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sabato 3 ottobre 2015

SAN FRANCESCO D'ASSISI - 4 OTTOBRE.




San Francesco d’Assisi
4 Ottobre


“Non appoggiarti all’uomo: deve morire: 
Non appoggiarti all’albero: deve seccare. 
Non appoggiarti al muro: deve crollare. 
Appoggiati a Dio, a Dio soltanto. 
Lui rimane sempre!” 
(San Francesco)


Dio sia sempre lodato per averci donato il Serafico Padre San Francesco, per averlo donato a tutta la Santa Chiesa, Sposa diletta di Cristo Signore nostro. Sii tu Francesco il nostro compagno di vita, colui che ci conduce per mano a scoprire la Parola di Dio e ad essere ogni giorno figli di Dio.

Buon onomastico a quanti portano il nome di San Francesco! 


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

Pax et Bonum 

giovedì 1 ottobre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - SETTIMA ED ULTIMA PARTE.



SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

 TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, 
fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. 
Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. 
Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX . 


COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 

 capitolo quinto 


ALCUNE AVVERTENZE NECESSARIE PER COLORO 
CHE SI DEDICANO ALLA PREGHIERA 

Una delle cose più ardue e difficili di questa vita è saper andare verso Dio e trattare con lui familiarmente. E non si può certo procedere per questa strada senza una buona guida né senza qualche avvertenza per non smarrirsi e, per questo, sarà necessario issarne qui qualcuna con la nostra consueta brevità. 


Prima avvertenza 

La prima riguarda lo scopo che con questi esercizi si deve conseguire. Bisogna rendersi conto che (essendo la comunicazione con Dio tanto dolce e gradevole, come dice il sapiente) molte persone, attratte dalla forza di questa meravigliosa dolcezza (che trascende tutto ciò che si può dire), giungono a Dio e si dedicano agli esercizi spirituali, lettura, preghiera, pratica dei sacramenti, per la gioia che ne ritraggono, così che il fine a cui tendono è il desiderio di questa meravigliosa dolcezza. Questo è un grande ed universale inganno in cui molti cadono. Il fine precipuo di tutte le nostre azioni deve essere amare Dio e cercarlo, mentre questo invece è amare e cercare se stessi, ossia la propria gioia e il proprio appagamento, che è il fine a cui i filosofi aspirano nella loro contemplazione. E questa è anche, come dice un padre della Chiesa, una specie di avidità, di lussuria, di gola spirituale, che è non meno pericolosa di quella materiale. 

Da questo stesso inganno ne consegue un altro non meno grave, cioè il giudicare se stessi e gli altri sulla base di questa gioia e sensibilità, credendo che uno abbia un grado maggiore o minore di perfezione, quanto più o meno gode di Dio, il che è un grave inganno. Contro questi due inganni è utile questa avvertenza e regola generale: capire che il fine di tutti gli esercizi e di tutta la vita spirituale è l'obbedienza ai comandamenti di Dio e il compimento della divina volontà, per cui deve morire la volontà propria perché viva e regni quella divina che è ad essa tanto contraria. 

Poiché non si può conseguire una vittoria così grande senza grandi favori e privilegi da parte di Dio, bisogna impegnarsi nella preghiera proprio per conseguire questi favori e privilegi che favoriscano l'impresa. In questo modo e per raggiungere questo fine, si possono chiedere e cercare le gioie della preghiera (come prima abbiamo detto), come le chiedeva David quando diceva: "Rendimi la gioia della tua salvezza e rinfrancami di uno spirito generoso" ( Sal 50, 14). Si comprenderà allora quale deve essere lo scopo di questi santi esercizi e come si deve considerare e commisurare il proprio vantaggio e quello degli altri non sulla base della gioia che si sarà ricevuta da Dio, bensì sulla base di quanto da Dio si potrà avere patito facendo la sua volontà e sacrificando la propria. 

Che questo debba essere il fine di tutte le nostre letture e preghiere non voglio spiegarlo con altri argomenti che con quella divina preghiera del salmo Beati immaculati in via (Sal 118) che nei suoi centosettantasette versi (è infatti il più lungo del salterio) non ne ha uno che non parli della legge di Dio e del rispetto dei suoi comandamenti, il che volle lo Spirito Santo affinché gli uomini si rendessero conto che le loro preghiere e meditazioni debbono essere ordinate tutte o in parte a un solo fine: l'obbedienza e il rispetto della legge di Dio. Tutto ciò che da esso si allontana è sottile e appariscente inganno del nemico, che vuol far credere agli uomini di essere importanti, mentre non lo sono. 

Per cui dicono molto bene i santi che la vera prova dell'uomo non è la gioia della preghiera, bensì la pazienza della tribolazione, l'abnegazione di se stessi, il compimento della divina volontà, anche se a tutto ciò sono di grande vantaggio sia la preghiera che la gioia e le consolazioni che se ne traggono. 

In base a ciò, chi volesse vedere quanto ha guadagnato nella strada verso Dio si deve domandare: Quanto cresce ogni giorno in umiltà interiore ed esteriore? Come sopporta le ingiustizie degli altri? Come riesce a tollerare le debolezze altrui? Come provvede alle necessità del suo prossimo? Come compatisce senza sdegnarsene i difetti altrui? Come ripone la speranza in Dio nel momento della prova? Come tiene a freno la sua lingua? Come sorveglia il suo cuore? Come tiene sottomessa la carne con tutti i sensi e le sue passioni? Come sa giovarsi della prospera e dell'avversa sorte? Come riesce a comportarsi con previdente gravita e discrezione in tutte le circostanze? Oltre tutto ciò, guardi se è morto in lui l'amore della gloria, della gioia, del mondo e si giudichi sulla base del vantaggio o dello svantaggio che avrà in ciò conseguito e non sulla base di ciò che sente o non sente di Dio. Per questo deve sempre avere un occhio, il più attento, alla mortificazione e l'altro alla preghiera, perché la mortificazione stessa non si può conseguire perfettamente senza l'aiuto della preghiera. 


Seconda avvertenza 

Se non dobbiamo desiderare consolazioni o diletti spirituali solo per fermarci ad essi, bensì per i vantaggi che ci procurano, tanto meno si debbono desiderare visioni, rivelazioni o rapimenti e cose simili che possono essere molto pericolose per chi non è ben radicato nell'umiltà. E non si abbia paura di essere con ciò disobbedienti a Dio, poiché quando egli vuole rivelare qualcosa, sa manifestarlo in modo tale che, per quanto si cerchi di fuggirlo, risulta tanto evidente da non poterne dubitare, anche se non lo si vuole. 


Terza avvertenza 

Bisogna inoltre stare attenti a non rivelare i favori o privilegi che nostro Signore concede, escluso, s'intende, il direttore spirituale. Per cui dice san Bernardo che l'uomo devoto deve avere scritte nella sua cella queste parole: Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me (Serm. 23 sup. cant.). 


Quarta avvertenza 

Bisogna inoltre stare bene attenti a trattare con Dio con la più grande umiltà e il maggior rispetto possibile, in modo che l'anima, così favorita e privilegiata da Dio, non distolga gli occhi da dentro di sé per guardare la sua meschinità, raccolga le sue ali e si umili davanti a tanto grande maestà, come faceva sant'Agostino di cui si dice che avesse imparato a rallegrarsi timorosamente della presenza di Dio. 


Quinta avvertenza 

Abbiamo detto prima che il servo di Dio deve preoccuparsi di avere il tempo stabilito per occuparsi di Dio, ma che oltre a questo tempo, usuale di ogni giorno, deve ogni tanto liberarsi da ogni genere di occupazioni, per tante che siano, per dedicarsi tutto agli esercizi spirituali e dare alla sua anima un pasto abbondante con cui recuperare quello che ogni giorno si disperde a causa dei propri difetti e acquisire nuove forze per andare più avanti. Nonostante ciò si debba fare anche in altri momenti, soprattutto bisogna farlo nelle feste principali dell'anno e nei momenti di dolore e tribolazione o dopo lunghi viaggi o affari che abbiano causato distrazione e dispersione nel cuore, per tornare a raccoglierlo. 


Sesta avvertenza 

Ci sono inoltre alcuni che hanno poco tempo e misura nelle loro fatiche devote, quando si trovano bene con Dio. Per questi la prosperità stessa viene ad essere occasione di pericolo. Ci sono molti, infatti, a cui pare che questa grazia sia loro concessa a piene mani e che, trovando così dolce il contatto con il Signore, si dedicano tanto ad essa e prolungano tanto i tempi della preghiera, le veglie, i sacrifici fisici che la natura, non riuscendo a sopportare un peso così continuato, si riduce a terra. 

Da ciò deriva il fatto che molti si rovinano la testa e lo stomaco e si rendono incapaci non solo di altre fatiche fisiche, ma anche degli stessi esercizi di preghiera. Per la qual cosa, bisogna avere molta cautela in queste circostanze soprattutto all'inizio, quando il fervore e le consolazioni sono maggiori e minori l'esperienza e la misura, per non fiaccarsi le gambe e arrendersi a metà strada. 

L'altro estremo contrario è quello di coloro che se la prendono comoda e, col pretesto della discrezione, risparmiano al loro corpo le fatiche, cosa che, se è molto dannosa a tutti, lo è molto di più per coloro che cominciano, perché, come dice san Bernardo, è impossibile che perseveri molto nella vita religiosa colui che si risparmia quando è novizio (Ad frafres de Mont.); da principiante vuol essere prudente e, da ragazzo ancora novellino, comincia a risparmiarsi e a prendersela con comodo come un vecchio. 

Non è facile giudicare quale di questi due estremi sia più pericoloso, benché è certo che alla mancanza di misura (come dice molto bene Gerson), e finché il corpo è in buona salute, si può porre rimedio, quando è già rovinato dalla mancanza di misura, si può fare ben poco. 


Settima avvertenza 

C'è anche un altro pericolo su questo cammino, forse più grave degli altri ed è che molte persone, dopo aver esperimentato alcune volte la virtù inestimabile della preghiera e aver visto per esperienza come tutta l'armonia della vita spirituale da essa dipenda e che essa è il tutto e che sola basta a porci in salvo, si scordino delle altre virtù e rifuggano da tutto il resto. Da ciò deriva che come tutte le altre virtù aiutano questa, mancando il fondamento, manchi anche l'edificio e così, mentre si cerca questa virtù, meno si riesce a procedere con essa. 

Per questo dunque il servo di Dio deve porre gli occhi non in una sola virtù, per grande che sia, bensì in tutte, perché, come nella chitarra una sola corda non fa armonia se non suonano tutte, così una sola virtù non basta per fare questa spirituale consonanza, se tutte non si accordano con essa. Come un orologio se si guasta un solo ingranaggio si ferma completamente, così si blocca l'orologio della vita spirituale se manca una sola virtù. 


Ottava avvertenza 

È necessario ora tenere presente che tutti gli avvertimenti detti sin qui per promuovere la devozione devono essere presi come preparazione per accostarsi alla grazia divina, impegnandosi in essi, ma abbandonando la fiducia in essi per riporla in Dio. Dico questo perché esistono alcune persone che eseguono a puntino tutte queste regole e disposizioni, credendo che, come colui che impara un mestiere, una volta che ne abbia osservate tutte le regole, per merito di esse diventerà un buon artigiano, così chi abbia rispettato queste regole, possa ottenere, per loro merito, ciò che desidera; non tengono conto che in questo modo trasformano la grazia in tecnica e attribuiscono a regole e artifici umani ciò che è pura e spontanea misericordia del Signore. 

Per questo, bisogna prendere questi consigli non come frutto di tecnica bensì di grazia, perché in questo modo ci si renderà conto che il primo strumento che è necessario è una profonda umiltà e il riconoscimento della propria miseria con una grandissima fiducia nella misericordia divina, perché dal riconoscimento dell'uno e dell'altra derivino continue lacrime e preghiere con le quali, entrando per la porta dell'umiltà, si raggiunga ciò che si desidera e se ne ringrazi senza nessuna punta di presunzione ne’ nel proprio modo di pregare ne’ in altra cosa che non sia di Dio. 

FINE 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

martedì 29 settembre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - PARTE SESTA.


 
SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, 
fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. 
Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. 
Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX . 

 
COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 

PARTE SECONDA 

capitolo primo 
COS'È LA DEVOZIONE 


La fatica più grande che debbono affrontare le persone che si dedicano alla preghiera è la mancanza di devozione in cui spesso si trovano, poiché quando essa non manca, non vi è cosa più facile e più dolce che il pregare. Per questa ragione, poiché abbiamo già trattato l'argomento della preghiera e il modo in cui essa deve svolgersi, sarà bene che trattiamo adesso delle difficoltà e delle tentazioni più comuni delle persone devote e di alcune avvertenze di cui tener conto in questi esercizi. In primo luogo, sarà opportuno dire chiaramente cos'è la devozione per sapere prima quale sia il bene in cui ci impegnarne. 

La devozione (dice san Tommaso) è una virtù che rende l'uomo sollecito e pronto a tutte le altre virtù e che ridesta e sollecita al bene operare (II Quest., 82, art. 1). 

Questa definizione dichiara in modo manifesto la grande necessità e utilità di questa virtù in cui è rinchiuso più di quanto si possa pensare. Per la qual cosa, bisogna sapere che il maggiore impedimento al vivere bene è la corruzione della natura umana derivata dal peccato, da cui procedono la nostra inclinazione al male e la difficoltà e la lentezza nell'operare il bene. Queste due ci rendono molto difficile il cammino della virtù, che è di per sé la cosa più bella, più amabile, più onorevole del mondo. 

Contro questa difficoltà e lentezza, la divina sapienza progettò il più adeguato rimedio che è la virtù e il soccorso della devozione poiché, come il vento di tramontana disperde le nubi e lascia il cielo sereno e sgombro, così la vera devozione spazza dalla nostra anima ogni lentezza e difficoltà e la lascia idonea e sgombra per ogni bene; questa è una virtù tale da essere un dono dello Spirito Santo, una rugiada del cielo, un aiuto, una visitazione di Dio, raggiunto con la preghiera, la cui prerogativa è combattere contro la difficoltà e la lentezza, vincere la tiepidezza, dare prontezza, riempire l'anima di buoni desideri, illuminare l'intelletto, rafforzare la volontà, accendere l'amore a Dio, spegnere le fiamme dei turpi desideri, generare distacco dal mondo e odio per il peccato, imprimere all'uomo un nuovo fervore, un nuovo spirito, una nuova forza, un nuovo respiro per operare il bene. 

Così come fu Sansone che, quando aveva i capelli, aveva maggiore forza di tutti gli altri uomini del mondo e, quando ne restò senza, era debole come tutti gli altri, così è anche l'anima del cristiano quando ha la devozione; quando non l'ha è debole. Questo, dunque, è ciò che volle dire san Tommaso in quella definizione e questa è senza dubbio la più grande lode che si possa fare di questa virtù, che, pur essendo una sola, è uno stimolo e uno sprone per tutte le altre; per questo, chi desidera davvero procedere per la strada delle virtù non deve andare avanti senza questi sproni, perché non potrà, senza di essi, scuotere la sua bestia dalla pigrizia. 

Da ciò che si è detto, appare chiaro cosa sia la vera ed essenziale devozione. Non è devozione, infatti, quella tenerezza del cuore o quel conforto provato qualche volta da coloro che pregano, che non si accompagni alla prontezza e alla voglia di fare il bene; anzi, spesso accade che ci si trovi nell'uno senza l'altro, proprio quando il Signore vuole metterci alla prova. 

È vero che da questa devozione e prontezza molte volte nasce quella consolazione e, al contrario, questa stessa consolazione e piacere spirituale aumentano la devozione, che consiste proprio nella franchezza e nell'ansia di operare il bene. Per questa ragione, i servi di Dio possono ben a ragione desiderare e richiedere tale gioia e consolazione non per il piacere che in esse si prova, bensì perché provocano la crescita di quella devozione che ci rende capaci di fare il bene, come li volle indicare il profeta, dicendo: Ho percorso la strada dei tuoi comandamenti. 

Signore, quando hai allargato il mio cuore (Sal 118, 32), vale a dire con la gioia della tua consolazione che fu la causa di questa spirituale agilità. 

Cerchiamo ora di esaminare i mezzi con cui si consegue questa devozione, perché ad essa si congiungono tutte le altre virtù che hanno familiarità speciale con Dio, di esaminare i mezzi con cui si riesce a conseguire la perfetta preghiera e contemplazione, le consolazioni dello Spirito Santo, l'amore di Dio, la saggezza celeste e quell'unione del nostro spirito con Dio, che è il fine di tutta la vita spirituale, e infine di esaminare i mezzi con cui si raggiunge Dio stesso in questa vita, cioè il tesoro del Vangelo, che è la perla preziosa per cui il saggio mercante si disfece lietamente di ogni altra cosa. Donde appare evidente che questa è un'altissima teologia, poiché qui si insegna la via per il sommo bene e, passo per passo, si costruisce una scala per raggiungere il frutto della felicità che in questa vita si può ottenere.
  
capitolo secondo 
NOVE COSE CHE AIUTANO A CONSEGUIRE 
LA DEVOZIONE 


Le azioni che consolidano la devozione sono molte. In primo luogo, è assolutamente necessario considerare questi santi esercizi con molta serietà e risolutezza, con cuore ben determinato e disposto a tutto ciò che è necessario, per quanto arduo e difficoltoso, per ottenere quella perla preziosa. Si sa che il raggiungimento di ogni grande fine richiede sforzi notevoli: così è anche per questo, almeno agli inizi. 

È dunque di aiuto la difesa del cuore da ogni genere di pensiero ozioso e inutile, da ogni affetto ed amore estraneo, da ogni turbamento e impulso appassionato, poiché è chiaro che ciascuno di questi moti dell'animo impedisce la devozione e che bisogna invece avere il cuore sereno per meditare e pregare così come, per suonare, bisogna aver la chitarra accordata. 

È di aiuto ancora vigilar sui sensi, soprattutto gli occhi, gli orecchi, la lingua, poiché per mezzo della lingua il cuore si disperde, per mezzo degli occhi e degli orecchi si riempie di diverse cose e fantasie da cui possono essere turbati la pace e la tranquillità dello spirito. Per questo, giustamente si dice che colui che contempla deve essere sordo, cieco, muto, perché quanto meno si disperde esteriormente, tanto più inferiormente è raccolto. È di aiuto, per questo, anche la solitudine, non solo perché toglie le occasioni di distrazione ai sensi e al cuore e le occasioni di peccato, ma anche perché invita l'uomo a restare in se stesso, a trattare con Dio e con se stesso, mosso dall'opportunità del luogo che non ammette nessun'altra compagnia. 

È di aiuto, inoltre, la lettura di libri di carattere spirituale e devoti che offrano materia di riflessione, raccolgano il cuore e ridestino la devozione e facciano sì che l'uomo pensi volentieri a ciò che dolcemente ha imparato; sempre, infatti, ritorna alla memoria ciò che nel cuore sovrabbonda. È di aiuto, inoltre, il richiamo continuo di Dio, tornare sempre alla sua presenza e fare uso di quelle brevi preghiere che sant'Agostino chiama giaculatorie (In Epist. ad Prob., cap. 10 e Epist., 121), poiché esse sorvegliano la casa del cuore e conservano il calore della devozione di cui prima si è discorso. In questo modo, ci si trova sempre, in ogni momento, pronti per mettersi a pregare. 

Questa è una delle testimonianze più efficaci della vita spirituale e uno dei più efficaci rimedi per coloro che non hanno tempo ne’ opportunità di dedicarsi alla preghiera. 

Chi avesse sempre questa preoccupazione, in poco tempo potrebbe trarre grande vantaggio. 

È di aiuto anche la continuità e la perseveranza nei santi esercizi nei tempi e nei luoghi prefissi, soprattutto di sera o al mattino presto, che sono i tempi più adeguati alla preghiera come tutta la Sacra Scrittura ci insegna. Sono di aiuto inoltre la severità e le astinenze inflitte al proprio corpo, come tavola povera, il letto duro, il cilicio, la disciplina e altre cose simili, poiché ognuna di esse come nasce dalla devozione, così anche ridesta, conserva e potenzia la radice da cui nasce. 

Sono infine di aiuto le opere di misericordia perché ci danno la forza di patire davanti a Dio e accompagnano efficacemente le nostre orazioni, perché non possono essere definite del tutto aride e si rendono degne di essere accolte con misericordia le preghiere che procedono da un cuore misericordioso. 

capitolo terzo 
DIECI COSE CHE IMPEDISCONO LA DEVOZIONE 


Come ci sono cose che sono di aiuto alla devozione, così ce ne sono altre che la ostacolano. 

Di esse, la prima è costituita dai peccati, non solo da quelli mortali, bensì anche da quelli veniali poiché, anche se non tolgono la carità, ne’ tolgono il fervore, che è quasi lo stesso della devozione, per cui è bene evitarli con ogni cura, anche se non per il male che ci fanno, per il grande bene da cui ci allontanano. 

Ci è di ostacolo anche, quando è eccessivo, il rimorso di coscienza che procede dai peccati stessi, perché rende l'anima inquieta e prostrata, perturbata e fiacca per ogni buon esercizio. 

Sono anche di ostacolo gli scrupoli suscitati dalla stessa causa, perché sono come spine e non lasciano riposare, né trovare conforto in Dio né godere dell'autentica pace. 

Sono anche di ostacolo ogni amarezza, ogni malumore, ogni tristezza disordinata del cuore, che impediscono di compiacersi della gioia e della dolcezza, della buona coscienza e della serenità spirituale. 

Sono altresì di ostacolo le eccessive preoccupazioni che sono come le zanzare egiziane che inquietano l'anima e non le consentono di dormire il sonno spirituale che si dorme durante la preghiera, ma anzi la turbano e la distraggono. 

Sono di ostacolo le eccessive occupazioni che riempiono il tempo e affogano lo spirito, senza lasciare la possibilità di giungere a Dio.

Sono di ostacolo i piaceri e i diletti dei sensi quando sono smodati, poiché, come dice san Bernardo (Serm. 5 in Natali Dom.), chi si da troppo ai piaceri del mondo non è degno di quelli dello Spirito Santo. 

È di ostacolo il piacere di mangiar troppo, soprattutto i lunghi conviti, che sono una pessima preparazione alle attività spirituali e alle sacre veglie, perché col corpo appesantito e sazio di cibo, l'animo si trova mal disposto a volare verso l'alto. 

È di ostacolo il vizio della curiosità, così dei sensi come dell'intelletto, cioè il voler udire e vedere molte cose e desiderare cose linde, curiose, ben elaborate perché tutto ciò porta via tempo, imbroglia i sensi, inquieta l'anima e la disperde in molte parti, ostacolando la devozione. 

È infine di ostacolo l'interruzione di tutti questi santi esercizi, a meno che non ci sia una qualche pietosa e giusta necessità, perché, come dice un padre della Chiesa, lo spirito di devozione è molto fragile e quando se ne è andato o non torna o ritorna con grande difficoltà. E per questo, come gli alberi, i corpi umani vogliono i loro normali mezzi di sostentamento e, se questi mancano, si indeboliscono e vengono meno, così fa la devozione, quando le viene meno il sostentamento dell'attenzione. 

Tutto questo si è detto per sommi capi per tenere meglio a mente quanto si è affermato, ma ciascuno potrà accorgersi di ciò personalmente con l'esercizio e la lunga esperienza. 

capitolo quarto 
LE TENTAZIONI PIÙ' COMUNI 
CHE SONO SOLITE MOLESTARE COLORO 
CHE SI DEDICANO 
ALLA PREGHIERA E I LORO RIMEDI 


Sarà bene esaminare ora le tentazioni più comuni delle persone che si dedicano alla preghiera e i loro rimedi. Esse sono per lo più le seguenti: la mancanza di consolazione spirituale, la guerra di pensieri importuni, i pensieri di bestemmia e di incredulità, il timore smodato, il sonno eccessivo, la sfiducia di trarre vantaggio e la presunzione di averne già tratto molto, l'eccessivo desiderio di sapere, la bramosia senza discrezione di trarre dei benefici. Queste sono le tentazioni più comuni sulla via della preghiera e i loro rimedi sono i seguenti. 

Prima avvertenza 

In primo luogo, per coloro a cui manca la consolazione spirituale, il rimedio è che non cessino l'esercizio della preghiera abituale anche se a loro sembra insipida e infruttuosa; si mettano anzi alla presenza di Dio come rei e colpevoli, esaminino la loro coscienza e guardino se per disgrazia hanno perduto questa grazia per colpa loro, implorino con fiducia il Signore di perdonarli e proclamino gli inestimabili tesori della sua pazienza e misericordia nel sopportare e perdonare chi non sa far altro che offenderlo. In questo modo, trarrà profitto dalla sua aridità prendendo occasione di umiliarsi di più, vedendo quanto pecca e di amare di più Dio, vedendo quanto perdona. Non desista da questi esercizi, anche se non ne ricava gioia, perché non è necessario che ciò che da vantaggio sia anche piacevole. Almeno questo si sa per esperienza: tutte le volte che si persevera nella preghiera eseguendo nel modo migliore ciò che si può, alla fine se ne esce consolati e lieti, constatando che si è fatto tutto quanto si poteva. Fa molto agli occhi di Dio chi fa tutto ciò che può, anche se può poco. Nostro Signore non guarda tanto al risultato, quanto alla disponibilità e alla volontà. Da molto chi desidera dare molto, chi da tutto ciò che ha, chi non tiene nulla per sé. 

Non c'è merito nel perseverare nella preghiera quando se ne trae grande conforto, si ha merito quando la devozione è poca e molta è la preghiera e molta di più è l'umiltà, la pazienza, la perseveranza nel fare il bene. 

È anche necessario, in questi momenti più che negli altri, procedere con cura e sollecitudine, vigilando, esaminando con cura i propri pensieri, le proprie parole, le proprie opere, perché se manca la gioia spirituale (che è il remo principale di questa navigazione) si supplisca con cura e diligenza a quanto manca di grazia. Quando ti senti in questa condizione, renditi conto (come dice san Bernardo) che si sono addormentate le guardie che ti vigilavano e sono caduti i muri che ti difendevano. 

Per questo, ogni speranza di salvezza è nelle armi, poiché se il muro non ti difende, ti devono difendere la spada e la destrezza nel combattere. 

Oh, quanto grande è la gloria dell'anima che combatte in questo modo, che si difende senza scudo, che combatte senza armi ed è forte senza forze e che, trovandosi sola nella battaglia, assume per sua compagnia l'ardore e il coraggio! 

Non c'è gloria maggiore nel mondo che imitare il Salvatore nelle sue virtù. E tra le sue virtù, si annovera come principale l'avere sofferto ciò che soffrì senza consentire alla sua anima nessun genere di conforto. In questo modo, colui che così soffre e combatte è tanto migliore imitatore di Cristo quanto più è privo di ogni genere di conforto. Ciò significa bere il calice puro dell'obbedienza senza mescolarla ad altra bevanda. Questo è il momento essenziale in cui si prova l'autenticità degli amici e si vede se lo sono davvero oppure no. 

Seconda avvertenza 

Contro il turbamento dei pensieri importuni che ci fanno guerra durante la preghiera, il rimedio è combattere contro di essi virilmente e con perseveranza, anche se questa resistenza non può non essere con eccessiva fatica ed angoscia dello spirito, perché questa impresa non richiede tanto forza quanto grazia ed umiltà. Per questo, quando ci si trova in questa situazione, ci si deve volgere a Dio senza scrupolo. Senza angoscia (questa infatti non è una colpa o lo è molto leggera) e con tutta umiltà e devozione gli si dica: " Vedi, mio Signore, chi sono, che cosa ci si poteva aspettare da questo immondezzaio se non simili odori? Che cosa ci si poteva aspettare da questa terra che hai maledetto, se non rovi e spine? Questo è il frutto che può dare se tu, Signore, non la purifichi ".

Detto questo, si torni a riprendere il filo come prima e si attenda con pazienza la visitazione del Signore, che non manca mai a chi si umilia. Se ancora poi ti daranno inquietudine i tuoi pensieri e tu ancora con perseveranza resisterai e farai ciò che sta in te, abbi per certo che guadagnerai più terreno in questa resistenza che se stessi godendo pienamente di Dio. 

Terza avvertenza 

Per rimedio alla tentazione di bestemmia, devi tener conto che, poiché nessun tipo di perturbazione è più penosa di questa, non ce n'è alcuna meno pericolosa e che il rimedio consiste nel non dar retta alle tentazioni, dal momento che il peccato non consiste in essa bensì nel consenso e nel piacere, che qui non ci sono, tutt'altro. Questa può anzi definirsi una pena invece che una colpa, poiché quanto più si è lontani dal trarre piacere da queste tentazioni, tanto più si è lontani dall'averne colpa. 

Il rimedio quindi è disprezzarle e non temerle, poiché, quando se ne ha troppo timore, si finisce col ridestarle e col suscitarle. 

Quarta avvertenza 

Contro le tentazioni di incredulità, il rimedio è che ci si ricordi, da un lato, la piccolezza umana, dall'altro la grandezza divina, si pensi a ciò che Dio richiede e non si sia curiosi di voler commisurare le sue opere, dal momento che molte di loro trascendono le nostre capacità di comprensione. Pertanto, colui che vuole entrare nel santuario delle opere divine, deve farlo con molta umiltà e riverenza, con occhi di semplice colomba e non di malizioso serpente, con cuore di fanciullo e non di giudice temerario. Ci si faccia piccoli come bambini, perché proprio a loro Dio rivela i suoi segreti. Non si cerchi di sapere il perché delle opere divine, si chiuda l'occhio della ragione e si apra quello della fede, perché questo è lo strumento con cui si possono cogliere le opere di Dio. Per guardare le opere dell'uomo occorre l'occhio della ragione umana, per guardare quelle di Dio non c'è nulla di meno idoneo.

Poiché questa sensazione è in genere penosissima, il rimedio è quello che abbiamo suggerito per la tentazione precedente: non farci caso, perché questa è più una sofferenza che una colpa e non si può avere colpa in ciò a cui si oppone la volontà, come si è dichiarato. 

Quinta avvertenza 

Alcuni sono ostacolati da grandi rimorsi e fantasie quando si ritirano in solitudine di notte a pregare. Contro questa tentazione, il rimedio è farsi forza e perseverare nella devozione, perché se si fugge cresce il timore e se si combatte il coraggio. 

Torna molto utile tener presente che né il demonio né alcun altro essere ha il potere di farci del male senza il consenso di nostro Signore. 

Torna inoltre ancora molto utile tener presente che abbiamo al nostro fianco l'angelo custode, più presente durante la preghiera che in ogni altro momento, perché proprio in quel momento è lì per aiutarci e portare al cielo le nostre preghiere e difenderci dal demonio, affinché non ci faccia del male. 

Sesta avvertenza  

Contro il sonno eccessivo, il rimedio consiste nel tenere presente che esso può dipendere da necessità fisica e allora il rimedio è molto semplice: non negare al corpo ciò che gli spetta perché esso non ostacoli ciò che spetta a noi. Altre volte può dipendere da malattia e allora non c'è da angosciarsene perché non se ne ha colpa, ma neppure bisogna lasciarsi andare del tutto senza fare quanto sta in noi per non rinunciare del tutto alla preghiera, senza la quale non possiamo avere né sicura né vera gioia in questa vita. Altre volte, il sonno nasce dalla pigrizia oppure è il diavolo che lo procura. 

In questo caso, il rimedio è il digiuno, il non bere vino, bere poca acqua, stare in ginocchio e in piedi o con le braccia in croce e non appoggiato e sottoporsi a qualche disciplina che tenga desta e stimoli la carne. 

Alla fine, l'unico e generale rimedio contro questo male, come per tutti gli altri, è chiedere aiuto a colui che è sempre pronto darlo a coloro che vorranno chiederlo. 

Settima avvertenza  

Contro le tentazioni della sfiducia e della presunzione, che sono vizi autentici, è gioco forza che ci siano rimedi diversi. Contro la sfiducia, il rimedio è tenere presente che non si riesce ad ottenere un buon risultato con le sole proprie forze bensì con la grazia divina che tanto più presto si consegue quanto più si diffida delle proprie forze e si confida nella bontà di Dio a cui tutto è possibile.

Per la presunzione, il rimedio consiste nel tenere presente che non c'è più chiaro indizio di essere molto lontani che il credere di essere molto vicini, perché, in questo cammino, coloro che scoprono più terra si affannano di più accorgendosi di quanto sono lontani dalla meta e, per questo, non si accorgono quanto posseggono in rapporto a quanto desiderano. Rispecchiati, dunque, nella vita dei santi o di altre persone eminenti che siano ancora vive e ti accorgerai di essere, di fronte a loro, come un nano alla presenza di un gigante e guarirai così dalla tua presunzione. 

Ottava avvertenza 

Contro la tentazione dello smodato desiderio di sapere e di studiare, il primo rimedio consiste nel tener presente quanto la virtù sia più nobile della scienza e quanto più eccellente la sapienza divina che quella umana, per vedere quanto più ci si deve impegnare in quegli esercizi coi quali si raggiunge più l'una che l'altra. Abbia pure la gloria della sapienza del mondo le grandezze che si vuole, ma questa gloria termina con la vita. 

Che cosa può essere dunque più meschino che acquistare con tanta fatica ciò che si può godere tanto poco? Tutto quello che puoi conoscere sulla terra è nulla. Se ti impegnerai nell'amore di Dio, potrai presto vederlo e vedere in lui tutte le cose. "Il giorno del giudizio non ci sarà chiesto ciò che abbiamo letto, bensì ciò che abbiamo fatto, non quanto bene abbiamo parlato o predicato, bensì quanto bene abbiamo operato" (Kempis, lib. I.) 

Nona avvertenza 

Contro la tentazione dello zelo eccessivo di recar vantaggio agli altri, il rimedio principale è tenere presente che il vantaggio del prossimo non deve avvenire a nostro danno e capire che non dobbiamo occuparci tanto delle coscienze altrui da non aver tempo per la nostra, tempo che deve essere sufficiente a tenere il cuore costantemente raccolto e devoto. È questo infatti quell'andare nello spirito che, come dice l'apostolo, consiste nel procedere dell'uomo più in Dio che in se stesso. 

Poiché ciò è la radice e l'origine di ogni nostro bene, tutta la nostra fatica deve consistere nel cercare di pregare tanto a lungo e tanto profondamente da avere sempre il cuore raccolto e devoto. E a questo non è sufficiente qualsiasi modo di raccogliersi e di pregare bensì occorre una preghiera molto prolungata e profonda. 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

lunedì 28 settembre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - PARTE QUINTA.



SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX . 



COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 


capitolo dodicesimo 

ALCUNE AVVERTENZE DA TENER PRESENTI 
IN QUESTA SANTA PRATICA 

Tutto ciò che si è detto sin qui serve come materia di meditazione, che è uno degli aspetti principali di questo esercizio, perché solo la minima parte della gente ha bastante materia di meditazione e così, per difetto di essa, molti non possono fare bene questa pratica. Diremo ora, in breve, il modo e la forma con cui dobbiamo seguirla. Sebbene in questa materia il primo maestro sia lo Spirito Santo, l'esperienza ci ha tuttavia dimostrato che sono qui necessarie alcune avvertenze perché la strada per giungere a Dio è ardua e necessita di guida, senza la quale molti per molto tempo sono perduti e fuorviati. 

Prima avvertenza 

Questa sia dunque la prima avvertenza: quando ci mettiamo a meditare qualcuno dei pensieri suddetti, nel tempo e con le pratiche determinate, non dobbiamo restare attaccati ad essa tanto da considerare mal fatto procedere da essa ad un'altra, se in essa troviamo maggior devozione, maggior gioia, maggior vantaggio, poiché, dato che il fine di questo esercizio è la devozione, si deve considerare migliore ciò che più serve a questo fine. 

Tuttavia, ciò non si deve fare per ragioni banali, bensì a ragion veduta. Così, se in qualche momento della propria orazione o meditazione si sente più gioia o devozione che in un altro, ci si trattenga in esso tutto il tempo che questo sentimento dura, anche se esso occupa tutto il tempo del raccoglimento. Perché se, come abbiamo detto, il fine di tutto è la devozione, sarebbe uno sbaglio cercare in un'altra parte, con incerta speranza, ciò che abbiamo già sicuro tra le mani. 

Seconda avvertenza 

La seconda avvertenza è sforzarsi di evitare, in questo esercizio di pietà, l'eccessiva concentrazione dell'intelletto e dedicarsi ad esso più con lo slancio e la tensione della volontà che coi discorsi e le elucubrazioni dell'intelletto. Senza dubbio, infatti, falliscono l'intento coloro che si pongono a meditare i misteri divini nella preghiera come se li studiassero per predicare, il che significa più dissipare lo spirito che raccoglierlo e andare più fuori che dentro di sé. Così si verifica che, terminata la preghiera, restano aridi, senza il frutto della devozione, superficiali e disponibili a qualsiasi banalità come erano prima. Difatti, in realtà, essi non hanno pregato, bensì parlato e studiato, il che è cosa ben diversa dalla preghiera. Costoro dovrebbero considerare che in questo esercizio noi giungiamo più ad ascoltare che a parlare. E per ben riuscire dunque a ciò, bisogna giungervi col cuore di una vecchietta umile e ignorante e più con la volontà disposta e preparata ad intendere e ad amare le cose di Dio che con l'intelletto aguzzato e intento a sviscerarle, poiché questo atteggiamento è proprio di coloro che studiano per sapere e non di coloro che pregano e pensano a Dio per piangere. 

Terza avvertenza 

La precedente avvertenza ci insegna come dobbiamo moderare l'intelletto e affidare tutto il nostro impegno alla volontà, ma anche a questa bisogna porre una regola e una misura, perché non sia ne’ eccessiva ne’ veemente nel suo sforzo, poiché bisogna rendersi conto che la devozione che vogliamo raggiungere non può essere raggiunta per forza come pensano alcuni, che cercano di ottenere le lacrime e la compassione quando pensano alla passione del Salvatore, con eccessiva sollecitudine a tristezze forzate e fittizie, perché questo serve solo a inaridire il cuore e a renderlo non disponibile alla visitazione del Signore, come ci insegna Cassiano (Collation 9 cap. 30). 

Oltre a ciò, questi atteggiamenti sono soliti danneggiare la salute del corpo e a volte lasciano l'animo così intimorito dall'insipienza tratta dalla meditazione, che si ha paura di tornare ancora ad essa come a qualcosa che si è esperimentato come un fastidio. Ci si accontenti, dunque, di fare bene ciò che ci spetta, che è trovarsi presente a ciò che il Signore patì, guardando con occhi semplici e sereni, con cuore tenero, compassionevole e disponibile a tutto il dolore che il Signore voglia infonderci per quello che ha patito, più disposti ad accogliere l'effetto prodotto dalla sua misericordia che ad esprimerlo per forza. E non ci si angosci inoltre se questo effetto non si produce. 

Quarta avvertenza 

Da tutto quanto abbiamo detto, possiamo dedurre qual è la forma di attenzione che dobbiamo avere nell'orazione, perché, soprattutto qui, dobbiamo avere il cuore non abbattuto e fiacco, bensì vivo, attento e proteso verso l'alto. 

Quando tuttavia è necessario impegnarsi con attenzione e raccoglimento del cuore, tanto d'altra parte bisogna che tale attenzione sia misurata e moderata perché non sia dannosa alla salute e di ostacolo alla devozione. Ci sono alcuni, infatti, come abbiamo detto, che si stancano la testa con l'eccessivo sforzo di concentrarsi in ciò che pensano. 

Ci sono altri, invece, che, per evitare questi inconvenienti, se ne stanno deboli, dimessi e pronti a farsi portar via da tutti i venti. Per evitare questi estremi, bisogna tenere la giusta misura, così da non stancare la testa con l'eccessiva attenzione e da non lasciar vagabondare il pensiero dove vuole per disattenzione e fiacchezza. Come siamo soliti dire a chi cavalca un cavallo difficile, si tratta tenere le redini giuste, né tirate né lente, perché non torni indietro o proceda pericolosamente e così dobbiamo fare in modo che la nostra attenzione sia moderata e non forzata, attenta e non angosciata dallo sforzo. 

In modo particolare, dobbiamo raccomandare di non stancare la testa con eccessiva attenzione all'inizio della meditazione, perché, quando si fa questo, mancano le forze per andare avanti, come mancano al viandante che, all'inizio della giornata, cammini troppo in fretta. 

Quinta avvertenza 

Fra tutte queste avvertenze, la più importante è che chi prega non si disanimi ne’ cessi dal suo sforzo quando non avverte subito la dolcezza di devozione che desidera. Bisogna attendere con umiltà e perseveranza la venuta del Signore, poiché dalla gloria della sua maestà, dalla bassezza della nostra condizione e dalla grandezza del compito a cui ci siamo accinti, dipende il fatto che molte volte restiamo ad attendere e a pazientare alle porte del suo sacro palazzo. 

Quando dunque avrai pazientato un poco in questo modo, se il Signore verrà, ringrazialo per la sua venuta; se ti sembra che non venga, umiliati davanti a lui, riconosci di non meritare ciò che non ti è stato dato e contentati di aver fatto lì sacrificio di te stesso, annullato la tua volontà, crocifisso il tuo istinto, lottato con il demonio e con tè stesso e fatto almeno quanto spettava a te. Se non hai adorato il Signore con l'adorazione sensibile che desideravi, basta che tu lo abbia adorato in spirito e verità come lui vuole essere adorato (Gv 4, 23). E credimi, in verità, che questo è il frangente più pericoloso di questa navigazione, il luogo dove si mettono alla prova coloro che sono veramente devoti, e che, se ne esci bene, tutto il resto andrà a gonfie vele. 

Infine, se proprio ti sembrasse una perdita di tempo insistere nella preghiera e stancarti inutilmente la testa, in tal caso non sarebbe sconveniente, dopo aver fatto tutto quello che potevi, prendere un libro di devozione e interrompere, al momento, la preghiera per la lettura; basta che la lettura non sia affrettata e superficiale, ma calma e partecipe di ciò che leggi, arricchita molte volte dalla preghiera, che è molto utile e facile da fare ad ogni genere di persona, anche se inesperta, soprattutto in questo cammino. 

Sesta avvertenza 

Non diversa e non meno necessaria di quella precedente è l'avvertenza che il servo di Dio non si accontenti di un qualsiasi piccolo piacere che possa provare nella sua preghiera (come fanno alcuni che, spargendo una lacrimuccia o provando una certa tenerezza di cuore, pensano di avere già esaurito il loro compito). Ciò non basta per quello che qui vogliamo raggiungere. Così come non basta perché la terra dia frutti una spruzzatina d'acqua che non fa altro che toglier di mezzo la polvere e bagnare la terra dall'esterno, bensì è necessaria tanta acqua da penetrare nel profondo della terra e da lasciarla pregna di umidità, così che possa dar frutti; è anche necessaria l'abbondanza di questa rugiada e acqua celeste per dar frutto di opere buone. 

Proprio per questo, molto giustamente si consiglia di impiegare, per questo santo esercizio, il maggior tempo possibile. 

E sarà meglio un lasso di tempo lungo piuttosto che due corti, perché, se lo spazio è breve, è sufficiente solo a porsi nelle adatte condizioni di spirito e ad acquietare il cuore, così che, dopo averlo acquietato, interrompiamo l'esercizio quando sarebbe ora di cominciarlo. 

Scendendo più in particolare a delimitare questo tempo, mi sembra che. se è inferiore ad un'ora e mezzo o due ore, sia troppo poco per la preghiera, dal momento che molte volte si passa più di mezz'ora ad accordare la chitarra e a porsi nello stato d'animo adatto come ho detto e il resto del tempo serve per godere il frutto della preghiera. È vero che quando a questo santo esercizio ci si applica dopo altre pie pratiche, vale dire dopo il mattutino o dopo aver ascoltata o celebrata la messa o dopo qualche lettura devota o una preghiera, il cuore si trova già disposto e si accende prestissimo (come legna ben secca) a questo fuoco celeste. È peccato che la mattina presto sia tanto breve, perché è proprio il tempo più adatto a questa pia pratica. 

Chi avesse tuttavia scarsità di tempo per le sue troppe occupazioni, non rinunci ad offrire la sua monetina come la povera vedova nel tempio (Lc 21, 2), perché se ciò non dipende dalla sua negligenza, colui che provvede alle creature conformemente alla loro natura e necessità, provvederà anche a lui in base alla sua. 

Settima avvertenza 

Analogo a questo ammonimento, ve n'è un altro simile, cioè che quando l'anima, nella preghiera o fuori di essa, abbia qualche particolare visitazione del Signore, non la lasci passare invano, bensì approfitti dell'occasione che le si offre, poiché certo con questo vento si navigherà, in un'ora, di più che, senza di esso, in molti giorni. Così si dice che facesse san Francesco, di cui scrive san Bonaventura, che aveva tanta preoccupazione di ciò che, se il Signore giungeva a lui durante il cammino con qualche particolare visitazione, faceva andare avanti i compagni e se ne stava fermo fino a che aveva finito di assaporare e di gustare quel boccone che gli veniva dal cielo. Coloro che non fanno così sono puniti con la sofferenza di non trovare Dio quando lo cercano, poiché quando lui li cercava non li ha trovati. 

Ottava avvertenza 

L'ultima e più importante avvertenza è di cercare di fondere in questo santo esercizio la meditazione con la contemplazione, facendo dell'una gradino per salire all'altra, per cui occorre sapere che il compito della meditazione consiste nel considerare con diligenza ed attenzione le cose divine, passando dall'una all'altra per trarre da esse nel nostro cuore qualche reazione o sentimento, come chi colpisce una pietra focaia per trame qualche scintilla. La contemplazione consiste nell'avere già tratto questa scintilla, cioè nell'avere già trovato la reazione e il sentimento che si cercava e nello stare quieti e silenziosi a godere di essa, non con tanti discorsi ed elucubrazioni dell'intelletto, bensì con una semplice visione della verità. 

Per questo dice un santo dottore che la meditazione trascorre con la fatica e con frutto, mentre la contemplazione trascorre senza fatica e con frutto; l'una cerca, l'altra trova, una mastica il cibo, l'altra lo gusta, una passa in rassegna le cose e ne trae considerazioni, l'altra è appagata da una semplice visione delle stesse, perché ne possiede già l'amore ed il gusto; infine, l'una è il mezzo, l'altra il fine, l'una è strada e movimento, l'altra la meta di questa strada e di questo movimento. 

Da ciò si deduce una verità molto ovvia, che tutti i maestri della vita spirituale insegnano (ma che è tuttavia poco capita da coloro che la leggono), che cioè come, quando si è raggiunto il fine, non si ha più bisogno dei mezzi, nello stesso modo in cui raggiungendo il porto cessa la navigazione, così quando, mediante lo sforzo della meditazione si giunge al riposo e alla gioia della contemplazione, si deve cessare da quella pietosa e faticosa ricerca. Contenti della semplice visione e memoria di Dio (come se lo si avesse presente) si deve godere dei sentimenti che suscita, ora d'amore, ora di ammirazione, ora di gioia o cose simili. 

La ragione per cui si da questo consiglio è che, poiché il fine di tutto questo sforzo consiste più nell'amore e nelle reazioni della volontà che nella speculazione dell'intelletto, quando la volontà è già afferrata e presa da queste reazioni, si devono evitare, per quanto ci è possibile, tutti i discorsi e le elucubrazioni dell'intelletto, perché l'anima nostra si impegni in ciò con tutte le sue forze senza disperdersi negli atti di altre facoltà. 

Per questo, un padre della Chiesa consiglia che, quando ci si sente infiammati dall'amore di Dio, si interrompa ogni discorso e pensiero per alto che sia, non perché sia cattivo, ma perché in quel momento impedisce un bene più grande, il che non vuol dire altro che si deve interrompere il movimento quando si è giunti alla meta e lasciare la meditazione per amore della contemplazione. Ciò in particolare si può fare alla fine di tutto l'esercizio, cioè alla richiesta dell'amore di Dio, di cui prima abbiamo trattato; in primo luogo perché si presuppone che lo sforzo dell'esercizio compiuto abbia prodotto qualche effetto e sensazione di Dio, poiché, come dice il sapiente, è meglio la fine che l'inizio della preghiera (Qo 7, 8), in secondo luogo perché, dopo lo sforzo della meditazione e della preghiera, è giusto dare un po' di sollievo all'intelletto e farlo riposare in seno alla contemplazione. In questo tempo, quindi, si respingano tutte le immaginazioni, taccia l'intelletto, riposi la memoria e ci si affidi a nostro Signore, pensando che stiamo alla sua presenza e non abbiamo bisogno in quel momento di riflettere intorno ad aspetti particolari di Dio. 

Ci si accontenti della conoscenza di Dio che si ha per fede e si applichino la volontà e l'amore, questo che può abbracciarlo e quella in cui sta il frutto di tutta la meditazione, poiché ciò che di Dio può conoscere l'intelletto è quasi nulla mentre la volontà può molto amarlo. Ci si rinchiuda in se stessi, al centro della propria anima, dov'è l'immagine di Dio e si stia attenti a lui come chi ascolta uno che parli da un'alta torre o come se si avesse solo lui dentro il proprio cuore o in tutto il creato non ci fosse altra cosa che lui. Ci si deve dimenticare anche di se stessi e di ciò che si fa, perché come dice uno dei padri la preghiera è perfetta quando chi prega non si ricorda di stare pregando (Cassiano, Collat. e Dionis. Areop., cap. 2°). Non solo alla fine dell'esercizio, ma anche in mezzo ad essa e in qualsiasi altro momento in cui ci colga questo sonno spirituale e l'intelletto sia come assopito dalla volontà, dobbiamo fare questa pausa e godere di questo beneficio e tornare al nostro sforzo, dopo aver assaporato e gustato quel boccone. 

Così fa l'ortolano quando irriga un solco e, dopo averlo riempito d'acqua, trattiene il filo della corrente e lo fa assorbire e diffondere nelle viscere della terra che lo ha accolto e poi, una volta fatto questo, torna ad aprire il getto dell'acqua perché ne riceva ancora e meglio resti irrigata. Quello che allora l'anima prova, la luce di cui gode, la pienezza, la carità e la pace che riceve non si possono spiegare a parole, poiché qui è la pace che trascende ogni senso e la felicità che nella vita si può attingere. 

Ci sono alcuni che, così presi dall'amore di Dio, quando si mettono a pensare a lui, appena la memoria del suo dolce nome intimamente li pervade, hanno tanto poco bisogno di considerazioni o di discorsi per amarlo, quanto la madre o la sposa per compiacersi, quando gliene parlano, del loro figlio o sposo. 

Ci sono altri che non solo nella pratica della preghiera, ma anche fuori di essa, sono così assorti e imbevuti di Dio, che si dimenticano di ogni cosa e di se stessi per lui. Se giunge a questo anche il folle amore di uno sciagurato, quanto più lo potrà l'amore dell'infinita bellezza di Dio, dal momento che la grazia non è meno potente della natura e della colpa? Quando l'anima avverte questo, in qualsiasi momento della preghiera, non deve mai trascurarlo, anche se in ciò si consuma tutto il tempo, senza pregare o meditare altre cose che si erano prefisse, a meno che non se ne abbia l'obbligo. Dice infatti sant'Agostino che si deve interrompere la preghiera vocale se per caso impedisce la devozione e che si deve interrompere la meditazione quando è di impedimento alla contemplazione (In Enchirid.). 

Bisogna anche rilevare che se bisogna interrompere la meditazione per l'emozione per salire dal meno al più, così al contrario, a volte, bisogna lasciare l'emozione per la contemplazione quando l'emozione è così violenta da far temere qualche rischio per la salute se si insiste in essa, come molte volte accade a coloro che, senza questa avvertenza, si dedicano a questo esercizio e lo compiono senza prudenza, attratti dalla forza della divina dolcezza. In questo caso, come dice un padre della Chiesa, è un buon rimedio lasciarsi andare a qualche sentimento di compassione, meditando un poco la passione di Cristo, i peccati e le miserie del mondo, per dare al cuore sfogo e sollievo. 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

domenica 27 settembre 2015

SAN PEDRO DE ALCANTARA - TRATTATO DELLA PREGHIERA E MEDITAZIONE - PARTE QUARTA.



SAN PEDRO DE ALCÁNTARA 

TRATTATO DELLA PREGHIERA 
E MEDITAZIONE 


Pietro d'Alcantara, (1499-1562), uno dei direttori spirituali di Santa Teresa d’Avila, fu Riformatore, e fondatore di alcune Province dei frati Scalzi di S. Francesco in Spagna. Il trattatello sull'orazione, fu tradotto quasi in tutte le lingue. Fu Canonizzato nel 1669 da Papa Clemente IX .


COMPOSTO DAL PADRE FRA' PEDRO DE ALCANTARA 
FRATE MINORE DELL'ORDINE 
DEL BEATO SAN FRANCESCO, 
DIRETTO AL MAGNIFICO E DEVOTO SIGNORE 
RODRIGO DE CHAVES, 
ABITANTE DI CIUDAD RODRIGO 


capitolo quinto 

LE SEI COSE CHE POSSONO ACCADERE NELLA PRATICA DELLA PREGHIERA 

Queste sono. lettore cristiano, le meditazioni su cui puoi riflettere nei giorni della settimana, perché non ti manchi la materia su cui meditare. Bisogna notare qui che, prima di questa meditazione, possono accadere alcune cose e altre poi possono seguire che ad esse sono connesse e sono ad esse analoghe. 

In primo luogo, infatti, prima di procedere alla meditazione, è necessario preparare il cuore a questo santo esercizio, il che è come accordare la chitarra prima di suonare. 

Alla preparazione segue la lettura del passo da meditare quel giorno, secondo la ripartizione dei giorni della settimana (come abbiamo detto più sopra). Il che senza dubbio è necessario all'inizio, per sapere ciò su cui si deve meditare. 

Alla meditazione si può far seguire un devoto rendimento di grazie per i benefici ricevuti e un'offerta di tutta la nostra vita e di quella di Cristo nostro Salvatore, in ricompensa di essi. 

L'ultima parte è la petizione, che propriamente si chiama preghiera, nella quale chiediamo tutto ciò che è necessario per la nostra salvezza, per quella del nostro prossimo e di tutta la Chiesa. 

Nella preghiera possono accadere queste sei cose, che hanno, tra gli altri vantaggi, quello di dare all'uomo più abbondante materia di meditazione, ponendogli di fronte diverse qualità di cibo, perché, se uno non può nutrirsi dell'una, si alimenti dell'altra e perché, se in una cosa gli si interrompe il filo della meditazione, entri tosto in un'altra dove gli si offra qualcosa d'altro da meditare. 

 Mi rendo ben conto che ne’ tutte queste cose ne’ quest'ordine sono necessari; sono utili tuttavia a coloro che cominciano per avere un ordine e un filo conduttore da seguire all'inizio. Per questo, non desidero che nessuno dei princìpi che qui ho esposto si faccia legge eterna o regola generale, perché il mio intento non è quello di dare una legge bensì un'introduzione per porre sulla buona strada gli inesperti a cui poi, quando l'avranno intrapresa, l'abitudine, l'esperienza e molto di più lo Spirito Santo insegneranno il resto. 

capitolo sesto 

LA PREPARAZIONE RICHIESTA PRIMA 
DELLA PREGHIERA 

Sarà bene che trattiamo adesso, in particolare, ciascuna delle parti suddette e in primo luogo la preparazione, che tutte le precede.

Inginocchiato nel luogo della preghiera, o in piedi o con le braccia in croce o prostrato o seduto, se non può stare in altro modo, fatto prima il segno della croce, raccoglierà la sua immaginazione, allontanandola da tutte le cose di questa vita, eleverà il suo intelletto, pensando che nostro Signore lo sta guardando. E starà lì con l'attenzione e il rispetto che avrebbe se lo avesse presente e, con un pentimento generale dei suoi peccati (se è la preghiera del mattino), farà la confessione generale o, se è quella della notte, farà l'esame di coscienza di tutto quello che avrà pensato, detto, fatto e ascoltato in quel giorno e della sua dimenticanza di nostro Signore, dolendosi delle mancanze di quel giorno e di quelle di tutta la sua vita passata e umiliandosi davanti alla divina maestà, davanti a cui dirà le parole del santo patriarca: Parlerò al mio Signore anche se sono polvere e cenere, e poi reciterà quei versi del salmo: A te io levo i miei occhi, a te che dimori nei cieli. Così come gli occhi dei servi sono posti nelle mani dei padroni, come gli occhi della serva sono posti sulle mani della sua padrona, così i nostri occhi sono posti su nostro Signore in attesa che egli sia pietoso verso di noi (Sal 122, 1-2). 

Abbi misericordia di noi, Signore, abbi misericordia di noi. Gloria Patri... Poiché noi non siamo capaci, Signore, di pensare qualcosa di buono di nostra iniziativa, ma ogni nostra capacità deriva da Dio, poiché nessuno può degnamente invocare il nome di Gesù se non con l'aiuto dello Spirito Santo. Vieni, o dolcissimo Spirito e manda dal cielo i raggi della tua luce. Vieni, o Padre dei poveri, vieni, o datore della luce, vieni, o luce dei cuori. Vieni, consolatore buonissimo e ospite dolce della nostra anima e suo soave ristoro. Nella fatica, riposo; nell'ardore dell'estate, refrigerio; nelle lacrime, conforto. O beatissima luce, colpisci l'intimo del cuore dei tuoi fedeli. Emitte spiritum tuum et creabuntur et renovabis faciem terrae. Oratio. Deus qui corda fidelium... 

Detto questo, supplicherà poi nostro Signore perché gli dia la grazia di prestare attenzione, la devozione, il raccoglimento interiore, il timore, il rispetto che sono necessari per stare davanti a cosi sovrana maestà e per impiegare il tempo della preghiera in modo da uscirne con nuove forze e lena per tutte le attività necessario al suo servizio. La preghiera infatti che non produce questo frutto è imperfetta e vale molto poco. 

capitolo settimo 

LA LETTURA 

Conclusa la preparazione, segue poi la lettura di ciò che si deve meditare, che non deve essere ne’ rapida ne’ frettolosa, ma attenta e ben ponderata e a cui si deve applicare non solo l'intelletto per capire ciò che si legge, ma molto di più la volontà per gustare ciò che si capisce. Quando si trova qualche passaggio devoto, ci si soffermi di più per meglio approfondirlo; la lettura non sia troppo lunga, perché si deve dare più tempo alla meditazione che è tanto più vantaggiosa quanto più riflette e penetra più lentamente e con maggiore partecipazione. Qualora però si avesse il cuore così distratto da non poter penetrare nella preghiera, ci si può trattenere un po' di più nella lettura o fondere la lettura con la meditazione, leggendo un passo e meditandoci sopra e poi un altro nello stesso modo, così che, restando congiunto alle parole della lettura, l'intelletto non possa disperdersi in diverse parti, come quando è libero e sciolto. Sarebbe meglio tuttavia combattere per respingere i pensieri, perseverando e lottando (come un nuovo Giacobbe, tutta la notte) nella fatica della preghiera. Infine, terminata la battaglia, si conseguirebbe la vittoria e nostro Signore darebbe la devozione o altra più grande grazia, che non si rifiuta mai a coloro che fedelmente combattono. 

capitolo ottavo 

 LA MEDITAZIONE 

Alla lettura segue la meditazione del passo che abbiamo letto. Ed essa è qualche volta meditazione di pensieri che si possono raffigurare con l'immaginazione, quali i momenti della vita e passione di Cristo, il giudizio finale, l'inferno, il paradiso; altre volte è meditazione di pensieri che interessano più l'intelletto che l'immaginazione, come ad esempio la riflessione sui doni di Dio, sulla sua bontà e misericordia o qualunque altra qualità si riferisca alle sue perfezioni. Questa meditazione si chiama intellettuale, l'altra immaginativa e dell'una e dell'altra siamo soliti usare in questi esercizi secondo come richiede la materia. Quando la meditazione è immaginativa, dobbiamo raffigurarci gli avvenimenti nel modo in cui sono o in cui sono accaduti e far conto che si svolgano proprio nel luogo in cui siamo, alla nostra presenza, perché con questa raffigurazione la meditazione e l'immedesimazione in esse siano più vive. Anche immaginare che queste cose accadano all'interno del nostro cuore è meglio e, poiché esso è capace di contenere regni e città, più efficace sarà la raffigurazione di questi misteri più aiuterà il raccoglimento dell'anima che sarà occupata dentro se stessa (come un'ape nel suo alveare) a riempire il suo favo di miele. Andare col pensiero a Gerusalemme, e meditare ciò che proprio lì è accaduto può indebolire e far male alla testa. Proprio per questo, non si deve gonfiare troppo l'immaginazione in ciò che si pensa, per non affaticare la natura con questo scrupolo eccessivo. 

capitolo nono 

IL RENDIMENTO DI GRAZIE 

Terminata la meditazione, segue il rendimento di grazie, per cui si deve prendere occasione dalla meditazione compiuta, rendendo grazie a nostro Signore per il dono che in essa ci ha fatto. 

Se la meditazione è stata sulla passione, si deve ringraziare nostro Signore perché ci ha redento con tante sofferenze, se è stata sui nostri peccati, perché ha atteso tanto tempo il nostro pentimento, se sulle miserie di questa vita, perché da tante di esse ci ha liberato, se sul momento della morte, perché ci ha liberato dai suoi pericoli e ha atteso il nostro pentimento, se sul paradiso perché lo ha creato per tanto bene, e così di ogni altra cosa. 

A questi doni aggiungerà tutti gli altri di cui prima si è parlato, che sono il dono della creazione, della conservazione, della redenzione, della vocazione, eccetera. E così ringrazierà nostro Signore perché lo ha creato a sua immagine e somiglianza, perché gli ha dato la memoria per ricordarsi di lui, l'intelletto per conoscerlo, la volontà per amarlo, perché gli ha dato un angelo che lo salvasse da tanti travagli e pericoli, da tanti peccati mortali e dalla morte, quando si trovava in essi; il che non fu altro che liberarlo dalla morte eterna; perché scelse di assumere la nostra natura e di morire per noi; perché lo ha fatto nascere da genitori cristiani e gli ha dato la grazia del santo Battesimo, dandogli in esso la sua grazia, promettendogli la sua gloria e accogliendolo come figlio adottivo; perché gli ha dato armi per combattere contro il demonio, la carne nel Sacramento della Confermazione; perché gli ha dato se stesso nel Sacramento dell'altare; perché gli ha dato il Sacramento della penitenza per recuperare la grazia perduta col peccato mortale e per le molte buone ispirazioni che sempre gli ha mandato e gli manda; per l'aiuto che gli ha dato nel pregare, nel fare il bene, nel perseverare nel bene intrapreso. A questi doni aggiunga gli altri generali e particolari che riconosce di avere ricevuto da nostro Signore. Per questi e per tutti gli altri palesi e nascosti, renda grazie quanto più può e inviti tutte le creature sia del cielo che della terra perché lo aiutino in questo compito. Con questo spirito potrà dire, se vuole, il cantico Benedicite omnia opera Domini Domino, laudate et super exaltate (Dn 3,57). O il salmo Benedic anima mea Domino et omnia quae intra me sunt nomini santo ejus. Benedic anima mea Domino et noli oblivisci omnes retributiones ejus. Quia prospiciatur omnibus iniquitatibus tuis, qui sanat omnes infirmites tuas. Qui redimii de interitu vitam tuam, qui coronai tè in misericordia et miserationibus... (Sal 102,1-4). 

capitolo decimo 

L'OFFERTA 

Ringraziato di tutto cuore il Signore per tutti questi benefici, il cuore prorompe spontaneamente in quello slancio del profeta David che dice: Cosa darò io al Signore in cambio di tutti i doni che mi ha dato? (Sal 115, 12). L'uomo può in qualche modo soddisfare questo desiderio, dando ed offrendo a Dio, da parte sua, tutto ciò che ha e può offrirgli. 

Per questo, in primo luogo, deve offrire se stesso in perpetua schiavitù consegnandosi e ponendosi nelle sue mani perché faccia di lui ciò che vuole, nel tempo e nell'eternità, e offrire insieme tutte le sue parole, le sue opere, i suoi pensieri, le sue fatiche, cioè tutto ciò che farà e affronterà, perché tutto torni ad onore e gloria del suo santo nome. 

In secondo luogo, può offrire al Padre tutto quanto suo figlio fece e meritò, tutte le sofferenze che patì in questo mondo per obbedienza a lui, dal presepio fino alla croce, perché tutto questo è la nostra ricchezza e l'eredità che ci lasciò nel Nuovo Testamento per cui ci fece eredi di questo grande tesoro. 

E così, poiché ciò che mi è dato per grazia non mi appartiene meno di ciò che ho acquisito con le mie forze, i meriti e i diritti che mi ha dati non mi appartengono meno di quanto accadrebbe se li avessi ottenuti col mio sudore e la mia fatica. E per questo si può fare quest'offerta non meno della prima, annoverando, per suo ordine, tutto quanto ha fatto e faticato, tutte le virtù della sua santissima vita, la sua obbedienza, la sua pazienza, la sua umiltà, la sua fedeltà, la sua carità, la sua misericordia con tutte le altre. È questa, infatti, la più bella e ricca offerta che possiamo fare. 

capitolo undicesimo 

LA RICHIESTA 

Fatta questa ricca offerta, certo possiamo chiedere per essa la ricompensa. In primo luogo, chiediamo con slancio di carità, preoccupati della gloria di nostro Signore che tutte le genti del mondo lo conoscano, lo lodino e lo adorino come il loro unico, vero Dio e Signore, profferendo dall'intimo del nostro cuore quella parola del profeta: Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti (Sal 66, 4). 

Preghiamo inoltre per i capi della Chiesa, Papi, Cardinali, Vescovi con tutti gli altri sacerdoti e prelati inferiori, perché il Signore li accenda e li illumini così che sappiano portare tutti gli uomini alla conoscenza e all'obbedienza del loro creatore. Dobbiamo anche pregare (come consiglia san Paolo) per i re e per tutti coloro che posseggono qualche autorità, perché possiamo noi, grazie alla loro tutela, vivere una vita tranquilla e serena. 

Poiché ciò è gradito agli occhi di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e pervengano alla conoscenza della verità. Preghiamo anche per tutti i membri del Corpo Mistico, per i giusti affinché il Signore li conservi, per i peccatori affinché li converta, per i defunti affinché misericordiosamente li tragga da tanti patimenti e li porti alla pace della vita eterna. 

Preghiamo anche per tutti i poveri, gl'infermi, i carcerati, i prigionieri... Che Dio, per i meriti di suo figlio, li aiuti e li liberi dal male. 

Dopo avere chiesto per il nostro prossimo, chiediamo per noi; ciò che dovremo chiedere lo mostrerà a ciascuno la sua necessità, se saprà riconoscerla. 

Tuttavia, per facilitare questo insegnamento, ecco le grazie che possiamo chiedere. 

In primo luogo, chiediamo, per i meriti e le sofferenze di nostro Signore, perdono di tutti i nostri peccati e la forza di correggerli; specialmente chiediamo aiuto contro tutte le passioni e i vizi a cui siamo più inclini e da cui siamo più tentati, scoprendo le nostre piaghe al medico celeste perché le risani e le curi col balsamo della sua grazia. 

In secondo luogo, chiediamo le altissime e nobilissime virtù in cui consiste la somma di ogni cristiana perfezione, che sono fede, speranza, carità, timor di Dio, umiltà, pazienza, obbedienza, forza per ogni tribolazione, semplicità di spirito, disprezzo del mondo, discrezione, purezza di intenzioni, con le altre virtù simili che sono in cima a questo edificio spirituale. La fede, infatti, è la radice prima di tutta la cristianità, la speranza è il sostegno e il rimedio contro le tentazioni di questa vita, la carità è il fine di ogni perfezione cristiana, il timor di Dio è il principio di ogni sapienza, l'umiltà è il fondamento di tutte le virtù, la pazienza è l'armatura contro i colpi e gli assalti del nemico. L'obbedienza è la graditissima offerta in cui l'uomo offre se stesso a Dio in sacrificio, la discrezione è gli occhi con cui l'anima vede e percorre tutte le sue strade, la forza è le braccia con cui compie tutte le sue opere, la purezza di intenzioni è quella che rimanda e indirizza tutte le nostre opere a Dio. 

In terzo luogo, chiediamo le altre virtù che, oltre ad essere di per sé importanti, servono a custodire quelle più grandi, vale a dire la moderazione nel bere e nel mangiare, la moderazione della lingua, il controllo dei sensi, la misura e la compostezza esteriore, la dolcezza e il buon esempio nei riguardi del prossimo, il rigore e la severità nei riguardi di se stessi, con le altre analoghe virtù. 

Dopo di ciò, termini con la richiesta dell'amor di Dio e in essa si trattenga, occupando la maggior parte del tempo nel chiedere al Signore questa virtù con profondi affetti e sentimenti (poiché in essa consiste tutto il nostro bene). Potrà dire così. 

Speciale richiesta dell'amore di Dio 

Al di sopra di tutte queste virtù, concedimi, Signore, la tua grava affinché io ti ami con tutto il mio cuore, con tutto il mio animo, con tutte le mie forze con tutto il mio intimo, come tu comandi. O tu, che sci tutta la mia speranza, tutta la mia gloria, tutto il mio rifugio, tutta la mia gioia! O tu, più amato di tutti gli esseri amati!. O sposo fiorente, sposo soave, o tenero sposo! O dolcezza del mio cuore! O vita dell'anima mia e gioioso sollievo del mio spirito! O giorno luminoso e bello dell'eternità, serena luce del mio intimo e imito paradiso del mio cuore! O mio amabile principio, mia somma forza! 

Prepara, Dio mio, prepara, Signore, un gradevole soggiorno per te in me. affinché, secondo la promessa della tua santa parola, tu venga a me e possa in me riposare. 

Mortifica in me tutto db che non piace ai tuoi occhi e rendimi uomo secondo le intenzioni del tuo cuore. Colpisci, Signore, la più profonda intimità del mio cuore con le saette del tuo amore e ubriacala col vino della tua perfetta carità. Oh, quando questo accadrà? Quando ti sarò gradito in ogni mio aspetto? Quando sarà morto tutto ciò che in me ti è contrario? Quando ti apparterrò totalmente? Quando cesserò di essere mio? Quando avverrà che nessuna cosa vivrà in me al di fuori di te? 

Quando ti amerò di amore ardentissimo? Quando mi brucerà tutta la fiamma del tuo amore? Quando sarò del tutto vinto e trafitto dalla tua soavissima dolcezza? 

Quando aprirai a questo povero mendicante e gli scoprirai il tuo bellissimo regno che sta dentro di me, che sei tu con tutte le tue ricchezze? Quando mi trasporterai e annegherai e trascinerai e nasconderai in te, così che io non sia più io? Quando, eliminati tutti gli impedimenti e gli ostacoli, mi farai un solo spirito con te, così che non possa mai più separarmi da te? 

O amato, amato, amato dell'anima mia! O dolcezza, dolcezza del mio cuore! 

Esaudiscimi, Signore, non per i miei meriti, ma per la tua infinita bontà! Insegnami, illuminami, indirizzami, aiutami in tutte le circostanze perché niente sia fatto e sia detto se non ciò che è gradito ai tuoi occhi. O mio Dio, mio amato, altissimo bene dell'anima mia! O amore mio dolce! O mia grandissima gioia! O mia forza, veglia su di me! Luce mia, fammi da guida! O Dio del mio grande amore, perché non ti concedi al povero? Tu penetri i cieli e la terra e lasci vuoto il mio cuore? 

Tu vesti i gigli dei campi, procuri il cibo agli uccellini e sostenti i vermi della terra ti scordi di me che tutto dimentico per te? 

Tardi ti ho conosciuto, o bontà infinita! Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova! Infelice il tempo che non ti ho amato! Me infelice quando non ti conoscevo! Cieco quando non ti vedevo! Eri dentro di me ed io ti cercavo all'esterno! Anche se ti ho trovato tardi, non permettere. Signore, per tua divina clemenza, che io ti abbandoni mai. 

Se uno degli aspetti che più ti piacciono e più colpiscono il tuo cuore è che si abbia occhi per saperti guardare, dammi Signore gli occhi per guardarti, occhi semplici di colomba, occhi casti e timorosi, occhi umili e innamorati, occhi devoti e che sanno piangere, occhi assenti e discreti per comprendere e compiere la tua volontà, affinché, guardandoti io con essi, sia da te guardato con gli occhi con cui hai guardato Pietro, facendolo piangere per il suo peccato, gli occhi con cui hai guardato il figliol prodigo, quando gli andasti incontro per riceverlo col bacio di pace, gli occhi con cui hai guardato il pubblicano quando non osava alzare lo sguardo al cielo, gli occhi con cui hai guardato la Maddalena, quando con le sue lacrime ti lavava i piedi, gli occhi, infine, con cui hai guardato la sposa del Cantico dei Cantici quando le hai detto: "Sei bella, amica mia, sei bella! i tuoi occhi sono di colomba!". Perché, compiacendoti degli occhi e della bellezza dell'anima mia, tu le dia quegli ornamenti di virtù e grazia che possono sempre farla apparire bella. 

O altissima, clementissima, benigna Trinità, Padre, Tiglio, Spirito Santo, Dio unico e vero insegnami, guidami, aiutami, Signore di tutto! O Padre onnipotente, per la grandezza del tuo infinito potere, riponi e conferma in te la mia memoria e riempila di santi e devoti pensieri! O Figlio santissimo, con la tua eterna sapienza, purifica il mio intelletto, adornato della conoscenza della somma verità e della mia estrema bassezza! O Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio, con la tua ineffabile bontà, trasferisci in me tutta la tua volontà, accendila di un fuoco d'amore così grande che nessun'acqua possa spegnerla! 

O santa Trinità, unico Dio mio, che sei tutto il mio bene! 

Oh, se potessi lodarti e amarti come ti lodano e ti amano tutti gli angeli! Oh, se avessi l'amore di tutte le creature, con quanta gioia te lo darei e lo trasferirei in te, pur sapendo che non è sufficiente ad amarti come meriti! Tu solo puoi degnamente amare e lodare tè stesso, perché tu solo comprendi la tua incommensurabile bontà e puoi amarla. quanto essa merita, così che solo nel tuo divinissimo cuore può trovar luogo un amore adeguato a te. 

O Maria, Maria, Maria, Vergine santissima, madre di Dio, regina del cielo, Signora del mondo, tabernacolo dello Spirito Santo, giglio di purezza, rosa di pazienza, paradiso di gioia, esempio di castità, modello di innocenza! Prega per questo povero, esule e viandante e spartisci con lui la sovrabbondanza della tua traboccante carità. 

O voi beati santi e sante, o voi beati spiriti che tanto ardete dell'amore del vostro Creatore e soprattutto, voi Serafini, che infiammate del vostro amore il cielo e la terra, non abbandonate questo povero, miserabile cuore, ma purificatelo come le labbra di Isaia, di tutti i suoi peccati, fatelo ardere con la fiamma di questo vostro ardentissimo amore, perché ami solo il suo Signore, lui solo cerchi, in lui solo riposi e dimori per i secoli dei secoli. 
Amen. 

a cura del Rev. Padre Pasquale Valugani Milano : 
Pontificia editrice arcivescovile G. Daverio, stampa. 1953 



LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano