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lunedì 12 ottobre 2015

IL CAMMINO DI FEDE DI SAN GIUSEPPE DEL SERVO DI DIO FRA ANASTASIO DEL SANTISSIMO ROSARIO CARMELITANO SCALZO - PARTE SECONDA.



IL CAMMINO DI FEDE DI SAN GIUSEPPE 
 DEL SERVO DI DIO 
FRA ANASTASIO DEL SANTISSIMO ROSARIO 
 CARMELITANO SCALZO 





Dal Vangelo secondo San Matteo 
(Mt 1,16.18-21.24) 
 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, 
chiamato Cristo. 

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, 
essendo promessa sposa di Giuseppe, 
prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta 
per opera dello Spirito Santo. 
Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, 
pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, 
ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: 
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere 
con te Maria, tua sposa. 
Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 
ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: 
egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. 

Guardiamo come questo santo Patriarca, l’ultimo del Vecchio Testamento e il primo del Nuovo, ha interpretato la sua vita.

La vita è quella che è e gli uomini la interpretano attraverso la varietà delle ideologie e hanno tutti da proporre un loro vangelo. Noi abbiamo un solo Vangelo, quello di nostro Signore Gesù Cristo, che è venuto dal Padre per portarci al Padre. Ma bisogna che ci lasciamo portare, bisogna che viviamo continuamente l’esperienza dell’esodo, dimenticando le cose terrene per andare verso Dio. 

San Giuseppe si è lasciato travolgere dal Signore e condurre per strade misteriose. Ha rinunciato a capire e ha accettato di credere; ha rinunziato a possedere e ha accettato di essere posseduto; ha rinunziato a comandare e ha accettato di obbedire.

Una creatura che potremmo definire << senza pretese >>.

Eppure, credendo, si è lasciato condurre dal Signore e questi lo ha introdotto in un mondo particolarmente intimo nel mistero 
dell’Incarnazione e della salvezza. 

Lasciandosi portare dal Signore, San Giuseppe è diventato il contemplativo dell’Incarnazione del Cristo. L’ha contemplata nella verginità meravigliosa, incorrotta e feconda della sua Sposa; ha visto fiorire da questo roveto ardente il frutto benedetto dello Spirito, Gesù Salvatore, e così è stato vicino, anzi bene addentro al mistero del Dio fatto uomo. 

In questo mistero si è lasciato coinvolgere ciecamente. E in effetti, che altro poteva fare? Si è fidato,, con una libertà interiore ammirabile, con una umiltà felice e stupenda, che non ha mai avuto pretese. In questa disposizione interiore, si potrebbe dire che non ha mai dovuto fare distacchi, poiché non aveva attacchi da rimuovere. 

Lo stesso mistero dell’Incarnazione, possiamo dire che non lo ha voluto: vi è stato coinvolto, ma per gli altri. Lui è stato come un’ombra che, finché è stata utile, è rimasta lì a temperare il mistero sovrumano; poi se ne è andato nelle braccia di Dio. 

Un bell’itinerario che non si può raccontare, perché è inesprimibile, ma del quale si percepisce la ricchezza veramente consolante per la nostra vita. 

FONTE: Card. Anastasio Ballestrero, OCD, 
Il Cammino di Fede di San Giuseppe, Ed. OCD, 1993. 


LAUS  DEO

 Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

sabato 10 ottobre 2015

IL CAMMINO DI FEDE DI SAN GIUSEPPE DEL SERVO DI DIO FRA ANASTASIO DEL SANTISSIMO ROSARIO CARMELITANO SCALZO - PARTE PRIMA.



Il Cammino di Fede di San Giuseppe 
del Servo di Dio 
Fra Anastasio del Santissimo Rosario 
Carmelitano Scalzo 



Vangelo secondo Luca 1,26-38. 
Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città 
della Galilea, chiamata Nazareth, 
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, 
chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 
Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, 
il Signore è con te». 
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 
L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia 
presso Dio. 
Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 
Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno 
non avrà fine». 
Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? 
Non conosco uomo». 
Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, 
su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. 
Colui che nascerà sarà dunque santo 
e chiamato Figlio di Dio. 
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, 
ha concepito 
un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 
nulla è impossibile a Dio». 
Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, 
avvenga di me quello che hai detto». 

E l'angelo partì da lei. La parola di Dio ci aiuta a vedere San Giuseppe inserito nell’unico disegno di salvezza, con il quale Dio benedetto, attraverso il suo Figlio Gesù Cristo, nato da Maria, usa misericordia agli uomini peccatori e li riconduce alla sua amicizia.

San Giuseppe in questo piano di Dio ha un suo posto, ossia una vocazione. Nessun uomo è al di fuori del disegno di Dio, siamo tutti dei chiamati da Dio. Dobbiamo essere persuasi di questa fondamentale verità per poter interpretare la nostra vita. Essere chiamati da Dio vuol dire appunto essere collocati da Lui nel disegno di salvezza per esserne ad un tempo beneficiari e collaboratori. Infatti non siamo soltanto dei salvati, ma siamo anche chiamati ad essere a nostra volta salvatori. 

Gli uomini si interrogano spesso sul senso della vita, ed è bene, perché nessuna domanda è più essenziale e fondamentale di questa. Non bisogna però dimenticare che l’uomo resta realtà indecifrabile quando lo si separa da Dio e lo si pensa fuori dal suo piano di salvezza. 

San Giuseppe è un esempio di come la creatura deve rispondere al piano di Dio nei suoi confronti. Dalla iniziativa di Dio egli si trova inserito in modo estremamente compromissivo nel mistero dell’Incarnazione del Verbo: è lo sposo di Maria, sarà il padre putativo di Gesù e porterà avanti l’Incarnazione come avvenimento 
storico, come fatto umano e societario. 

Sarà lui a presiedere la famiglia di Nazareth, a sostenerla con il suo lavoro, a difenderla e a proteggerla, senza fare la parte del protagonista, ma lasciando a Dio di esserlo. 

Noi, a volte, pecchiamo di intemperanza e ci facciamo quasi concorrenti di Dio, dimenticando che la dignità dell’uomo consiste 
proprio nell’essere creatura di Dio, di esserlo.

Giuseppe questo l’ha capito tanto bene, non attraverso tanti filosofici ragionamenti, ma perché ha compreso la cosa essenziale: che a Dio si dice sempre di sì, e si dice sì in umiltà e si dice sì in obbedienza. 

In questo modo si è realizzato anche come uomo e noi lo vediamo oggi ai vertici della storia umana della salvezza, con il suo sì pieno di fede e di abbandono. 

A questo Santo tributiamo onore e gloria, ma dobbiamo farlo cristianamente. I Santi sono onorati non tanto dalle parole e dalle devozioni, quanto dalla nostra configurazione spirituale. 

Da San Giuseppe dobbiamo imparare soprattutto a convertirci, cioè a diventare sempre più dei poveri di Dio, creature semplici, piccoli figli del Padre, con una certezza in cuore che si chiama fede, con una libertà dell’anima che è la speranza filiale. Quella fede e quella speranza che furono la sostanza più profonda dell’amore e del servizio del giusto Giuseppe. 

Fonte: Cardinale Anastasio Ballestrero, 
Il Cammino di Fede di San Giuseppe, Edizioni OCD, 1993.


LAUS DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano  

venerdì 9 ottobre 2015

IL SERVO DI DIO FRA ATANASIO DEL SANTISSIMO ROSARIO - CARMELITANO SCALZO - CARDINALE DI SANTA ROMANA CHIESA, PADRE ANASTASIO BALLESTRERO.

Pace e Bene! 
Cari amici, come vi ho già scritto, continua sul mio blog la presentazione di scritti o santi del Carmelo Teresiano in prossimità della memoria liturgica della santa Madre Teresa d’Avila. 
Dopo la breve biografia sul venerabile Fra Lorenzo della Resurrezione, vi presento oggi alcune meditazioni su San Giuseppe composte dal Servo di Dio il Cardinale Anastasio Ballestrero, Carmelitano Scalzo, il padre Ballestrero fu davvero un grande maestro spirituale e un autentico figlio di Santa Teresa di Gesù. 
Prima di pubblicare le preziose meditazioni su San Giuseppe, vi lascio alcune note biografiche sul Cardinale Ballestrero e per quanti lo desiderano possono approfondire la conoscenza del padre Anastasio, come anche sul venerabile Fra Lorenzo della Resurrezione, attraverso recenti e belle biografie reperibili nelle librerie cattoliche. 
Buona lettura. 
Francesco di Santa Maria di Gesù, Terziario Cappuccino. 




 Il Servo di Dio 
Fra Anastasio del Santissimo Rosario 
Carmelitano Scalzo 
Cardinale di Santa Romana Chiesa 

Padre Anastasio Ballestrero nacque a Genova il 3 ottobre 1913. Manifestò subito un temperamento vivace e capacità di cogliere gli aspetti positivi della vita. Papà Giacomo, lavorava come magazziniere nel porto di Genova, mentre la mamma Antonietta, donna dolcissima, accudiva i cinque figli nati tra il 1913 e il 1922, due dei quali morti dopo pochi mesi di vita. L’ultimo parto fu difficile e la mamma, non ancora trentenne, iniziò un calvario che si concluse con la sua morte nell’anno 1923. 
L’incontro con il cappellano del collegio “Bellimbau”: un prete “felice di essere prete”, che per primo gli parlò del Carmelo fu all’origine della sua vocazione… Dirà: “Il Signore mi ha preso presto, perché ero un bel tipo! Ho capito poco, ma ho capito che dovevo dirgli di si”. A partire da questa esperienza, fu assertore della necessità di scoprire e far sviluppare i germi di vocazione che spesso si trovano nei cuori dei ragazzi. 
Vestì l’abito dei Carmelitani Scalzi il 12 ottobre 1928 a Loano e prese il nome di Fra Anastasio del SS.mo Rosario. “Ero giovane, dirà, ricordando il tempo del noviziato, avevo 15 anni! Ma la certezza, la chiarezza, la felicità della mia vocazione l’ho avuta”. Visse il noviziato intensamente, si nutrì della spiritualità del Carmelo, lasciandosi trasformare dall’esperienza della presenza di Dio. Nel 1932 passò a Genova, dove proseguì gli studi. Il 6 giugno 1936 fu ordinato sacerdote, non aveva ancora 23 anni. 
La prima esperienza pastorale di P. Anastasio fu come cappellano, presso la clinica Bertani, a Genova. Fu un’esperienza vissuta tutta d’un fiato, fin dopo la guerra. Si dedicò con slancio e comprensione verso i sofferenti, lasciandosi amare per la sua generosità. Si narra che, in quegli otto anni di cappellania, nessuno morì senza sacramenti. Fu chiamato ad insegnare teologia presso lo studentato dei Carmelitani Scalzi, a Genova e, dopo qualche anno, ad assumere l’ufficio di maestro di formazione. In questo tempo, P. Anastasio continuò ad approfondire gli studi teologici. Dirà: “ho studiato, ho studiato molto”. In quegli anni, partecipò a Parigi ai lavori che si tenevano presso il circolo dei Maritain. Nel loro cenacolo parigino, il P. Anastasio ebbe modo di incontrare Bergson, Bernanos, Van der Meer, personaggi di grande statura umana e culturale. A Genova, invece, seguì le lezioni magistrali di Mons. Giacomo Moglia, figura di spicco e precursore delle riforme liturgiche del Vaticano II. Ricorderà quegli anni come un tempo di fermenti ed entusiasmi, con prospettive che avrebbero inciso sul suo pensiero, sulla sua vita. 
Il Signore gli concesse il dono della parola, come ebbe modo di dirgli personalmente Paolo VI. La sua parola era pacata, vibrante di fede, capace di allargare gli orizzonti del Mistero; penetrava nel più profondo centro dell’anima, non lasciava indifferenti, rincuorava. Il suo parlare era intriso di Parola rivelata, memoria dell’esperienza teologica ed ecclesiale di S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce. Dal 1948 al 1954, fu Provinciale dei Carmelitani Scalzi della Provincia di Genova. In questa esperienza la sua paternità si allargò ed il suo apostolato si estese. Nel Capitolo Generale dei Carmelitani Scalzi, celebrato a Roma nel 1955, a soli 42 anni, P. Anastasio fu eletto Preposito Generale. Venne rieletto, per un secondo sessennio, nel Capitolo del 1961. Il suo impegno, in questo nuovo ministero, fu quello di animare i Carmelitani Scalzi e le Carmelitane Scalze, a vivere con coerenza e gioia gli ideali dei Fondatori, con la testimonianza di vita, senso di equilibrio, concretezza, richiamando, con orgoglio, il compito e il ruolo del Carmelo Teresiano nella Chiesa e nel mondo. Partecipò, come Padre Conciliare, al Vaticano II, collaborando come perito, membro della Commissione teologica e dei diversi gruppi di studio; sostenne, con esortazioni e lettere, la riforma del Vaticano II nell’Ordine, a cominciare dalla riforma liturgica. Il 21 dicembre 1973, “L’Osservatore Romano” pubblicò la notizia che Paolo VI aveva elevato alla sede arcivescovile di Bari, il P. Anastasio Ballestrero. Gli costò molto lasciare l’attività e la vita dell’Ordine. Doveva iniziare un’altro capitolo della sua vita, ed aveva 60 anni. Non fu facile, ma P. Anastasio non era uomo da mezze misure. Coinvolse tutta la sua persona in questo percorso di “conversione vocazionale”. Venne consacrato vescovo il 2 febbraio 1974 nella Basilica di S. Teresa, a Roma. Da quel giorno tutta la sua azione pastorale fu un impegno perché il Concilio potesse diventare vita, come titola uno dei suoi libri. A Bari, Ballestrero incontrò una Chiesa diocesana che viveva un forte processo di transizione, di rinnovamento, di “comunione pastorale creativa”, come la definì Mons. Mincuzzi, Ausiliare di Bari al tempo di Mons. Nicodemo. 
Quale fu la novità metodologica e di azione pastorale di Ballestrero? Sicuramente va ricercata nel suo modo di intendere la corresponsabilità ministeriale. Intraprese il lavoro di pastore partendo dalla ricostituzione del Consiglio presbiterale (15.07.1974) e del Consiglio Pastorale Diocesano. Il modello adottato fu quello che aveva già sperimentato come Preposito Generale dell’Ordine: un Consiglio che svolgesse la funzione di organismo fondamentale per la riflessione e la programmazione dell’azione pastorale, con una funzione di raccordo tra l’intero presbiterio, riunito in modo assembleare, e gli altri organismi pastorali. La positività di questa scelta, che potremmo definire di ecclesiologia di comunione, favorì ulteriori esperienze ed iniziative di comunione e di corresponsabilità pastorale nella Chiesa di Bari. A questa opzione va collegata, sicuramente, quell’attitudine carmelitana del ministero episcopale di P. Anastasio. La spiritualità carmelitana caratterizzò, in modo determinante, la sua persona, il suo pensiero, la stessa azione pastorale. L’attitudine contemplativa, il fiducioso abbandono alla Signoria di Dio, il primato della Parola, lo zelo missionario, l’ascesi umanizzante, la capacità di saper ascoltare, valutare persone ed eventi in maniera sapienziale, abbracciando la realtà con sguardo teologale, curando i rapporti interpersonali. Qui si concentrò ed espresse la sua umanità, la sua spiritualità, il suo essere vescovo, teologo. A Bari, Mons. Ballestrero, rimase solo tre anni e mezzo. 
Infatti, quando cominciava a conoscere più in profondità quella realtà ecclesiale, Paolo VI lo volle arcivescovo nella Chiesa di Torino. Il 25 settembre 1977 fece ingresso nella sua nuova sede. Si mise subito all’opera con il suo stile, cercando di conoscere persone, ambienti, situazioni. 
Tutto osservando e valutando, passandolo al vaglio del discernimento orante. I suoi sacerdoti impararono a conoscere, un po’ alla volta, il suo cuore di padre. Con ciascuno di loro seppe usare tutte le sfumature dell’accoglienza, del dialogo, della comunicazione, della condivisione, dell’umorismo pur di conquistarli ad una serena e profonda comunicazione interpersonale. 
Nel 1979, fu nominato Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e, nel concistoro dello stesso anno, Giovanni Paolo II lo nominò cardinale. 
Gli anni della sua Presidenza CEI videro l’attentato al Papa, il referendum sull’aborto, il fenomeno della defezione sacerdotale e religiosa, il calo delle vocazioni, il nuovo Concordato tra S. Sede e Stato italiano, il faticoso iter per l’approvazione della seconda edizione del Messale Romano in lingua italiana, la revisione dei catechismi. Nel 1985, toccò a P. Anastasio Ballestrero promuovere il Convegno Ecclesiale di Loreto. 
Rimase alla guida della Chiesa di Torino fino al 1989. Il 19 marzo 1989 prese commiato dalla Chiesa torinese. Lasciò un clero unito e ben preparato pastoralmente, un laicato più partecipe della vita della Chiesa, grazie anche i Consigli pastorali zonali da lui promossi. I suoi 16 anni di servizio episcopale (1973-1989) furono senza sosta, quasi di corsa, aperti all’imprevedibilità di Dio, come lui amava ricordare: “Essere pastore significa vivere una vita non sistemata, non prevedibile, una vita abbandonata alle leggi della salvezza, alla logica della misericordia e alle sorprese della potenza di Dio. Farsi donatore instancabile di perdono, di verità, di amore, perché il gregge si componga nell’unità e nella fede e anche nella comunione cordiale degli spiriti, nella fraternità dei rapporti concreti”. Lasciata la Diocesi di Torino, Si stabilì a Bocca di Magra, presso il Monastero di S. Croce. Da questo angolo di cielo, seguì pregando, ascoltando, soffrendo e gioendo della vita della Chiesa e del suo Ordine. Gli ultimi anni furono una progressiva demolizione, da parte di Dio, di quel corpo che non aveva avuto regole e per il quale il P. Anastasio aveva riservato ben poco riguardo. La sua aspirazione fu tutta racchiusa nel voler restare nelle mani di Dio. “Alla sera della vita” volle assomigliare, anche in questo abbandono, al suo amato San Giovanni della Croce, di cui lui stesso disse: “Una creatura che ha veramente consumato la vita”. 
Il Card. Anastasio Ballestrero morì il 21 giugno 1998, a Bocca di Magra (SP), consapevole di aver raschiato il fondo della vita, di averla totalmente donata, di aver spinto al massimo l’acceleratore dell’esistenza, di averla consumata la sua vita, senza sciupare nulla. Ora il suo corpo riposa nell’Eremo del Deserto di Varazze (GE). Il ministero di Mons. Ballestrero sta tutto in questa passione ecclesiale, sacramento di una passione ulteriore: quella per l’amato Signore. Il suo è stato un servizio alla comunione ecclesiale, con una opzione tutta particolare alla vita dei “suoi” preti. Tutto in lui partiva da una profonda spiritualità, capace di approdare all’intimità con Dio e all’esperienza più semplice dell’amicizia, della convivialità, della cordialità. Sotto questo aspetto l’episcopato di Mons. Ballestrero è stato un momento di grande recezione del Vaticano II, un tempo di discernimento ed individuazione degli orientamenti pastorali fondamentali, una felice esperienza di comunione ecclesiale. 

Autore: P. Luigi Gaetani, ocd 


LAUS  DEO

Pax et Bonum 


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

mercoledì 7 ottobre 2015

FRA LORENZO DELLA RESURREZIONE CARMELITANO SCALZO - VENERABILE.

Cari amici, Pace e Bene! 
Il Santo Padre Papa Francesco ha voluto dedicare un anno alla vita consacrata. La Chiesa tutta è infinitamente debitrice ai tanti religiosi/e, missionari/e, ai monaci e alle monache, ai contemplativi e agli eremiti: 
la vita consacrata è davvero un dono grande e lo è la Sequela del Signore che continua a far germogliare tanti buoni frutti di santità tra il Popolo di Dio. 
Mentre si avvicina la festa liturgica di Santa Teresa di Gesù (d’Avila), il prossimo 15 ottobre, ho pensato di presentarvi la vita di un frate Carmelitano Scalzo, degno figlio della santa Madre Teresa di Gesù, forse poco conosciuto nel nostro territorio italiano. Leggendo la vita di Fra Lorenzo della Risurrezione, ne sono rimasto profondamente edificato per la virtù dell’umiltà vissuta e testimoniata da Fra Lorenzo della Risurrezione. 
Egli fu un autentico contemplativo del Carmelo Teresiano, immerso con tutto il suo cuore nel carisma del suo Ordine: 
fu un amico di Dio e un amico fedele del Signore. 
Possa la testimonianza di vita di Fra Lorenzo della Risurrezione, illuminare i passi di ciascuno di noi e rammentarci quanto preziosa e bella è la via dell’umiltà, la quale, se praticata e vissuta con sincerità, ci immette nel Cuore misericordioso del Signore e ci dona la vera pace interiore e la libertà di figlioli di Dio. 
Buona lettura. 
Francesco di Santa Maria di Gesù, Terziario Cappuccino. 




FRA LORENZO DELLA RESURREZIONE (1614-1691) 
Venerabile 
Quarto centenario della sua nascita 


In occasione del Capitolo Generale tenutosi ad Avila nel 2009, i frati Carmelitani Scalzi chiesero che nell’anno 2014 e sulla soglia del quinto centenario della nascita della nostra Madre Teresa di Gesù, noi commemorassimo il quarto centenario della nascita di uno dei suoi figli spirituali, nato nel 1614. Un umile frate carmelitano non-sacerdote, umile ma amatissimo da molti cristiani nel mondo intero e persino dai non-cristiani: fra Lorenzo della Resurrezione. I suoi scritti semplici ma pertinenti e luminosi, sono stati tradotti e rieditati fino ad oggi in molte lingue. 
Nel 1991, in occasione del terzo centenario della sua morte, il nostro P. Camilo Maccise, allora Preposito Generale, scrisse una lettera di grande valore sulla spiritualità e la missione di fra Lorenzo (cf. Acta OCD, 1991-1992, pp. 451-458). Anch’io vorrei parlarvi brevemente di questo figlio del Carmelo a partire dalle due grandi tappe della sua vita, entrambe significative. Dapprima, il “giovane laico” Nicolas Herman – tale era il suo nome civile – quindi “il fratello laico OCD” Lorenzo della Resurrezione.

I. NICOLAS HERMAN, GIOVANE LAICO 
Già dal punto di vista semplicemente umano e cristiano, questo primo periodo della sua vita è stimolante per noi che camminiamo alla luce di Cristo e del Carmelo, sia nella vita laicale, sia come religiosi o religiose. 
Nel 1614 – in data sconosciuta – Nicolas viene battezzato nell’umile chiesa del piccolo villaggio di Hériménil nella Lorena, attualmente regione francese ma all’epoca Granducato indipendente. Non sappiamo quasi nulla della sua famiglia e della sua educazione in quest’ambiente rurale. Ma un avvenimento lo segna per tutta la vita. A diciotto anni, durante l’inverno, contemplando un albero spoglio e pensando al risveglio cosmico che riaccade nella natura ad ogni primavera, Nicolas è afferrato da un’intuizione profonda della Presenza e della Provvidenza divina, fonte di Vita che non cessa mai di manifestarsi. La sua intelligenza è invasa da una luce completamente nuova, da una fede ridestata. Dio si fa vicino, presente in tutte le cose. Quest’esperienza del Dio vivente s’imprimerà profondamente nella sua anima. 
Ma la vita è dura nella Lorena di quel tempo, coinvolta nella terribile “guerra dei Trent’Anni” così distruttiva, omicida, immorale. Nicolas è arruolato nell’esercito del Granduca. In questo periodo tormentato, la sua anima perderà la bella visione dei suoi diciotto anni; più tardi si lamenterà dei peccati commessi (ma non sappiamo esattamente a che cosa si riferisca). Più volte si trova a faccia a faccia con la morte. Nel 1635 è gravemente ferito durante l’assedio della città di Rambervillers, che il Granduca di Lorena cerca di riconquistare. Nicolas è ricondotto al suo villaggio natale. E mentre il suo corpo si ristabilisce, pian piano guarisce anche la sua anima. 
Qualche tempo dopo, entra in contatto con un gentiluomo eremita e decide di condividere la sua vita solitaria. Ma non è la sua strada. Intuisce certamente il valore di Dio, ma la fonte della preghiera non fluisce così come se l’immaginava. Emigra a Parigi, dove lo ritroviamo a servizio di un notabile. Ma nemmeno questo è il posto dove Dio lo vuole. 
Soffermiamoci ancora un attimo presso Nicolas giovane laico. In circostanze dure ha imparato a “conoscere la vita” e a “conoscere il mondo”. Nel “combattimento per la vita”, ha vissuto lo sconvolgimento di una lunga e terribile guerra, l’irritazione e lo sgomento di tante situazioni angosciose, l’esperienza della povertà e della carestia. Ha scoperto anche la debolezza della propria natura umana, dei suoi “peccati” di cui conserverà per tutta la vita l’umile consapevolezza, come l’aveva fatto prima di lui la sua madre spirituale, santa Teresa di Gesù. 
Ma l’amore vincerà. Nicolas non meriterà il biasimo dell’Angelo dell’Apocalisse: “Ho da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore” (Ap 2,4). Soldato, ferito, emigrante, operaio, il giovane laico ritrova la fiamma della luminosa divina Presenza dei suoi diciott’anni. Nel cuore del mondo e in piena lotta, lentamente si sviluppa in lui quest’anima cristiana e carmelitana che si apre senza limiti a Dio, alla sua grazia, ai suoi desideri concreti. 
Nicolas resta un esempio di risveglio spirituale, di lenta resurrezione: egli è per noi tutti un silenzioso appello, un dolce invito. 

II. FRA LORENZO DELLA RESURREZIONE 
A Parigi, Nicolas Herman entra in relazione col convento San Giuseppe dei Carmelitani Scalzi in rue de Vaugirard, una grande e fervente comunità. Nel giugno 1640, all’età di 26 anni, vi entra come “fratello converso” (“frater donatus”, dicono le Costituzioni) e due mesi dopo riceve l’abito (che a quel tempo era abbastanza diverso da quello dei frati chierici, poiché non aveva cappuccio né mantello bianco; i frati conversi occupavano allora gli ultimi posti in refettorio e in coro). D’ora innanzi porterà il nome di “fra Lorenzo della Resurrezione”. 
Dopo due mesi di postulandato e due anni di noviziato, il 14 agosto 1642 – vigilia della festa dell’Assunzione della Santa Vergine – Lorenzo (che ha ormai 28 anni) pronuncia i suoi voti perpetui come “frate converso”. Le Costituzioni dell’Ordine dichiaravano che questi frati “non chierici” devono essere “devoti, semplici, fedeli e dediti al lavoro, poiché sono chiamati al lavoro”; non hanno voce nel capitolo conventuale, non partecipano alla recita dell’Ufficio corale e quando non possono presenziare all’orazione mentale a motivo dei loro impegni domestici, devono pregare in altri momenti stabiliti dal Superiore, spesso la sera o durante la notte (cfr. Const. – ed. 1631, parte II, cap. 4). 
Su di loro ricade perciò molto lavoro manuale; ritroveremo fra Lorenzo come cuoco della grande comunità, poi come ciabattino, spesso come aiutante in chiesa (per esempio per servire le numerose Messe dei fratelli sacerdoti, dato che a quel tempo non esisteva la concelebrazione) ma anche per via, per le commissioni necessarie e talvolta per la questua, nonché in viaggio fino in Borgogna e nell’Auvergne a far provviste. 

Un inizio difficile, poi la grande gioia 
Ecco dunque Nicolas Herman catapultato in un nuovo ambiente: un cambiamento incisivo come quelli che ognuno di noi può sperimentare nella propria esistenza, sia secolare che religiosa: un trasloco, un nuovo impiego, una nuova situazione di lavoro, di abitazione, d’inserimento nella vita comunitaria, familiare, sociale… Entrando in una nuova vita con nuove sfide, nuovi compagni e nuovi doveri, fra Lorenzo non si tuffa alla cieca. Sa che il Dio della grazia lo attende e lui vuole realmente donarsi a Dio senz’alcun limite. A una religiosa che conosce bene, egli scrive (parlando alla terza persona): “Voi saprete che la sua cura principale, in più di quarant’anni dacché si trova nella vita religiosa, è stata quella di essere sempre con Dio, di non fare nulla, di non dire nulla e di non pensare nulla che possa dispiacergli, senz’altro scopo che quello del suo puro amore”. 
Ma a un religioso sacerdote, probabilmente il suo confessore (“pienamente istruito” sulle sue “grandi miserie” come anche sulle “grandi grazie” di cui Dio favorisce la sua anima) – in ogni caso un consigliere spirituale –, egli ricorda un altro aspetto: 
Quando entrai in religione presi la risoluzione di darmi tutto a Dio in riparazione dei miei peccati e di rinunciare per amor suo a tutto ciò che non era Lui. Durante i primi anni, nelle mie preghiere mi dedicavo ordinariamente ai pensieri sulla morte, sul giudizio, sull’inferno, sul paradiso e sui miei peccati. Ho continuato in questo modo per qualche anno, applicandomi con cura durante il resto del giorno e anche durante il mio lavoro alla presenza di Dio, che consideravo sempre presso di me, spesso anche nel fondo del mio cuore. Ciò mi diede una così alta stima di Dio, che su questo punto solo la fede poteva soddisfarmi. Feci insensibilmente la stessa cosa durante le mie preghiere, e questo mi procurava grandi dolcezze e grandi consolazioni. Ecco da dove ho iniziato. 
Ma ecco il rovescio, doloroso, della sua esperienza spirituale : 
Le dirò tuttavia che durante i primi dieci anni ho sofferto molto. La causa di tutti i miei mali erano l’inquietudine che avevo di non appartenere a Dio come l’avrei desiderato, i miei peccati passati sempre presenti ai miei occhi e le grandi grazie che Dio mi concedeva. Durante tutto questo tempo cadevo spesso ma mi rialzavo subito. Mi sembrava che le creature e Dio stesso fossero contro di me e che soltanto la fede fosse a mio favore. Ero talvolta turbato dal pensiero che ciò era solo un effetto della mia presunzione, che pretendevo di essere subito là dove gli altri non arrivano che a prezzo di fatica; altre volte pensavo che ero bell’e dannato, che non c’era alcuna salvezza per me. Quando ormai ero rassegnato a terminare i miei giorni in tali turbamenti e inquietudini – che non hanno affatto diminuito la fiducia che avevo nel mio Dio e che non sono serviti che ad aumentare la mia fede –, mi ritrovai improvvisamente cambiato e la mia anima, che fino ad allora era stata sempre turbata, si sentì in una profonda pace interiore, come nel suo centro e in un luogo di riposo. 
Da questa lettera si può facilmente dedurre che fra Lorenzo – che si trova “in religione da oltre quarant’anni” – ha attraversato un’intensa notte dell’anima durante i “primi dieci anni” della sua vita religiosa, e che in seguito “vi sono trent’anni” di “grandi gioie interiori”, come dice lui stesso nella lettera alla religiosa che abbiamo già citato, nella quale c’informa maggiormente sulla sua “pratica” costante della Presenza di Dio e sugli effetti positivi che ne trae: 
Attualmente si è così abituato a questa divina presenza, che ne riceve continui soccorsi in ogni occasione. Sono circa trent’anni che la sua anima gode di gioie interiori così continue e così grandi, da poterle moderare a mala pena. Se talvolta si assenta un po’ troppo da questa divina presenza, Dio si fa subito sentire nella sua anima per richiamarlo; ciò gli accade spesso quando è più impegnato nelle sue occupazioni esteriori. Risponde con grande fedeltà a queste attrattive interiori: con un’elevazione verso Dio o con uno sguardo dolce e amoroso, oppure con qualche parola che l’amore produce in questi incontri. […] L’esperienza di queste cose lo rende così certo che Dio è sempre nel fondo della sua anima, che non può concepirne alcun dubbio, qualunque cosa faccia e gli accada. 

Lo spirito del Carmelo 
Sottolineiamo il fatto che, entrando al Carmelo, fra Lorenzo ha trovato una comunità fervente nella quale lo spirito della Riforma teresiana era ben vivo. Proprio a Parigi i confratelli di Lorenzo hanno tradotto le opere della santa madre Teresa e di Giovanni della Croce. Nel corso di prediche e conferenze, oppure nei consigli dei suoi superiori e confessori, al nostro cuoco è certamente accaduto spesso d’intendere le parole della nostra santa madre Teresa che ci ricorda che non bisogna affatto affliggersi “quando l’obbedienza vi chiede di applicarvi a cose esteriori: vi mettesse pure in cucina, siate persuase che il Signore è in mezzo alle pentole e verrebbe ad aiutarvi, interiormente ed esteriormente, […] tanto più che il vero amante non cessa mai d’amare e pensa sempre all’amato! […] Però è necessario che nelle nostre opere, anche se non agissimo che per obbedienza e carità, cerchiamo sempre di non distrarci e di volgerci interiormente verso Dio” (Fondazioni, cap. 5) Per quanto riguarda l’armoniosa e fruttuosa unione di contemplazione e azione, il nostro fra Lorenzo – anch’egli intensamente attivo e profondamente contemplativo – offre dei suggerimenti pertinenti ai sacerdoti e agli studenti carmelitani, ma anche alle nostre sorelle contemplative e ad ogni cristiano laico o religioso, quando ci accade di essere chiamati agli impegni quotidiani e al servizio apostolico, umile e nascosto oppure glorioso e riconosciuto. 

L’uomo e la guida 
Per conoscere fra Lorenzo, la cosa migliore da fare è leggere le sue “Massime spirituali” e le “Lettere”, il cui testo autentico è stato recentemente ritrovato in modo provvidenziale. Si scopre in fra Lorenzo un uomo intelligente, assolutamente onesto; ha lo spirito limpido e va all’essenziale; la sua dottrina è fondata sia sulla fede che su una profonda esperienza di Dio; la sua parola è semplice ma convincente; ciò che dice è sempre ricco e dotato di senso; consulta talvolta dei “libri”, come dice lui stesso, perché non trascura la sua nutriente lettura spirituale; si sente che ha un cuore aperto e una natura retta; ha un buon senso dell’umorismo e non mena il can per l’aia. 
Ha degli amici celebri che lo stimano molto. Il futuro biografo di Lorenzo, Joseph de Beaufort, vicario generale di Mons. Antoine de Noailles (vescovo di Châlons-sur-Marne e più tardi cardinale di Parigi, nuovamente con il de Beaufort come vicario generale), è venuto spesso a consultare il frate e racconta che il nostro cuoco mistico gli disse in occasione del loro primo colloquio: “Dio illumina coloro che hanno il vero desiderio di essere suoi; se ero mosso da questo intento, potevo chiedere di lui ogni volta lo volessi, senza temere d’importunarlo; in caso contrario, che mi astenessi dal venire a trovarlo…”. 
Alcuni testimoni dicono che Lorenzo era rozzo, non nel senso di maleducato ma di diretto, di campagnolo, di semplice operaio, insomma di uno che non perde tempo con i complimenti e le belle formule… Beaufort abbozzerà così il ritratto del suo buon ‘staretz’: “La virtù di fra Lorenzo non lo rendeva affatto selvatico. Aveva un’accoglienza aperta, che suscitava fiducia e faceva intuire immediatamente che si poteva rivelargli tutto e che in lui si aveva trovato un buon amico. Da parte sua, quando conosceva coloro con i quali aveva a che fare, parlava con libertà e mostrava una grande bontà. Quel che diceva era semplice, ma sempre adatto e pieno di senso. Attraverso un’esteriorità rozza, si scopriva una singolare saggezza, una libertà superiore alle capacità ordinarie di un povero frate converso, una penetrazione che superava tutto ciò che ci si sarebbe aspettato da lui”. Ancora: egli aveva “il cuore più buono del mondo. La sua gradevole fisionomia, il suo aspetto umano e affabile, il suo tratto semplice e modesto gli guadagnavano rapidamente la stima e la benevolenza di tutti coloro che lo vedevano. Più lo si frequentava, più si scopriva in lui un fondo di rettitudine e di pietà che non s’incontra quasi in nessun altro. […] Lui, che non era di quelle persone che non si piegano mai e che considerano la santità incompatibile con dei modi di fare genuini, lui che non ostentava nulla, si umanizzava con tutti e agiva con bontà verso i suoi fratelli e amici, senza pretendere di distinguersene”. 
Il grande Fénelon, altro ammiratore del nostro cuoco mistico, lo ha conosciuto personalmente e testimonia: “Le parole proprie dei santi sono ben diverse dai discorsi di coloro che hanno voluto dipingerli. Santa Caterina da Genova è un prodigio d’amore. Fra Lorenzo è rozzo per natura e delicato per grazia. Io l’ho visto ed ho avuto con lui un’eccellente conversazione sulla morte, mentre era molto malato e… molto allegro”. E rivolgendosi a Bossuet nel corso delle loro sottili dispute sulla vera mistica, scriverà: “Si può apprendere tutti i giorni studiando le vie di Dio negli ignoranti esperimentati. Non si sarebbe potuto imparare praticamente, conversando per esempio col buon fra Lorenzo?”. 

Alcune idee-guida del suo insegnamento 
Senza dilungarci sulla sua vita teologale, intessuta di fede desta, di fiducia incrollabile, di carità incondizionata, ascoltiamo fra Lorenzo che ci comunica le sue forti e mature convinzioni, così come le troviamo nelle sue “Lettere” e “Massime spirituali”. 
* Una lunga esperienza personale ha convinto il nostro fratello che la pratica della Presenza di Dio è un mezzo eccellente per intensificare l’unione con Dio. Alla sua guida spirituale ha spiegato – lo abbiamo già letto sopra – in qual modo sia passato progressivamente da un’“orazione” più meditativa a un contatto affettuoso col Signore, presente “nel fondo del mio cuore”, continuando ad agire nella stessa maniera durante il “resto della giornata e perfino durante il mio lavoro”. Prosegue: 
Non percepisco alcuna fatica né dubbio sul mio stato, poiché non ho altra volontà che quella di Dio, che cerco di compiere in tutte le cose e alla quale sono così sottomesso che non vorrei sollevare da terra un filo di paglia contro il suo ordine, né per altro motivo che non sia il suo puro amore. Ho abbandonato tutte le mie devozioni e le preghiere non obbligatorie e mi dedico solo a mantenermi sempre alla Sua santa presenza, nella quale rimango con una semplice attenzione e uno sguardo generale e amoroso in Dio, che potrei chiamare presenza attuale di Dio, o meglio ancora un colloquio muto e segreto dell’anima con Dio, che non si interrompe quasi più e che mi provoca talvolta degli appagamenti e delle gioie interiori, e spesso anche esteriori, così grandi che fatico a moderarli. 
* Lorenzo diventa quindi un autentico profeta e apostolo della via della Presenza di Dio. Scrive a una religiosa: 
Se fossi un predicatore, non predicherei nient’altro che la pratica della presenza di Dio ; e se fossi direttore, la consiglierei a tutti, tanto la ritengo utile e necessaria. Secondo me, tutta la vita spirituale consiste in questo e mi sembra che, praticandola come si deve, si diventa spirituali in poco tempo. 
* Ma senza sforzo non si ottiene molto. Già al momento di entrare al Carmelo, Lorenzo era convinto che bisogna “dare tutto per il Tutto”. Per imparare a vivere “die ac nocte”, notte e giorno, nella Volontà e nella Presenza di Dio, come ci invita a fare la Regola del Carmelo, ci vuole quella “determinada determinación” di cui parlava santa Teresa di Gesù. Il carmelitano Lorenzo, figlio spirituale di Teresa di Gesù e di Giovanni della Croce, la pensa allo stesso modo. Nella lettera già citata, scrive: 
So che per questo bisogna che il cuore sia vuoto di tutte le altre cose, poiché Dio solo vuole possederlo; e poiché Egli non può possederlo esclusivamente senza svuotarlo di tutto ciò che non è Lui, così non può agirvi né fare ciò che vorrebbe, se noi non gli abbandoniamo interamente il cuore affinché ne possa fare quel che desidera. 
Ma, prosegue Lorenzo, l’unione con Dio ricercata per “amore puro” diventerà sorgente di grande felicità: 
Non c’è al mondo modo di vita più dolce o delizioso che la conversazione continua con Dio; soltanto coloro che la praticano e la gustano possono comprenderlo. 
* Questa pratica della Presenza bisogna dunque apprenderla, magari riapprenderla tutta la vita. Lorenzo confessa che anche lui, all’inizio, ha dovuto faticare: 
In quest’esercizio feci non poca fatica, ma perseveravo nonostante tutte le difficoltà che vi incontravo, senza spaventarmi né inquietarmi quando mi distraevo involontariamente. Non mi occupavo meno del mio Dio durante la giornata che durante le mie preghiere, […] perfino quand’ero immerso nel mio lavoro. […] Ecco la mia pratica ordinaria da quando sono entrato in religione. Benché non l’abbia praticata che con molta codardia e imperfettamente, ne ho ricavato tuttavia grandi vantaggi. […] Infine, a forza di ripetere tali atti, essi ci diventano più familiari e la presenza di Dio diviene come naturale. 
* L’apprendimento di questa pratica della Presenza sarà dunque progressivo, ma costante. Ecco ciò che Lorenzo, da buon pedagogo, consiglia a una signora con tatto e lungimiranza: 
Questo Dio di bontà non ci chiede molto: un piccolo ricordo ogni tanto, una piccola adorazione, talvolta domandargli la sua grazia, qualche volta offrirgli le vostre fatiche, prendervi la vostra consolazione con lui; durante i pasti e le vostre conversazioni, elevate qualche volta verso di lui il vostro cuore: il minimo ricordo gli sarà sempre graditissimo. Per far questo non bisogna gridare forte: è più vicino a noi di quanto pensiamo. Non è necessario essere sempre in chiesa per essere con Dio; possiamo fare del nostro cuore un oratorio nel quale possiamo ritirarci ogni tanto per intrattenerci con lui, umilmente e amorosamente. Chiunque è capace di questi colloqui familiari con Dio, gli uni più, gli altri meno. Egli sa che cosa possiamo fare. 
* A poco a poco si formeranno in noi la volontà e l’abitudine di volgerci frequentemente verso il Dio presente. Lorenzo ci raccomanda: 
una grande fedeltà alla pratica di questa presenza e allo sguardo interiore di Dio in sé, che bisogna fare sempre con dolcezza, umilmente e amorosamente. […] Bisogna curare particolarmente che questo sguardo interiore preceda anche d’un solo attimo le vostre azioni esteriori, che ogni tanto le accompagni e che sempre le concluda. Poiché ci vuol tempo e molto lavoro per acquisire tale pratica, non bisogna perciò scoraggiarsi quando vi si manca, poiché l’abitudine non si forma che con fatica; ma quando essa sarà formata, si farà tutto con piacere. 
* Fra Lorenzo vuole condurci alla profonda unione con Dio; all’anima fedele, egli apre degli orizzonti bellissimi e gioiosi: Questa presenza di Dio, un po’ faticosa all’inizio, se praticata con fedeltà produce segretamente nell’anima degli effetti meravigliosi, vi attira in abbondanza le grazie del Signore e la conduce insensibilmente a questo semplice sguardo, a quest’amorosa percezione di Dio presente ovunque, che è la più santa, la più solida, la più facile e la più efficace maniera di pregare. Tramite la presenza di Dio e questo sguardo interiore, l’anima si familiarizza con Dio a tal punto che essa trascorre pressoché tutta la vita in atti continui di amore, d’adorazione, di contrizione, di fiducia, di rendimento di grazie, di offerta, di domanda e di tutte le più eccellenti virtù. E talvolta essa può diventare un solo atto che non finisce più, perché l’anima è sempre nell’esercizio ininterrotto di questa divina presenza. 
Tre mesi prima di morire, il nostro fratello scrive: 
Ciò che mi consola in questa vita è che vedo Dio attraverso la fede. E lo vedo in un modo che potrebbe farmi dire talvolta: ‘Non credo più ma piuttosto vedo, esperimento ciò che la fede ci insegna’. E con questa certezza e questa pratica della fede, vivrò e morirò con lui. [E ancora, parlando della “fiducia”:] Non ne avremo mai abbastanza verso un amico così buono e fedele che non ci abbandonerà mai, né in questo mondo né nell’altro. 
* Dopo aver evocato un orizzonte così luminoso, Lorenzo rivolge a tutti quest’ultimo incoraggiamento, col quale terminiamo la nostra piccola antologia: 
So che si trovano poche persone che arrivano a questo livello: è una grazia di cui Dio favorisce soltanto alcune anime elette, perché in fin dei conti questo semplice sguardo è un dono della sua mano munifica. Tuttavia, per consolare coloro che intendono abbracciare questa santa pratica, dirò che egli la dona ordinariamente alle anime che vi si dispongono. E se non la dona, si può almeno – con l’aiuto delle sue grazie ordinarie – acquisire tramite la pratica della presenza di Dio un modo e uno stato di preghiera che si avvicinano molto a questo semplice sguardo. 

Una scoperta provvidenziale 
Fino ad oggi non disponevamo che di un solo testo stampato degli scritti di Lorenzo, edito dal sacerdote de Beufort nel 1691 e dal quale dipendevano tutti i lettori e gli scrittori. Ora, in modo assolutamente provvidenziale è stato scoperto un manoscritto del 1745 contenente la trascrizione delle opere di alcuni autori religiosi del diciassettesimo secolo, alla fine delle quali si trovano… anche le Lettere e le Massime spirituali di fra Lorenzo della Resurrezione. Su questa base verrà condotta una nuova edizione critica dei testi di fra Lorenzo. Il nostro fratello ne uscirà ancor più vero, libero, “teresiano”, dato che sono stati messi in evidenza alcuni tratti stilistici agiografici del de Beaufort, propri della sua epoca. Ciò non diminuisce affatto la nostra immensa gratitudine nei confronti di Joseph de Beaufort: senza di lui, i posteri non avrebbero conosciuto questo semplice fratello laico. Egli ha subito intuito la ricchezza spirituale del cuoco mistico da lui frequentato per un quarto di secolo, così come ha compreso l’importanza della sua dottrina e l’irraggiamento apostolico che i suoi scritti e il suo esempio avrebbero potuto avere. Lorenzo è un profeta del Sole di Dio che illumina la nostra vita, a condizione che noi stessi non preferiamo restare nell’ombra. 

La missione di fra Lorenzo continua 
Fra Lorenzo occupa un posto privilegiato nel cuore di molti cercatori di Dio nel mondo intero, anche presso i nostri fratelli protestanti, anglicani e ortodossi. Molti cristiani lo amano, lo ascoltano e lo venerano come una guida luminosa e un vero santo. Con la sua vita esposta al Sole di Dio e la sua testimonianza radiosa, fra Lorenzo della Resurrezione, vero figlio del Carmelo, prosegue oggi la sua benefica missione. Egli ci conduce a Dio, presente in tutta la vita, con la semplicità e l’amore. Non esistiamo a frequentarlo… 

Festa dell’Esaltazione della Croce Roma, 
14 settembre 2014 

P. Saverio Cannistrà, O.C.D. 
Preposito Generale 

FONTE: testo tratto dal sito della Provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano  

sabato 3 ottobre 2015

SAN FRANCESCO D'ASSISI - 4 OTTOBRE.




San Francesco d’Assisi
4 Ottobre


“Non appoggiarti all’uomo: deve morire: 
Non appoggiarti all’albero: deve seccare. 
Non appoggiarti al muro: deve crollare. 
Appoggiati a Dio, a Dio soltanto. 
Lui rimane sempre!” 
(San Francesco)


Dio sia sempre lodato per averci donato il Serafico Padre San Francesco, per averlo donato a tutta la Santa Chiesa, Sposa diletta di Cristo Signore nostro. Sii tu Francesco il nostro compagno di vita, colui che ci conduce per mano a scoprire la Parola di Dio e ad essere ogni giorno figli di Dio.

Buon onomastico a quanti portano il nome di San Francesco! 


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

Pax et Bonum 

giovedì 1 ottobre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - SETTIMA ED ULTIMA PARTE.



SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

 TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, 
fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. 
Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. 
Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX . 


COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 

 capitolo quinto 


ALCUNE AVVERTENZE NECESSARIE PER COLORO 
CHE SI DEDICANO ALLA PREGHIERA 

Una delle cose più ardue e difficili di questa vita è saper andare verso Dio e trattare con lui familiarmente. E non si può certo procedere per questa strada senza una buona guida né senza qualche avvertenza per non smarrirsi e, per questo, sarà necessario issarne qui qualcuna con la nostra consueta brevità. 


Prima avvertenza 

La prima riguarda lo scopo che con questi esercizi si deve conseguire. Bisogna rendersi conto che (essendo la comunicazione con Dio tanto dolce e gradevole, come dice il sapiente) molte persone, attratte dalla forza di questa meravigliosa dolcezza (che trascende tutto ciò che si può dire), giungono a Dio e si dedicano agli esercizi spirituali, lettura, preghiera, pratica dei sacramenti, per la gioia che ne ritraggono, così che il fine a cui tendono è il desiderio di questa meravigliosa dolcezza. Questo è un grande ed universale inganno in cui molti cadono. Il fine precipuo di tutte le nostre azioni deve essere amare Dio e cercarlo, mentre questo invece è amare e cercare se stessi, ossia la propria gioia e il proprio appagamento, che è il fine a cui i filosofi aspirano nella loro contemplazione. E questa è anche, come dice un padre della Chiesa, una specie di avidità, di lussuria, di gola spirituale, che è non meno pericolosa di quella materiale. 

Da questo stesso inganno ne consegue un altro non meno grave, cioè il giudicare se stessi e gli altri sulla base di questa gioia e sensibilità, credendo che uno abbia un grado maggiore o minore di perfezione, quanto più o meno gode di Dio, il che è un grave inganno. Contro questi due inganni è utile questa avvertenza e regola generale: capire che il fine di tutti gli esercizi e di tutta la vita spirituale è l'obbedienza ai comandamenti di Dio e il compimento della divina volontà, per cui deve morire la volontà propria perché viva e regni quella divina che è ad essa tanto contraria. 

Poiché non si può conseguire una vittoria così grande senza grandi favori e privilegi da parte di Dio, bisogna impegnarsi nella preghiera proprio per conseguire questi favori e privilegi che favoriscano l'impresa. In questo modo e per raggiungere questo fine, si possono chiedere e cercare le gioie della preghiera (come prima abbiamo detto), come le chiedeva David quando diceva: "Rendimi la gioia della tua salvezza e rinfrancami di uno spirito generoso" ( Sal 50, 14). Si comprenderà allora quale deve essere lo scopo di questi santi esercizi e come si deve considerare e commisurare il proprio vantaggio e quello degli altri non sulla base della gioia che si sarà ricevuta da Dio, bensì sulla base di quanto da Dio si potrà avere patito facendo la sua volontà e sacrificando la propria. 

Che questo debba essere il fine di tutte le nostre letture e preghiere non voglio spiegarlo con altri argomenti che con quella divina preghiera del salmo Beati immaculati in via (Sal 118) che nei suoi centosettantasette versi (è infatti il più lungo del salterio) non ne ha uno che non parli della legge di Dio e del rispetto dei suoi comandamenti, il che volle lo Spirito Santo affinché gli uomini si rendessero conto che le loro preghiere e meditazioni debbono essere ordinate tutte o in parte a un solo fine: l'obbedienza e il rispetto della legge di Dio. Tutto ciò che da esso si allontana è sottile e appariscente inganno del nemico, che vuol far credere agli uomini di essere importanti, mentre non lo sono. 

Per cui dicono molto bene i santi che la vera prova dell'uomo non è la gioia della preghiera, bensì la pazienza della tribolazione, l'abnegazione di se stessi, il compimento della divina volontà, anche se a tutto ciò sono di grande vantaggio sia la preghiera che la gioia e le consolazioni che se ne traggono. 

In base a ciò, chi volesse vedere quanto ha guadagnato nella strada verso Dio si deve domandare: Quanto cresce ogni giorno in umiltà interiore ed esteriore? Come sopporta le ingiustizie degli altri? Come riesce a tollerare le debolezze altrui? Come provvede alle necessità del suo prossimo? Come compatisce senza sdegnarsene i difetti altrui? Come ripone la speranza in Dio nel momento della prova? Come tiene a freno la sua lingua? Come sorveglia il suo cuore? Come tiene sottomessa la carne con tutti i sensi e le sue passioni? Come sa giovarsi della prospera e dell'avversa sorte? Come riesce a comportarsi con previdente gravita e discrezione in tutte le circostanze? Oltre tutto ciò, guardi se è morto in lui l'amore della gloria, della gioia, del mondo e si giudichi sulla base del vantaggio o dello svantaggio che avrà in ciò conseguito e non sulla base di ciò che sente o non sente di Dio. Per questo deve sempre avere un occhio, il più attento, alla mortificazione e l'altro alla preghiera, perché la mortificazione stessa non si può conseguire perfettamente senza l'aiuto della preghiera. 


Seconda avvertenza 

Se non dobbiamo desiderare consolazioni o diletti spirituali solo per fermarci ad essi, bensì per i vantaggi che ci procurano, tanto meno si debbono desiderare visioni, rivelazioni o rapimenti e cose simili che possono essere molto pericolose per chi non è ben radicato nell'umiltà. E non si abbia paura di essere con ciò disobbedienti a Dio, poiché quando egli vuole rivelare qualcosa, sa manifestarlo in modo tale che, per quanto si cerchi di fuggirlo, risulta tanto evidente da non poterne dubitare, anche se non lo si vuole. 


Terza avvertenza 

Bisogna inoltre stare attenti a non rivelare i favori o privilegi che nostro Signore concede, escluso, s'intende, il direttore spirituale. Per cui dice san Bernardo che l'uomo devoto deve avere scritte nella sua cella queste parole: Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me (Serm. 23 sup. cant.). 


Quarta avvertenza 

Bisogna inoltre stare bene attenti a trattare con Dio con la più grande umiltà e il maggior rispetto possibile, in modo che l'anima, così favorita e privilegiata da Dio, non distolga gli occhi da dentro di sé per guardare la sua meschinità, raccolga le sue ali e si umili davanti a tanto grande maestà, come faceva sant'Agostino di cui si dice che avesse imparato a rallegrarsi timorosamente della presenza di Dio. 


Quinta avvertenza 

Abbiamo detto prima che il servo di Dio deve preoccuparsi di avere il tempo stabilito per occuparsi di Dio, ma che oltre a questo tempo, usuale di ogni giorno, deve ogni tanto liberarsi da ogni genere di occupazioni, per tante che siano, per dedicarsi tutto agli esercizi spirituali e dare alla sua anima un pasto abbondante con cui recuperare quello che ogni giorno si disperde a causa dei propri difetti e acquisire nuove forze per andare più avanti. Nonostante ciò si debba fare anche in altri momenti, soprattutto bisogna farlo nelle feste principali dell'anno e nei momenti di dolore e tribolazione o dopo lunghi viaggi o affari che abbiano causato distrazione e dispersione nel cuore, per tornare a raccoglierlo. 


Sesta avvertenza 

Ci sono inoltre alcuni che hanno poco tempo e misura nelle loro fatiche devote, quando si trovano bene con Dio. Per questi la prosperità stessa viene ad essere occasione di pericolo. Ci sono molti, infatti, a cui pare che questa grazia sia loro concessa a piene mani e che, trovando così dolce il contatto con il Signore, si dedicano tanto ad essa e prolungano tanto i tempi della preghiera, le veglie, i sacrifici fisici che la natura, non riuscendo a sopportare un peso così continuato, si riduce a terra. 

Da ciò deriva il fatto che molti si rovinano la testa e lo stomaco e si rendono incapaci non solo di altre fatiche fisiche, ma anche degli stessi esercizi di preghiera. Per la qual cosa, bisogna avere molta cautela in queste circostanze soprattutto all'inizio, quando il fervore e le consolazioni sono maggiori e minori l'esperienza e la misura, per non fiaccarsi le gambe e arrendersi a metà strada. 

L'altro estremo contrario è quello di coloro che se la prendono comoda e, col pretesto della discrezione, risparmiano al loro corpo le fatiche, cosa che, se è molto dannosa a tutti, lo è molto di più per coloro che cominciano, perché, come dice san Bernardo, è impossibile che perseveri molto nella vita religiosa colui che si risparmia quando è novizio (Ad frafres de Mont.); da principiante vuol essere prudente e, da ragazzo ancora novellino, comincia a risparmiarsi e a prendersela con comodo come un vecchio. 

Non è facile giudicare quale di questi due estremi sia più pericoloso, benché è certo che alla mancanza di misura (come dice molto bene Gerson), e finché il corpo è in buona salute, si può porre rimedio, quando è già rovinato dalla mancanza di misura, si può fare ben poco. 


Settima avvertenza 

C'è anche un altro pericolo su questo cammino, forse più grave degli altri ed è che molte persone, dopo aver esperimentato alcune volte la virtù inestimabile della preghiera e aver visto per esperienza come tutta l'armonia della vita spirituale da essa dipenda e che essa è il tutto e che sola basta a porci in salvo, si scordino delle altre virtù e rifuggano da tutto il resto. Da ciò deriva che come tutte le altre virtù aiutano questa, mancando il fondamento, manchi anche l'edificio e così, mentre si cerca questa virtù, meno si riesce a procedere con essa. 

Per questo dunque il servo di Dio deve porre gli occhi non in una sola virtù, per grande che sia, bensì in tutte, perché, come nella chitarra una sola corda non fa armonia se non suonano tutte, così una sola virtù non basta per fare questa spirituale consonanza, se tutte non si accordano con essa. Come un orologio se si guasta un solo ingranaggio si ferma completamente, così si blocca l'orologio della vita spirituale se manca una sola virtù. 


Ottava avvertenza 

È necessario ora tenere presente che tutti gli avvertimenti detti sin qui per promuovere la devozione devono essere presi come preparazione per accostarsi alla grazia divina, impegnandosi in essi, ma abbandonando la fiducia in essi per riporla in Dio. Dico questo perché esistono alcune persone che eseguono a puntino tutte queste regole e disposizioni, credendo che, come colui che impara un mestiere, una volta che ne abbia osservate tutte le regole, per merito di esse diventerà un buon artigiano, così chi abbia rispettato queste regole, possa ottenere, per loro merito, ciò che desidera; non tengono conto che in questo modo trasformano la grazia in tecnica e attribuiscono a regole e artifici umani ciò che è pura e spontanea misericordia del Signore. 

Per questo, bisogna prendere questi consigli non come frutto di tecnica bensì di grazia, perché in questo modo ci si renderà conto che il primo strumento che è necessario è una profonda umiltà e il riconoscimento della propria miseria con una grandissima fiducia nella misericordia divina, perché dal riconoscimento dell'uno e dell'altra derivino continue lacrime e preghiere con le quali, entrando per la porta dell'umiltà, si raggiunga ciò che si desidera e se ne ringrazi senza nessuna punta di presunzione ne’ nel proprio modo di pregare ne’ in altra cosa che non sia di Dio. 

FINE 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

martedì 29 settembre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - PARTE SESTA.


 
SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, 
fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. 
Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. 
Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX . 

 
COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 

PARTE SECONDA 

capitolo primo 
COS'È LA DEVOZIONE 


La fatica più grande che debbono affrontare le persone che si dedicano alla preghiera è la mancanza di devozione in cui spesso si trovano, poiché quando essa non manca, non vi è cosa più facile e più dolce che il pregare. Per questa ragione, poiché abbiamo già trattato l'argomento della preghiera e il modo in cui essa deve svolgersi, sarà bene che trattiamo adesso delle difficoltà e delle tentazioni più comuni delle persone devote e di alcune avvertenze di cui tener conto in questi esercizi. In primo luogo, sarà opportuno dire chiaramente cos'è la devozione per sapere prima quale sia il bene in cui ci impegnarne. 

La devozione (dice san Tommaso) è una virtù che rende l'uomo sollecito e pronto a tutte le altre virtù e che ridesta e sollecita al bene operare (II Quest., 82, art. 1). 

Questa definizione dichiara in modo manifesto la grande necessità e utilità di questa virtù in cui è rinchiuso più di quanto si possa pensare. Per la qual cosa, bisogna sapere che il maggiore impedimento al vivere bene è la corruzione della natura umana derivata dal peccato, da cui procedono la nostra inclinazione al male e la difficoltà e la lentezza nell'operare il bene. Queste due ci rendono molto difficile il cammino della virtù, che è di per sé la cosa più bella, più amabile, più onorevole del mondo. 

Contro questa difficoltà e lentezza, la divina sapienza progettò il più adeguato rimedio che è la virtù e il soccorso della devozione poiché, come il vento di tramontana disperde le nubi e lascia il cielo sereno e sgombro, così la vera devozione spazza dalla nostra anima ogni lentezza e difficoltà e la lascia idonea e sgombra per ogni bene; questa è una virtù tale da essere un dono dello Spirito Santo, una rugiada del cielo, un aiuto, una visitazione di Dio, raggiunto con la preghiera, la cui prerogativa è combattere contro la difficoltà e la lentezza, vincere la tiepidezza, dare prontezza, riempire l'anima di buoni desideri, illuminare l'intelletto, rafforzare la volontà, accendere l'amore a Dio, spegnere le fiamme dei turpi desideri, generare distacco dal mondo e odio per il peccato, imprimere all'uomo un nuovo fervore, un nuovo spirito, una nuova forza, un nuovo respiro per operare il bene. 

Così come fu Sansone che, quando aveva i capelli, aveva maggiore forza di tutti gli altri uomini del mondo e, quando ne restò senza, era debole come tutti gli altri, così è anche l'anima del cristiano quando ha la devozione; quando non l'ha è debole. Questo, dunque, è ciò che volle dire san Tommaso in quella definizione e questa è senza dubbio la più grande lode che si possa fare di questa virtù, che, pur essendo una sola, è uno stimolo e uno sprone per tutte le altre; per questo, chi desidera davvero procedere per la strada delle virtù non deve andare avanti senza questi sproni, perché non potrà, senza di essi, scuotere la sua bestia dalla pigrizia. 

Da ciò che si è detto, appare chiaro cosa sia la vera ed essenziale devozione. Non è devozione, infatti, quella tenerezza del cuore o quel conforto provato qualche volta da coloro che pregano, che non si accompagni alla prontezza e alla voglia di fare il bene; anzi, spesso accade che ci si trovi nell'uno senza l'altro, proprio quando il Signore vuole metterci alla prova. 

È vero che da questa devozione e prontezza molte volte nasce quella consolazione e, al contrario, questa stessa consolazione e piacere spirituale aumentano la devozione, che consiste proprio nella franchezza e nell'ansia di operare il bene. Per questa ragione, i servi di Dio possono ben a ragione desiderare e richiedere tale gioia e consolazione non per il piacere che in esse si prova, bensì perché provocano la crescita di quella devozione che ci rende capaci di fare il bene, come li volle indicare il profeta, dicendo: Ho percorso la strada dei tuoi comandamenti. 

Signore, quando hai allargato il mio cuore (Sal 118, 32), vale a dire con la gioia della tua consolazione che fu la causa di questa spirituale agilità. 

Cerchiamo ora di esaminare i mezzi con cui si consegue questa devozione, perché ad essa si congiungono tutte le altre virtù che hanno familiarità speciale con Dio, di esaminare i mezzi con cui si riesce a conseguire la perfetta preghiera e contemplazione, le consolazioni dello Spirito Santo, l'amore di Dio, la saggezza celeste e quell'unione del nostro spirito con Dio, che è il fine di tutta la vita spirituale, e infine di esaminare i mezzi con cui si raggiunge Dio stesso in questa vita, cioè il tesoro del Vangelo, che è la perla preziosa per cui il saggio mercante si disfece lietamente di ogni altra cosa. Donde appare evidente che questa è un'altissima teologia, poiché qui si insegna la via per il sommo bene e, passo per passo, si costruisce una scala per raggiungere il frutto della felicità che in questa vita si può ottenere.
  
capitolo secondo 
NOVE COSE CHE AIUTANO A CONSEGUIRE 
LA DEVOZIONE 


Le azioni che consolidano la devozione sono molte. In primo luogo, è assolutamente necessario considerare questi santi esercizi con molta serietà e risolutezza, con cuore ben determinato e disposto a tutto ciò che è necessario, per quanto arduo e difficoltoso, per ottenere quella perla preziosa. Si sa che il raggiungimento di ogni grande fine richiede sforzi notevoli: così è anche per questo, almeno agli inizi. 

È dunque di aiuto la difesa del cuore da ogni genere di pensiero ozioso e inutile, da ogni affetto ed amore estraneo, da ogni turbamento e impulso appassionato, poiché è chiaro che ciascuno di questi moti dell'animo impedisce la devozione e che bisogna invece avere il cuore sereno per meditare e pregare così come, per suonare, bisogna aver la chitarra accordata. 

È di aiuto ancora vigilar sui sensi, soprattutto gli occhi, gli orecchi, la lingua, poiché per mezzo della lingua il cuore si disperde, per mezzo degli occhi e degli orecchi si riempie di diverse cose e fantasie da cui possono essere turbati la pace e la tranquillità dello spirito. Per questo, giustamente si dice che colui che contempla deve essere sordo, cieco, muto, perché quanto meno si disperde esteriormente, tanto più inferiormente è raccolto. È di aiuto, per questo, anche la solitudine, non solo perché toglie le occasioni di distrazione ai sensi e al cuore e le occasioni di peccato, ma anche perché invita l'uomo a restare in se stesso, a trattare con Dio e con se stesso, mosso dall'opportunità del luogo che non ammette nessun'altra compagnia. 

È di aiuto, inoltre, la lettura di libri di carattere spirituale e devoti che offrano materia di riflessione, raccolgano il cuore e ridestino la devozione e facciano sì che l'uomo pensi volentieri a ciò che dolcemente ha imparato; sempre, infatti, ritorna alla memoria ciò che nel cuore sovrabbonda. È di aiuto, inoltre, il richiamo continuo di Dio, tornare sempre alla sua presenza e fare uso di quelle brevi preghiere che sant'Agostino chiama giaculatorie (In Epist. ad Prob., cap. 10 e Epist., 121), poiché esse sorvegliano la casa del cuore e conservano il calore della devozione di cui prima si è discorso. In questo modo, ci si trova sempre, in ogni momento, pronti per mettersi a pregare. 

Questa è una delle testimonianze più efficaci della vita spirituale e uno dei più efficaci rimedi per coloro che non hanno tempo ne’ opportunità di dedicarsi alla preghiera. 

Chi avesse sempre questa preoccupazione, in poco tempo potrebbe trarre grande vantaggio. 

È di aiuto anche la continuità e la perseveranza nei santi esercizi nei tempi e nei luoghi prefissi, soprattutto di sera o al mattino presto, che sono i tempi più adeguati alla preghiera come tutta la Sacra Scrittura ci insegna. Sono di aiuto inoltre la severità e le astinenze inflitte al proprio corpo, come tavola povera, il letto duro, il cilicio, la disciplina e altre cose simili, poiché ognuna di esse come nasce dalla devozione, così anche ridesta, conserva e potenzia la radice da cui nasce. 

Sono infine di aiuto le opere di misericordia perché ci danno la forza di patire davanti a Dio e accompagnano efficacemente le nostre orazioni, perché non possono essere definite del tutto aride e si rendono degne di essere accolte con misericordia le preghiere che procedono da un cuore misericordioso. 

capitolo terzo 
DIECI COSE CHE IMPEDISCONO LA DEVOZIONE 


Come ci sono cose che sono di aiuto alla devozione, così ce ne sono altre che la ostacolano. 

Di esse, la prima è costituita dai peccati, non solo da quelli mortali, bensì anche da quelli veniali poiché, anche se non tolgono la carità, ne’ tolgono il fervore, che è quasi lo stesso della devozione, per cui è bene evitarli con ogni cura, anche se non per il male che ci fanno, per il grande bene da cui ci allontanano. 

Ci è di ostacolo anche, quando è eccessivo, il rimorso di coscienza che procede dai peccati stessi, perché rende l'anima inquieta e prostrata, perturbata e fiacca per ogni buon esercizio. 

Sono anche di ostacolo gli scrupoli suscitati dalla stessa causa, perché sono come spine e non lasciano riposare, né trovare conforto in Dio né godere dell'autentica pace. 

Sono anche di ostacolo ogni amarezza, ogni malumore, ogni tristezza disordinata del cuore, che impediscono di compiacersi della gioia e della dolcezza, della buona coscienza e della serenità spirituale. 

Sono altresì di ostacolo le eccessive preoccupazioni che sono come le zanzare egiziane che inquietano l'anima e non le consentono di dormire il sonno spirituale che si dorme durante la preghiera, ma anzi la turbano e la distraggono. 

Sono di ostacolo le eccessive occupazioni che riempiono il tempo e affogano lo spirito, senza lasciare la possibilità di giungere a Dio.

Sono di ostacolo i piaceri e i diletti dei sensi quando sono smodati, poiché, come dice san Bernardo (Serm. 5 in Natali Dom.), chi si da troppo ai piaceri del mondo non è degno di quelli dello Spirito Santo. 

È di ostacolo il piacere di mangiar troppo, soprattutto i lunghi conviti, che sono una pessima preparazione alle attività spirituali e alle sacre veglie, perché col corpo appesantito e sazio di cibo, l'animo si trova mal disposto a volare verso l'alto. 

È di ostacolo il vizio della curiosità, così dei sensi come dell'intelletto, cioè il voler udire e vedere molte cose e desiderare cose linde, curiose, ben elaborate perché tutto ciò porta via tempo, imbroglia i sensi, inquieta l'anima e la disperde in molte parti, ostacolando la devozione. 

È infine di ostacolo l'interruzione di tutti questi santi esercizi, a meno che non ci sia una qualche pietosa e giusta necessità, perché, come dice un padre della Chiesa, lo spirito di devozione è molto fragile e quando se ne è andato o non torna o ritorna con grande difficoltà. E per questo, come gli alberi, i corpi umani vogliono i loro normali mezzi di sostentamento e, se questi mancano, si indeboliscono e vengono meno, così fa la devozione, quando le viene meno il sostentamento dell'attenzione. 

Tutto questo si è detto per sommi capi per tenere meglio a mente quanto si è affermato, ma ciascuno potrà accorgersi di ciò personalmente con l'esercizio e la lunga esperienza. 

capitolo quarto 
LE TENTAZIONI PIÙ' COMUNI 
CHE SONO SOLITE MOLESTARE COLORO 
CHE SI DEDICANO 
ALLA PREGHIERA E I LORO RIMEDI 


Sarà bene esaminare ora le tentazioni più comuni delle persone che si dedicano alla preghiera e i loro rimedi. Esse sono per lo più le seguenti: la mancanza di consolazione spirituale, la guerra di pensieri importuni, i pensieri di bestemmia e di incredulità, il timore smodato, il sonno eccessivo, la sfiducia di trarre vantaggio e la presunzione di averne già tratto molto, l'eccessivo desiderio di sapere, la bramosia senza discrezione di trarre dei benefici. Queste sono le tentazioni più comuni sulla via della preghiera e i loro rimedi sono i seguenti. 

Prima avvertenza 

In primo luogo, per coloro a cui manca la consolazione spirituale, il rimedio è che non cessino l'esercizio della preghiera abituale anche se a loro sembra insipida e infruttuosa; si mettano anzi alla presenza di Dio come rei e colpevoli, esaminino la loro coscienza e guardino se per disgrazia hanno perduto questa grazia per colpa loro, implorino con fiducia il Signore di perdonarli e proclamino gli inestimabili tesori della sua pazienza e misericordia nel sopportare e perdonare chi non sa far altro che offenderlo. In questo modo, trarrà profitto dalla sua aridità prendendo occasione di umiliarsi di più, vedendo quanto pecca e di amare di più Dio, vedendo quanto perdona. Non desista da questi esercizi, anche se non ne ricava gioia, perché non è necessario che ciò che da vantaggio sia anche piacevole. Almeno questo si sa per esperienza: tutte le volte che si persevera nella preghiera eseguendo nel modo migliore ciò che si può, alla fine se ne esce consolati e lieti, constatando che si è fatto tutto quanto si poteva. Fa molto agli occhi di Dio chi fa tutto ciò che può, anche se può poco. Nostro Signore non guarda tanto al risultato, quanto alla disponibilità e alla volontà. Da molto chi desidera dare molto, chi da tutto ciò che ha, chi non tiene nulla per sé. 

Non c'è merito nel perseverare nella preghiera quando se ne trae grande conforto, si ha merito quando la devozione è poca e molta è la preghiera e molta di più è l'umiltà, la pazienza, la perseveranza nel fare il bene. 

È anche necessario, in questi momenti più che negli altri, procedere con cura e sollecitudine, vigilando, esaminando con cura i propri pensieri, le proprie parole, le proprie opere, perché se manca la gioia spirituale (che è il remo principale di questa navigazione) si supplisca con cura e diligenza a quanto manca di grazia. Quando ti senti in questa condizione, renditi conto (come dice san Bernardo) che si sono addormentate le guardie che ti vigilavano e sono caduti i muri che ti difendevano. 

Per questo, ogni speranza di salvezza è nelle armi, poiché se il muro non ti difende, ti devono difendere la spada e la destrezza nel combattere. 

Oh, quanto grande è la gloria dell'anima che combatte in questo modo, che si difende senza scudo, che combatte senza armi ed è forte senza forze e che, trovandosi sola nella battaglia, assume per sua compagnia l'ardore e il coraggio! 

Non c'è gloria maggiore nel mondo che imitare il Salvatore nelle sue virtù. E tra le sue virtù, si annovera come principale l'avere sofferto ciò che soffrì senza consentire alla sua anima nessun genere di conforto. In questo modo, colui che così soffre e combatte è tanto migliore imitatore di Cristo quanto più è privo di ogni genere di conforto. Ciò significa bere il calice puro dell'obbedienza senza mescolarla ad altra bevanda. Questo è il momento essenziale in cui si prova l'autenticità degli amici e si vede se lo sono davvero oppure no. 

Seconda avvertenza 

Contro il turbamento dei pensieri importuni che ci fanno guerra durante la preghiera, il rimedio è combattere contro di essi virilmente e con perseveranza, anche se questa resistenza non può non essere con eccessiva fatica ed angoscia dello spirito, perché questa impresa non richiede tanto forza quanto grazia ed umiltà. Per questo, quando ci si trova in questa situazione, ci si deve volgere a Dio senza scrupolo. Senza angoscia (questa infatti non è una colpa o lo è molto leggera) e con tutta umiltà e devozione gli si dica: " Vedi, mio Signore, chi sono, che cosa ci si poteva aspettare da questo immondezzaio se non simili odori? Che cosa ci si poteva aspettare da questa terra che hai maledetto, se non rovi e spine? Questo è il frutto che può dare se tu, Signore, non la purifichi ".

Detto questo, si torni a riprendere il filo come prima e si attenda con pazienza la visitazione del Signore, che non manca mai a chi si umilia. Se ancora poi ti daranno inquietudine i tuoi pensieri e tu ancora con perseveranza resisterai e farai ciò che sta in te, abbi per certo che guadagnerai più terreno in questa resistenza che se stessi godendo pienamente di Dio. 

Terza avvertenza 

Per rimedio alla tentazione di bestemmia, devi tener conto che, poiché nessun tipo di perturbazione è più penosa di questa, non ce n'è alcuna meno pericolosa e che il rimedio consiste nel non dar retta alle tentazioni, dal momento che il peccato non consiste in essa bensì nel consenso e nel piacere, che qui non ci sono, tutt'altro. Questa può anzi definirsi una pena invece che una colpa, poiché quanto più si è lontani dal trarre piacere da queste tentazioni, tanto più si è lontani dall'averne colpa. 

Il rimedio quindi è disprezzarle e non temerle, poiché, quando se ne ha troppo timore, si finisce col ridestarle e col suscitarle. 

Quarta avvertenza 

Contro le tentazioni di incredulità, il rimedio è che ci si ricordi, da un lato, la piccolezza umana, dall'altro la grandezza divina, si pensi a ciò che Dio richiede e non si sia curiosi di voler commisurare le sue opere, dal momento che molte di loro trascendono le nostre capacità di comprensione. Pertanto, colui che vuole entrare nel santuario delle opere divine, deve farlo con molta umiltà e riverenza, con occhi di semplice colomba e non di malizioso serpente, con cuore di fanciullo e non di giudice temerario. Ci si faccia piccoli come bambini, perché proprio a loro Dio rivela i suoi segreti. Non si cerchi di sapere il perché delle opere divine, si chiuda l'occhio della ragione e si apra quello della fede, perché questo è lo strumento con cui si possono cogliere le opere di Dio. Per guardare le opere dell'uomo occorre l'occhio della ragione umana, per guardare quelle di Dio non c'è nulla di meno idoneo.

Poiché questa sensazione è in genere penosissima, il rimedio è quello che abbiamo suggerito per la tentazione precedente: non farci caso, perché questa è più una sofferenza che una colpa e non si può avere colpa in ciò a cui si oppone la volontà, come si è dichiarato. 

Quinta avvertenza 

Alcuni sono ostacolati da grandi rimorsi e fantasie quando si ritirano in solitudine di notte a pregare. Contro questa tentazione, il rimedio è farsi forza e perseverare nella devozione, perché se si fugge cresce il timore e se si combatte il coraggio. 

Torna molto utile tener presente che né il demonio né alcun altro essere ha il potere di farci del male senza il consenso di nostro Signore. 

Torna inoltre ancora molto utile tener presente che abbiamo al nostro fianco l'angelo custode, più presente durante la preghiera che in ogni altro momento, perché proprio in quel momento è lì per aiutarci e portare al cielo le nostre preghiere e difenderci dal demonio, affinché non ci faccia del male. 

Sesta avvertenza  

Contro il sonno eccessivo, il rimedio consiste nel tenere presente che esso può dipendere da necessità fisica e allora il rimedio è molto semplice: non negare al corpo ciò che gli spetta perché esso non ostacoli ciò che spetta a noi. Altre volte può dipendere da malattia e allora non c'è da angosciarsene perché non se ne ha colpa, ma neppure bisogna lasciarsi andare del tutto senza fare quanto sta in noi per non rinunciare del tutto alla preghiera, senza la quale non possiamo avere né sicura né vera gioia in questa vita. Altre volte, il sonno nasce dalla pigrizia oppure è il diavolo che lo procura. 

In questo caso, il rimedio è il digiuno, il non bere vino, bere poca acqua, stare in ginocchio e in piedi o con le braccia in croce e non appoggiato e sottoporsi a qualche disciplina che tenga desta e stimoli la carne. 

Alla fine, l'unico e generale rimedio contro questo male, come per tutti gli altri, è chiedere aiuto a colui che è sempre pronto darlo a coloro che vorranno chiederlo. 

Settima avvertenza  

Contro le tentazioni della sfiducia e della presunzione, che sono vizi autentici, è gioco forza che ci siano rimedi diversi. Contro la sfiducia, il rimedio è tenere presente che non si riesce ad ottenere un buon risultato con le sole proprie forze bensì con la grazia divina che tanto più presto si consegue quanto più si diffida delle proprie forze e si confida nella bontà di Dio a cui tutto è possibile.

Per la presunzione, il rimedio consiste nel tenere presente che non c'è più chiaro indizio di essere molto lontani che il credere di essere molto vicini, perché, in questo cammino, coloro che scoprono più terra si affannano di più accorgendosi di quanto sono lontani dalla meta e, per questo, non si accorgono quanto posseggono in rapporto a quanto desiderano. Rispecchiati, dunque, nella vita dei santi o di altre persone eminenti che siano ancora vive e ti accorgerai di essere, di fronte a loro, come un nano alla presenza di un gigante e guarirai così dalla tua presunzione. 

Ottava avvertenza 

Contro la tentazione dello smodato desiderio di sapere e di studiare, il primo rimedio consiste nel tener presente quanto la virtù sia più nobile della scienza e quanto più eccellente la sapienza divina che quella umana, per vedere quanto più ci si deve impegnare in quegli esercizi coi quali si raggiunge più l'una che l'altra. Abbia pure la gloria della sapienza del mondo le grandezze che si vuole, ma questa gloria termina con la vita. 

Che cosa può essere dunque più meschino che acquistare con tanta fatica ciò che si può godere tanto poco? Tutto quello che puoi conoscere sulla terra è nulla. Se ti impegnerai nell'amore di Dio, potrai presto vederlo e vedere in lui tutte le cose. "Il giorno del giudizio non ci sarà chiesto ciò che abbiamo letto, bensì ciò che abbiamo fatto, non quanto bene abbiamo parlato o predicato, bensì quanto bene abbiamo operato" (Kempis, lib. I.) 

Nona avvertenza 

Contro la tentazione dello zelo eccessivo di recar vantaggio agli altri, il rimedio principale è tenere presente che il vantaggio del prossimo non deve avvenire a nostro danno e capire che non dobbiamo occuparci tanto delle coscienze altrui da non aver tempo per la nostra, tempo che deve essere sufficiente a tenere il cuore costantemente raccolto e devoto. È questo infatti quell'andare nello spirito che, come dice l'apostolo, consiste nel procedere dell'uomo più in Dio che in se stesso. 

Poiché ciò è la radice e l'origine di ogni nostro bene, tutta la nostra fatica deve consistere nel cercare di pregare tanto a lungo e tanto profondamente da avere sempre il cuore raccolto e devoto. E a questo non è sufficiente qualsiasi modo di raccogliersi e di pregare bensì occorre una preghiera molto prolungata e profonda. 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano