << Un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorrai >>: la parola di Gesù a San Pietro si sarebbe avverata per Bruno.


Capanna di pastore dell'Arpizon e nell'interno il camino di grandi lastre di pietra.

                                                                      Neve sulla Certosa 

FINE SESTA PARTE sesta 

Andrè  Ravier 

                                                                              LAUS  DEO 

                                                               Francesco di Santa Maria di Gesù
                                                                         Terziario Francescano
                                                                                Pax et Bonum 

 

mercoledì 12 marzo 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA quinta.


Alla loro morte, Dio, ma Dio, avrebbe fatto prendere le cose una piega diversa delle loro previsioni... << Essi, affermano gli storici recenti dell'origini dell'Ordine Certosino, erano andati a cercar Dio solo nel deserto di Certosa. Non conoscevano l'opera che attraverso e mediante essi preparava il Signore; a loro insaputa le persone, gli avvenimenti e le cose modellavano l'organizzazione del loro genere di vita di guisa che l'Ordine Certosino di poi nascesse da quel primo germe con la sua specifica  fisionomia >>. << Non pensavamo, scriverà un giorno Don Le Masson, che il loro umile genere di vita - vile suum propositum, secondo l'espressione di Guigo - era il ruscelletto destinato a divenire un gran fiume, o piuttosto non si proponevano neppur la cosa - imo nec de hac re cogitabant >>. 

Si vincolarono inoltre essi mediante << professione >> formale, mediante voti? Per quel che riguarda i primi tempi dell'Ordine la cosa non era chiara. Guigo I nelle Consuetudines tratterà in modo definitivo nel capitolo XIII della professione del novizio. La formula dei voti, come altresì la cerimonia stessa, sono d'una sobrietà e semplicità che colpiscono. Ecco anzitutto la formula dei voti: << Io, fra N...., prometto stabilità, obbedienza e conversione dei miei costumi, dinanzi a Dio ed ai suoi Santi e alle Reliquie di questo eremo, costruito ad onore di Dio e della Beata sempre Vergine Maria e del Beato Giovanni Battista: in presenza di Don N...., Priore >>. Si riconosce in essa la formula di professione monastica in quel tempo in uso per tutto: solo è stata soppressa la menzione della Regola di San Benedetto, ed il termine << eremo >> sostituisce quello di << monastero >>. 

Un po' più oltre nel corso della cerimonia il Priore benedice il neo professo prostrato ai suoi piedi; la formula della benedizione risale a parecchi secoli avanti i primi Certosini ed era usata da tutti i monaci. Per altro di grande interesse è la scelta di essa: vi erano quattro o cinque formule di benedizione del neo professo; tra tutte, i primi Certosini hanno adottato la sotto riferita che era la più ricca dei testi scritturistici, la più spirituale: in questo altresì si manifesta il loro gusto fondamentale per la Bibbia, da noi messo già in risalto. Ecco codesta formula di mirabile tonalità evangelica: << O Signore Gesù Cristo, che sei la via per la quale solo si può giungere al Padre, noi supplichiamo la tua benignissima clemenza di condurre per il sentiero della regolare questo tuo servo che ha rinunziato ai desideri terreni. E poiché ti sei di chiamare ( a Te ) i peccatori dicendo: - Venite a Me, voi tutti che siete gravati di oneri, ed Io vi consolerò - fa' che egli presti ascolto a codesto tuo invito sì che, deponendo il fardello dei propri peccati e gustando la tua soavità, meriti il sostegno della tua consolazione. 

E come ti sei degnato di affermarlo delle tue pecorelle, riconosciuto nel novero di esse, affinché anch'egli ti riconosca in modo da non correr dietro ad altri né da prestare ascolto alla loro voce, bensì alla tua che dice: - Chi mi vuol servire, mi segua - . Tu che vivi e regni... >>. Se al tempo di Bruno detta liturgia non v'era ancora, da tutto quel che sappiamo da parte di Guigo e dalle Consuetudines possiamo almeno essere sicuri che essa riflette fedelmente lo spirito di lui e dei primi Certosini. Forse nella formula dei voti sarà stato di sfuggita rilevato il titolo dell'eremo di Certosa: esso è stato << costruito ad onore di Dio e della Beata sempre Vergine Maria e del Beato Giovanni Battista >>. Codeste semplici parole dicono molto riguardo alle profonde orientazioni della spiritualità Certosina: Dio... Maria sempre Vergine, Giovanni Battista, il Precursore, l'uomo del deserto per eccellenza... Tali orientamenti provenivano direttamente dall'anima di Bruno. 

I testi biblici e soprattutto il Vangelo di Nostro Signore si vedono d'altronde affiorare in tutte le Consuetudines. Anche se non vengono citati alla lettera, s'intuisce dappertutto il loro spirito, la loro ispirazione. E dato che Guigo nella sua opera intende << far conoscere >> unicamente << le costumanze >> dell'eremo di Certosa, abbiamo in questa, come sembra, un segno tangibile dell'attrattiva che la Sacra Scrittura esercitava fin dall'origine dell'Ordine su Bruno ed i primi Certosini... Ricordiamo il Commento dei Salmi e le sue frequenti allusioni alla vita contemplativa... Nelle Consuetudini si ha il fenomeno inverso: la vita contemplativa viene incessantemente messa  in relazioni con i sacri testi; ma in fondo il moto è lo stesso: il primo Certosino vive, respira, agisce, si dona in un clima biblico: è l'ambiente della sua anima. Abbiamo in precedenza avanzato l'ipotesi che ci sembrava più verosimile riguardo al Commento dei Salmi: se non è stato redatto in Certosa, di certo vi è stato ripreso, corretto completato da Bruno. 

Osservando lui ed i suoi primi compagni prender dimora e viver nell'eremo di Certosa è impossibile non ricordare certi passi di detto Commento, come ad esempio la parafrasi, sobria nella sua lunghezza, del Salmo 118. La descrizione dei << perfetti fedeli >>, di quegli << uomini che con tutto il cuore cercano Dio >>, << che purificano la loro vita osservando le sue parole >>, le ardenti invocazioni a Colui che << solo fa vivere >>, l'intenso sentimento di non essere << che ospiti sulla terra >>, la gioia << d'aver scelto la via della verità >>, il desiderio di << correre per la via dei comandamenti >>, << di custodirli sino alla fine >>, le fervide preghiere per << ottenere la grazia di Jahvè >>, per << approfondire le parole di Jahvè >>, la pienezza di appartenenza a Dio solo, e tanti altri sentimenti: << Quanto amo la tua Legge! Essa è la mia meditazione d'ogni istante >>: tutto questo non è forse l'atmosfera della primitiva Certosa? 

Il 9 dicembre 1086 fu giorno di grande soddisfazione per Bruno ed i suoi confratelli. Detto giorno, in un sinodo tenuto a Grenoble, il vescovo Ugo ufficialmente ratificava le donazioni fatte due anni prima dai signori proprietari delle terre di Certosa: il documento non solo che attestava che i Certosini divenivano definitivamente padroni di quella proprietà, ma altresì raffermava, non senza solennità, lo scopo, la ragion d'essere dell'eremo: << Per della santa ed indivisibile Trinità misericordiosamente esortati riguardo alla nostra salvezza, ci siamo ricordati dello stato dell'umana condizione e degli inevitabili peccati di questa fragile vita...,; abbiamo quindi giudicato bene di liberarci dalle mani della morte, di scambiare i beni terreni con quelli celesti, di procacciarci l'eterna eredità a costo di periture possessioni, al fine di non esporci al duplice dispiacere di dover subire e le miserie di questa vita e le tormentose pene dell'altra. 

<< Per la qual cosa abbiamo ceduto per sempre un vasto deserto a maestro Bruno ed ai confratelli venuti insieme con lui in cerca di un luogo solitario per abitarvi e consacrarsi a Dio: io, Umberto di Miribel col mio fratello Oddone e quanti altri avevano qualche diritto sul predetto luogo, cioè: Ugo di Tolvon, Anselmo Garcin; poi Lucia e i suoi figli Rostagno, Guigo, Anselmo, Ponzio e Boso, indotti a farlo per suggerimento e a istanza della loro madre; come altresì Bernardo Lombard ed i figli; parimenti il signor abate del monastero di La Chaise-Dieu, Seguino, con la sua comunità hanno ceduto ai predetti eremiti ogni diritto che potevano avere su queste terre >>. 

Continua....


Andrè Ravier 


                                                                                          LAUS  DEO

                                                Francesco di Santa Maria di Gesù

                                                                         Terziario Francescano


 

mercoledì 5 marzo 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA quarta


 
<< ... Essi sono governati da un Priore; il vescovo di Grenoble, persona molto religiosa, fa loro le veci di abate... Coltivano poco terreno a frumento, ma hanno numeroso gregge la cui vendita assicura il loro sostentamento... Il luogo da essi abitato chiamasi Certosa... un po' più sotto di quella montagna vi sono alcune abitazioni per una ventina di laici fedelissimi, che lavorano sotto la responsabilità. Ebbene detti eremiti sono animati da tanto fervore per la vita di contemplazione abbracciata da non desistere minimamente dalle osservanze proprie della loro istituzione, né divenir tiepidi col protrarsi di quell'arduo genere di vita... Benché siano poveri, possiedono non dimeno una ricca biblioteca: si direbbe che cerchino di procurarsi  con tanto maggior impegno il nutrimento che non perisce ma dura per la vita eterna, quanto meno fanno uso di quello terreno >>. 

La testimonianza di Pietro il Venerabile conferma, quanto all'essenziale, quella di Guiberto di Nogent: << In una regione della Borgogna, tra tutte le forme di osservanza monastica della nostra Europa se ne pratica una che in santità e valore spirituale supera molte altre; essa è stata istituita nel nostro tempo da alcuni Padri, uomini eminenti, dotti e santi: maestro Bruno di colonia, maestro Landuino d'Italia ed alcuni altri veramente eminenti, come ho detto, e pieni di timor di Dio... I loro digiuni sono quasi continui... Secondo l'antica usanza dei monaci di Egitto, abitano sempre in celle separate, ove nell'osservanza del silenzio non cessano di dedicarsi alla lettura all'orazione, come altresì al lavoro manuale, soprattutto alla trascrizione di libri. Al segnale dato mediante la campana della Chiesa recitano nelle proprie celle una parte della preghiera canonica cioè: Prima, Terza, Sesta, Nona e Compieta. Per i Vespri e Mattutino si radunano tutti in Chiesa... 

Qualche si ha in determinati giorni festivi, nei quali fanno due pasti e, come i monaci che non vivono da eremiti, ma da cenobiti, non solo cantano in Chiesa tutte le ore canoniche, ma anche fanno insieme, nessuno eccettuato, i pasti in refettorio: uno dopo Sesta e l'altro dopo i Vespri... Essi sono molto raccolti, recitano l'Ufficio con gli occhi volti a terra, il cuore fisso al Cielo, mostrando con la gravità del contegno, il tono della voce, l'espressione del volto che tutto in loro, sia l'interiore che l'esteriore, è assorto in Dio... I Certosini praticano un grande disinteresse; né vogliono possedere qualcosa oltre i limiti che si sono imposti >>. Una tradizione messa in luce da Mabillon riferisce che Bruno amava ritirarsi in un angolo solitario della vicina foresta e meditare dinanzi ad un masso su cui oggi si distingue una croce incisa nella pietra... 

Da tutti codesti dati si ha la vivissima sensazione che vi fosse una mirabile coincidenza tra il genere di vita monastica da Dio ispirato a Bruno ed il sito di Certosa da questi scelto per mettere in atto tale disegno. Per chi crede al valore dell'ispirazione detta coincidenza è veramente provvidenziale. Se la sua esperienza di canonico di Reims si ritrova in certi usi, se il suo soggiorno a Séche-Fontanie e l'influsso di Ugo, vescovo di Grenoble, lo hanno indotto ad adottare certe usanze benedettine, ed alcune particolarità dell'osservanza e della liturgia provengono dall'Ordine di San Rufo ovvero da altre regole, tempi della fondazioni della Certosa, non ne risulta meno originale, nuovo, unico. Nella Mystica theologia, composta al principio del XIII secolo da Ugo Certosino, detto progetto trovasi nettamente tracciato; eccone le grandi linee. Bruno ed i suoi compagni vogliono l'eremo. 

Un eremo i cui pericoli e gl'inconvenienti saranno attenuati da elementi di vita cenobitica. E codesta parte di vita comune non è una semplice concessione fatta alla fragilità della natura umana, bensì costituisce un vero scambio spirituale ed umano. Una santa amicizia unisce tra loro i membri del gruppo; amicizia che si allaccia tra forti personalità << magnis, doctis, sanctis >>, di cui Bruno è in modo eminente il modello. Codeste tre note distintive sembrano caratterizzare il Certosino tal quale Bruno lo desidera: la contemplazione deve trovar alimento nella Sacra Scrittura e nella Patrologia; la conoscenza della Scrittura e dei Padri dev'essere stimolata dalla contemplazione. Conoscenza piena d'amore; amore che vuole essere conoscenza. 

Il Certosino vive con lo spirito e col cuore il mistero di Dio. E ciò in << grandezza >>: nulla di meschino in tal vocazione, tutto organizzato affinché essa abbia quel carattere di assolutezza, di esigenza, di totalità, di pienezza che dà vera statura morale all'homo Dei. Di qui l'importanza del luogo, dato che una tal vita non può essere vissuta dove che sia, occorre che la dimora stessa vi si presti. Il deserto è richiesto, come altresì la separazione del mondo, il ristretto numero degli eremiti, una ragionevole proporzione tra << Padri >> e << Conversi >>... Nel Delfinato l'ambiente di Certosa offriva una possibilità rara, forse unica, di attuare senza alcun compromesso detto ideale. In questa visione si avrebbe difficoltà di ammettere che Bruno e i suoi compagni abbiano avuto una qualsiasi idea di fondare un Ordine. 

No, essi fondavano un eremo, un eremo limitato, dalle esigenze precise, dalle condizioni uniche e di cui potevano sperare che avrebbe durato a lungo dopo la loro morte. Avevano una troppo viva coscienza dell'originalità della propria istituzione ( e soprattutto troppo risoluta era la loro volontà del silenzio, d'umiltà, d'oblio e d'abnegazione ) da pensare di propagarla altrove e con altri uomini: del tutto estranea dalle loro menti era l'idea di iterare nello spazio e soprattutto nel tempo l'esperimento da essi fatto. E non era forse conveniente che la prima generazione di Certosini, e Bruno stesso, vivessero e morissero senza alcun'altra intenzione di vivere essi medesimi da perfetti eremiti contemplativi, affinché il loro ideale fosse contrassegnato da un'assoluta purezza?

Continua....

Andrè ravier 


                                                          LAUS  DEO


                                                                Francesco di Santa Maria di Gesù

                                                                         Terziario Francescano

giovedì 27 febbraio 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA terza


 

Così tutto manifesta che tra il progetto di Bruno e la costruzione della prima Certosa vi fu, se non una perfetta corrispondenza nei particolari, almeno una felice coincidenza, una grandissima conformità. Almeno in due punti delle Consuetudines Guigo farà allusione all'arditezza dell'erezione del primo eremo. E chiederà che << nessuno critichi ( l'organizzazione esterna dei Certosini ) prima di aver egli stesso vissuto in cella per un tempo abbastanza lungo, tra nevi sì abbondanti e con rigidi freddi >>. Pertanto, ai suoi occhi, unicamente l'esperienza della vita contemplativa poteva spiegare e giustificare l'ardimentosa fondazione di Bruno e dei primi Certosini. Per comprendere e gustare l'eremo tal quale lo ha concepito ed attuato Bruno occorre la grazia d'una vocazione... 

La lettera a Rodolfo Le Verd ci farà comprendere qualcosa dei motivi che hanno indotto Bruno a stabilirsi in Certosa. Ma non anticipiamo. Consideriamo Bruno ed i suoi compagni nell'atto di costruire ed organizzare la loro prima dimora. Una tradizione locale riferisce che nei primi giorni della loro presenza in Certosa gli eremiti trovarono ospitalità dagli abitanti di Saint-Pierre de Chartreuse. Bruno stesso venne accolto dalla famiglia Brun, che volle altresì fornire il legname necessario per la costruzione della sua cella. Non era codesto un atto isolato di generosità. Dopo novecento anni si ricordano ancor i nomi di due abitanti di La Ruchère, Molard e Savignon, che si presero l'incarico di cuocere il pane dei primi Certosini e - ciò non era servizio dappoco - di portarglielo. 

Checché ne sia, i lavori cominciarono fin dall'arrivo degli eremiti e proseguirono speditamente; era necessario che la parte essenziale della costruzione fosse terminata avanti le prime nevicate ed il freddo: si aveva tre mesi di tempo utile. Mentre si dissodava qualche tratto di terra venivano costruite attorno alla sorgente le celle per gli eremiti; di certo esse somigliavano alle capanne di boscaioli o pastori, dalla forma di piccole baite, come ancor oggi se ne vedono nei luoghi di pascolo alpestre: costruzioni rustiche ma consistenti, fatte di tondelli accostati, e coperte da tavole spesse, fornite altresì del necessario per resistere, possibilmente da un anno all'altro, al peso della neve. Da principio, per risparmio di tempo e, forse, anche di denaro, dette abitazioni ospitarono due religiosi; in seguito ogni eremita ebbe la sua propria cella. In ogni cella l'acqua della sorgente giungeva attraverso incanalature che all'inizio consistevano in tronchi o rami di alberi incavati a canale. 

Solo la chiesa venne costruita di pietra; essa fu consacrata da Ugo, vescovo di Grenoble, il 2 settembre 1085 e dedicata alla Santa Vergine ed a San Giovanni Battista. Alcuni affermano che codesto insieme di costruzioni si trovava nei pressi dell'odierna cappella di San Bruno. Le celle davano in un corridoio coperto, lungo circa 35 metri, che << giungeva quasi a piè della rupe >> e consentiva di accedere riparati alla sala capitolare, al refettorio e soprattutto alla Chiesa. In Chiesa gli eremiti celebravano la messa conventuale ed i giorni ordinari recitavano in comune il Mattutino e Vespri; la domenica ed i giorni festivi, l'intero Ufficio. In cella i giorni ordinari recitavano il resto dell'Ufficio, si dedicavano all'orazione, alla lettura ed al lavoro manuale che in quel tempo consisteva soprattutto nel collazionare o trascrivere manoscritti, specialmente la Bibbia e dei Padri della Chiesa. Ogni eremita faceva i pasti da solo; unicamente la domenica ed i giorni di grandi feste si recava al refettorio ove, mentre la comunità si rifocillava, uno degli eremiti leggeva qualche brano della Bibbia o dei Padri. 

I conversi dimoravano parimenti entro i limiti del deserto, ma le loro abitazioni si trovavano più in basso dei romitaggi. Spettavano ad essi i lavori esterni, soprattutto quelli rustici, necessari al sostentamento della comunità. Attendevano inoltre alla coltivazione dei campi, alla pastorizia, al taglio della legna, all'esecuzione degli svariati lavoretti artigiani che la difficile conservazione degli edifici esigeva. In una parola, progettavano la preghiera e la solitudine degli eremiti, pur conducendo anch'essi, a misura del possibile, vita contemplativa. Mirabile solidarietà spirituale d'un gruppo d'uomini, ugualmente accesi di amor di Dio ed organizzatisi tra loro affinché dalle loro vite associate derivasse la pura contemplazione. Sulla vita dei primi Certosini ci sono giunte due preziosissimi attestati: uno proveniente da Guiberto di Nogent; l'altro, da Pietro il Venerabile, abate di Cluny. Guiberto di Nocent non ha mai visitato la Gran Certosa, ma ha appreso le notizie che trasmette da testimoni diretti, e il suo attestato è veridico. 

La Certosa che egli descrive è quella del 1114; essa ha trent'anni di vita. Pietro il Venerabile invece scrive verso il 1150, ma conosce la Certosa dal 1120: egli era allora Priore del priorato benedettino Doméne, non lungi da Grenoble. In seguito è rimasto in relazione epistolare molto amichevole coi Priori di Certosa; anche dopo la sua partenza da Doméne visitò più volte i suoi amici del deserto, dei quali ammirava la vita. La sua testimonianza quindi è di poco posteriore a quella di Guiberto di Nogent, ma è diretta e più personale. Ascoltiamo codesti testimoni, uno dopo l'altro. Guiberto di Nogent descrive anzitutto il luogo scelto da Bruno per suo romitaggio come << un'ardua ed oltremodo orrida prominenza ( promontorium ), alla quale dava accesso una strada difficilissima e ben diversa  dalle altre >>. Quindi prosegue: << La Chiesa dell'eremo trovasi non lungi dalle falde del monte; essa si promulga in un insieme di costruzioni con pendìo leggermente sinuoso, in cui vivono tredici monaci, i quali hanno un chiostro abbastanza confacente agli esercizi della vita cenobitica, ma non coabitano in chiostro come gli altri monaci.

Lungo il circuito del chiostro ognuno ha una propria cella in cui lavora, dorme e fa i pasti. La domenica riceve dall'economo il pane ed i legumi necessari per la settimana... Ricevono l'acqua potabile e quella necessaria per gli altri usi dalla fonte mediante una conduttura che fa il giro delle celle e per determinate aperture si riversa in ciascuna. Le domeniche e i giorni di festa solenne fanno uso di formaggio e di pesce; di quest'ultimo quando ne ricevono in dono da buone persone, dato che essi non ne comprano... Quando bevono del vino lo tagliano con acqua di guisa che non dà loro alcun forza... a mala pena è migliore dell'acqua... I loro abiti sono molto poveri... Si radunano nella Chiesa a determinate ore, e non alle solite come facciamo noi...  >>. 

Contiuna....

Andrè Ravier 

                                                                         LAUS  DEO


                                                         Francesco di Santa Maria di Gesù

                                                                  Terziario Francescano

sabato 22 febbraio 2025

IL PATRIARCA DEI CEROSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA seconda.


 

Ora in Certosa egli non giungeva solo; vi conduceva sei compagni, coi quali già componeva un gruppo d'una assai rilevante omogeneità ed intima armonia: due << maestri >>, Bruno stesso e Laudino, avrebbero assicurato allo spirito di quegli uomini votati alla vita  contemplativa un nutrimento dottrinale solido, forte, sostanziale, attinto direttamente dalla Sacra scrittura; due laici, Andrea e Guerrino, pur conducendo una vita di solitudine simile più che possibile a quella degli eremiti, avrebbero alleggerito questi delle innumerevoli servitù della vita materiale ed umana e consentito loro di attendere alla preghiera pura, partecipandovi anch'essi a misura del possibile; infine, almeno uno degli eremiti era sacerdote ed incaricato dal gruppo delle funzioni sacerdotali; egli veniva chiamato con un nome che di per sé ha un senso comunitario: << il cappellano >>. 

Rigore dell'eremo da una parte, e dell'altra armonia intima, pienezza del piccolo gruppo di eremiti: v'è in questo contrasto che c'introduce profondamente nel disegno di Bruno. Se egli avesse riconosciuto di non poter attuare detto tipo di eremo nel deserto di Certosa, di certo non vi sarebbe stabilito. Ma quel luogo corrispondeva troppo bene alla sua unica intenzione da poter esitare: lui stesso ed i suoi compagni potevano sperare di vivervi insieme la vita eremitica in tutta la sua esigenza e tutta la sua ricchezza, almeno nella misura consentita delle forze umane. A sua volta il deserto di Certosa avrebbe contrassegnato con forte e durevole impronta la concreta attuazione del disegno di Bruno. 

I limiti del territorio dai donatori concesso agli eremiti ci sono noti dall'atto della donazione del 1086. << I limiti del luogo solitario che abbiamo donato passano al di sotto della località chiamata la Cluse, continuano lungo la rupe che chiude la valle ad oriente seguendo la cresta che chiude e divide Come-Chaude e che si estende fino a mezzo la rupe che sovrasta il Bachais; sussuegue un'altra arida cresta che va discendendo fino alla rupe di Bovinant; di lì un'altra cresta che lungo il limitare  del bosco discende da Bovinant verso al rupe che sovrasta la Follie; quindi la rupe che va da la Follie alla montagna d'Alliénard e che da  l'Alliénard scende verso la morte, dal lato occidentale, fino alla rupe di Cordes che prolungasi verso Perthuis. I limiti seguono quindi una cresta di rocce fino al fiume chiamato Guier-Mort, il quale serve il limite fino a la Cluse >>. 

Tale descrizione, da sola, ci fa intendere che cos'era la proprietà di Certosa: una terra circondata da montagne, con un punto di passaggio obbligato, la Cluse...  Il suolo è costituito di roccia calcarea ricoperta qua e là, soprattutto nel fondovalle, da un sottile strato di terra; ed in contesto terreno sì poco profondo si abbarbicano alberi che formano delle zone boscose. Rari prati tra quelle rocciose formano possibilità di pascolo per poco bestiame. Coltivare a vigna detto terreno, piantarvi grano, alberi fruttiferi non conviene pure pensarci: l'altitudine ed il clima l'intercedono. Dissodando con la perseveranza si riuscirebbe ad ottenere una scarsa raccolta di legumi. Porre quindi in un simile deserto dei contemplativi era votarli all'austerità: avrebbero vissuto frugalmente. Sfruttare razionalmente le selve? Impossibile: come portar via il legname? Per quali vie? Solo nel XVII secolo i Certosini potranno attendere alla silvicultura in modo redditizio. 

Per poter vivere rimanevano dunque la coltivazione dei campi nel modo limitato che si è detto e l'allevamento di pochi greggi...  Più in là si scopriranno giacimenti di ferro in quelle montagne. Ma per lunghissimi anni si considerò cosa illusoria far vivere in quel deserto più di trenta persone; inoltre conveniva che i << Fratelli >> fossero più numerosi dei << Padri >>; gli operai più numerosi dei contemplativi. Nel tempo in cui stendeva le Consuetudines, Guigo fissava il numero dei componenti la Comunità a tredici padri e a sedici fratelli. Quando poi si volle accrescere il numero dei << Certosini >> di Certosa fu necessario acquistare delle terre più giù, verso la pianura. Ecco dunque un primo, importante aspetto primitivo della Certosa. La sua fondazione non aveva nulla in comune con quella forma di eremo sostenuto da qualche cenobio abbastanza saldamente costituito, quale in quel tempo diffondevasi sotto l'impulso dell'Ordine Camaldolese. 

Bruno voleva l'eremo puro, vale a dire la solitudine in senso stretto, attenuata solo da un pò di vita comune: inoltre la comunità sarebbe stata poco numerosa, ed anche negli esercizi comuni gli eremiti avrebbero serbato il sentimento d'esser il << parvus numerus >>. Il clima, soprattutto la neve particolarmente abbondante in Certosa, ed il freddo rigido imporranno a Bruno una risoluzione riguardo ad un punto importante dell'abitazione. Per armonizzare le esigenze della solitudine con la regolarità della vita comune, due soluzioni gli si presentavano: distanziare il più possibile una cella dall'altra, al fine di favorire la solitudine; oppure raggrupparle per facilitare la vita comune. Il clima indusse Bruno a prendere una via di mezzo: le celle sarebbero state nettamente separate, ma vicine le une alle altre e collegate tra loro o coi luoghi destinati agli atti conventuali da un chiostro coperto, al fine di poter circolare al riparo dalla pioggia e dalla neve. 

Ciò dimostra che nel pensiero di Bruno gli eremiti avrebbero dovuto esser chiamati a radunarsi abbastanza spesso, più volte al giorno, per qualche Ufficio o capitolo od anche per un pasto in comune. Se detta disposizione della casa non avesse corrisposto al suo disegno di vita contemplativa, Bruno avrebbe potuto modificare il sito delle celle senza abbandonare il deserto di Certosa: egli, ad esempio, non temerà di fare prender dimora ai conversi a più di tre chilometri dalle celle degli eremiti, ad un'altitudine di 300 metri più bassa, maggiormente soleggiata ed ove più presto fonde la neve.

Continua...

Andrè Ravier 


                                                                        LAUS  DEO 


                                                        Francesco di Santa Maria di Gesù 

                                                                Terziario Francescano

domenica 16 febbraio 2025

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SESTA prima.


                                                              IL DESERTO DI CERTOSA 

<< Maestro Bruno ed i suoi confratelli cominciarono ad abitare l'eremo in cui era fissato i limiti e ad innalzare gli edifici l'anno 1084 dell'Incarnazione del Signore e quarto dell'episcopato di Mons. Ugo di Grenoble >>. Lo studio critico dei documenti pone detta presa di possesso verso la festività di San Giovanni Battista, vale a dire nella seconda metà del mese di giugno: d'altronde, per stabilirvisi era quello il tempo più opportuno, imposto dalle condizioni climatiche. Guigo nella sua Vita di sant'Ugo di Grenoble con una relazione troppo sobria per i nostri gusti, ma molto precisa, così narra l'arrivo di Bruno e dei suoi compagni: << ... Ecco arrivare maestro Bruno, celebre per il suo religioso fervore e la sua scienza, quasi una personificazione dell'onestà, della gravità e della piena maturità. 

Aveva come compagni maestro Landuino (che dopo di lui fu priore di Certosa), Stefano di Bourg e Stefano di Die (i quali erano stati canonici dell'Ordine di San Rufo e, desiderosi di vita solitaria, si erano a lui uniti col consenso del proprio abate); inoltre Ugo, da essi soprannominato il cappellano, perché nel gruppo egli solo adempiva le funzioni sacerdotali; due laici che chiamiamo conversi, Andrea e Guerrino. Essi cercavano un luogo adatto alla vita eremitica e non erano ancora a trovarlo. Con la speranza di riuscirci ed attratti altresì dalla fama di santità di lui, erano venuti dal virtuosissimo pastore (Ugo). Egli li ricevé non solo con gioia, ma anche con sentimenti di deferenza; si interessò di essi ed appagò il loro desiderio. Infatti col consiglio, l'aiuto e la guida di lui entrarono nella solitudine di Certosa e vi stabilirono. 

Verso quel tempo invero il vescovo aveva visto in sogno Dio erigere a sua gloria una dimora in detta solitudine ed altresì sette stelle indicargliene il cammino. Sette: tale precisamente era il numero dei componenti il drappello formato da Bruno e dai suoi compagni. Pertanto di buon grado egli raccolse i progetti non solo di codesto primo gruppo, ma altresì di coloro che successero ad essi; e fino alla morte coi suoi consigli e benefici favorì gli eremiti di Certosa >>. 

Il testo riferito, conviene riconoscerlo, non soddisfa la nostra curiosità; ci lascia nell'incertezza riguardo a parecchi punti per noi interessanti. In particolare, non ci dice se i compagni di Bruno erano venuti con lui da Sèche-Fontanie: la qual cosa ci sembra più probabile, tanto l'idea di eremo strettamente solitario era estranea all'ideale religioso di Bruno. Nondimeno può darsi che l'uno o l'altro si sia unito al gruppo durante il viaggio. Non è escluso, ad esempio, che i due canonici dell'Ordine di San Rufo abbiano conosciuto Bruno soltanto il giorno in cui sostò nel priorato di detto Ordine e la Cote Saint-André, lungo la strada che da Sèche-Fontanie conduce a Grenoble. Ma, nonostante le cose omesse, il testo di Guigo rimane per noi estremamente prezioso. 

Esso ci conferma che Bruno nel giungere a Grenoble non aveva alcuna idea della ragione in cui avrebbe fondato il suo eremo; cercava solo << un luogo adatto alla vita eremitica >>. Egli cerca l'idea della vita eremitica è chiara, ma non sa dove l'attuerà. << Spera di trovar detto luogo nella diocesi di Ugo, ricca di montagne e di foreste, ma non ne è certo. Per altro è convinto che troverà in Ugo un autentico uomo di Dio, il quale comprenderà il suo disegno, il cui contatto e le conversazioni, a pari di quelle di Roberto di Molesmes stimoleranno il suo fervore. Bruno ed i suoi compagni prendono infine dimora nel deserto di Certosa non per aver essi medesimi scelto quel luogo, bensì perché Dio stesso glielo determina mediante il Vescovo Ugo. Il sogno profetico di questi resiste infatti alle più esigenti analisi critiche. 

Guigo è a tal riguardo un testimone autorevolissimo, poiché per ventisei anni fu l'amico ed il confidente di Ugo di Grenoble: egli ha appreso tale particolarità dal vescovo stesso, senza intermediario. D'altro canto Guigo appare allo storico come il tipo perfetto del testimone critico e sincero; la sua sincerità è incontestabile: egli si mostra sempre ponderato, prudente. Riguardo poi ai miracoli è estremamente riservato: la vita di Sant'Ugo, che redige per espressa richiesta dal Papa Innocenzo II, le scrive precisamente come una vita santa priva di miracoli. Se si riferisce il sogno delle sette stelle, lo fa perché non ha potuto crederci lui stesso. Possono, dunque, non ammettere detto sogno solo coloro che a priori dichiarano impossibile ogni fenomeno mistico straordinario. 

Il seguito degli avvenimenti, tutta la storia spirituale dell'Ordine dei Certosini attestano d'altronde l'importanza del compito che ha avuto il paesaggio di Certosa sullo stile stesso di vita Certosina. Profonde e determinanti relazioni si stabilirono tra quel paesaggio e detta vita. Abbiamo già seguito il piccolo drappello che un mattino di giugno del 1084 lasciò la residenza episcopale di Grenoble dirigendosi per la strada  del Sappey e del Colle di Portes verso Saint-Pierre de Chartreuse. Lo abbiamo visto oltrepassare la Cluse all'ingresso del deserto e spingersi fino alla punta estrema della stretta valle di Certosa. Fu la presenza d'una o più sorgenti  a indurre Bruno e i suoi compagni a risalire fino a quell'angusto fondovalle? Fece forse Bruno, come han detto alcuni, scaturire la sorgente là dove antecedentemente aveva risolto di stabilirsi? 

Probabilmente né l'uno né l'altra cosa. Sorgenti poteva trovarne altre e più abbondanti nella valle, ad esempio quella bella e ricca di Mauvernay che determinò la scelta da parte di Guigo del sito dell'odierna Certosa. quanto al miracolo della sorgente, esso fa parte del folclore della santità; nessun documento lo attesta. Al contrario ha non poca importanza l'aver Bruno accettato, ricercato quell'ambiente, il clima, l'atmosfera, quel succedersi di stagioni e temperature di cui si è fatto parola: ciò manifesta in modo singolare la sua intenzione. La sua intenzione? 

Nel deserto di Certosa la si legge, con un'evidenza che stupisce, sul suolo stesso, in tutto lo scenario, nella foresta e nelle nevi. Quel fondovalle nel cuore del Massiccio di Certosa, dagli accessi difficili anche per i villaggi più vicini, dai lunghi inverni con frequenti e abbondanti cadute di neve, dai terreni poco fertili, non poteva offrire che un vantaggio: una quasi totale separazione dal mondo, una solitudine spinta all'estremo limite. Era dunque quello l'eremo in senso stretto che Bruno cercava. Ma un eremo a più eremiti: un uomo assolutamente solo non avrebbe potuto durare in simili condizioni di vita. Per accettare poi di porre in detto luogo la sua << terrena dimora >> occorreva che dal canto suo Bruno avesse un piano in cui gli scambi spirituali e umani di un gruppo servissero di contrappeso ai rischi non trascurabili della solitudine...

Continua....

Andrè Ravier 


                                                                               LAUS  DEO


                                                                Francesco di Santa Maria di Gesù

                                                                         Terziario Francescano