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sabato 3 settembre 2016

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA * 1747 + 1770 - PARTE DODICESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

E’ legge misteriosa, ma certa, che Dio concede il dono della castità solo agli uomini. I più grandi maestri di vita spirituale, i più grandi Santi della Chiesa, hanno sempre riconosciuta la connessione necessaria e soprannaturale che è fra queste due virtù. 
Suor Teresa Margherita fu sempre umile di cuore, e per ciò fu anche singolarmente casta. Dio l’aveva arricchita del raro dono e privilegio d’ignorare affatto ciò che fosse vizio opposto a questa virtù. Abbiamo dai processi e dalle testimonianze dei suoi confessori che ella mai provò gli effetti di quella ribellione della carne contro lo spirito, che sono una conseguenza del peccato originale. Fu esente da qualunque pensiero che potesse minimamente adombrare la sua purità. Quindi era oltremodo modesta, composta e riservata in tutti i suoi atti ed in tutte le sue parole. Un solo detto che avesse accennato a ciò che non è conforme a questa bella virtù, bastava per farla cadere svenuta. 
Il Padre Cioni della Compagnia di Gesù, già suo Confessore, in lettera datata da Pistoia il 28 Aprile 1770, ci lasciò questa testimonianza: << L’illibatezza della Serva di Dio fu da me e da altri riconosciuta singolare, e più minutamente osservai un grande interiore lavorio, per cui con suo non legger patimento si sforzava di comparir all’esterno come le altre. Giudicai che ella già possedesse una virtù simile a quella di San Luigi >>. 
E la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova, sua sotto-Maestra, fece questa deposizione: << Era sì semplice ed innocente che io e comunemente le altre religiose siamo nel sentimento che ella ignorasse quello che si oppone alla castità, ma altresì sapesse in pratica tutto quello che la può rendere sicura; e della di lei semplicità ed innocenza manifesto indizio fra gli altri fu che allora quando era novizia, nell’estrazione essere solita farsi nella ricorrenza della solennità dello Spirito Santo, essendole toccato in sorte il dono della continenza, non ne sapeva il significato, onde compita l’estrazione, mi domandò sotto voce quel che voleva dire ed io le risposi: l’esser continente nel mangiare. Ne restò persuasissima tanto che moderò la porzione del cibo quale soleva prendere, in forma che fu necessario obbligarla in virtù d’obbedienza ad usarlo in quella quantità che per prima era stata solita e le era necessario per la di lei sussistenza >>. 
Fu più volte osservato come ella provasse grande pena nell’udire anche qualche parola troppo giocosa o ridicola, credendo che anche solo questo potesse togliere o macchiare il bel giglio della sua purità. Ascolta da una giovane addetta al servizio del Monastero una frase che alle sue orecchie non suona troppo bene, e fugge velocemente rimanendo nascosta per molto tempo a piangere, perché credeva aver offeso la santa purità. Era giunta a tanto la sua modestia, che se qualche volta era costretta dall’obbedienza a portarsi alla grata e ad alzarsi il velo, mai rivolgeva lo sguardo verso le persone con le quali parlava; i suoi occhi non fu mai possibile mirarli: li teneva sempre socchiusi e fissi in terra. Quante astuzie non si usarono per indurla ad alzarli anche un solo istante! Il solito rossore del volto rivelava quanto penasse il suo cuore a quella prova. Quando un’anima, così amante della castità, ha acquistato quell’attitudine così modesta, discreta e pura, quale abbiamo ammirato nella nostra giovinetta, si può dire che è giunto il tempo in cui si compie il poema della tenerezza sovrannaturale, delle espansioni angeliche, del sacrifizio instancabile, degli scambi deliziosi tra Dio che si comunica più generosamente ed essa che ama Dio più ardentemente. 
E’ allora che si dà a queste anime il nome di angeli. 
Sappiamo che questi spiriti celesti amano la castità e ne sono i protettori ( Cornelio a Lapide ). Essi vegliano sopra i vergini, e nessuno e privo di questi amici invisibili che non si addormentano mai al proprio posto ( Ps. CXX, 3, 4. ); che ci proteggono in tutte le nostre vie, ci portano nelle loro mani, perché il nostro piede non inciampi nella pietra della via ( Ps, XC, 12. ). 
Quanti esempi noi abbiamo, nella storia, della protezione degli angeli! Quanti altri ne abbiamo di anime semplici, candide, che conversarono giornalmente con gli angeli del Signore? 
Una di tali anime fu appunto Suor Teresa Margherita . 
Più volte, significando al Confessore le grandi obbligazioni che essa aveva questi spiriti celesti, aveva dato indizi non dubbi di aver ricevuto grazie e dimostrazioni grandi della cura che gli angeli di lei. Un fatto solo, raccontato dal cavaliere suo padre, è bastante per provare come ella fin da piccola abbia avuto una dolce familiarità con questi spiriti celesti. Aveva ella stessa confidato con santa semplicità come, ancora bambina, avendola la cameriera una domenica lasciata sola in casa per andare alla Messa, mentre, chiusa a chiave nella sua cameretta , se ne stava in ginocchio per consuete orazioni, si vide a lato due bellissimi giovani, senza punto paventare, prese subito a favellare con essi, e sentì dire: << Continua pure Anna Maria, la tua festa, dovendo Gesù essere tuo Sposo >>. Disparvero, lasciando il suo cuore inondato di quella dolcezza ineffabile da cui sono sempre accompagnati i doni di Dio. Il Patriarca San Giuseppe era per lei il primo Angelo, il custode di sua innocenza. Nel suo esempio trovava la stima alla verginità e l’amore a Gesù ed a Maria. Egli stesso dirigeva i suoi passi all’ombra del suo patrocinio. 
Prossima a qualche solennità del Signore, era solita raccomandarsi alla Vergine SS. Perché le ottenesse dal suo Gesù qualche grazia; e, a tale scopo chiusa nella sua celletta, scriveva in ginocchio le sue preghiere e le presentava alla sua cara Madre perché le ottenesse da Gesù quanto su quei pezzi di carta aveva scritto. 
Se ne conservano ancora di tali preghiere: 
<< Santissima Vergine Madre di Dio e mia ancora - dice una di queste -, ecco che io piena di fede mi presento a Voi con questo memoriale per supplicarvi istantemente di una grazia in questa cara solennità. Bramo un gran fervore di spirito e un assoluto distacco da tutte quelle cose che m’impediscono il porre in esecuzione quelle mire che ha avuto il Signore nel chiamarmi alla Religione. Mi pare di esserne molto bisognosa, e sapendo che vi preme l’onore di Dio e la mia santificazione, spero che mi esaudirete. Dalla mia amata cella >>. 
Non c’era omaggio esterno che la nostra Santa non prestasse a questa Madre celeste. Fino da giovinetta ebbe un culto affettuoso alle immagini della Santissima Vergine. Devote orazioni simili a quella citata di sopra, ferventi novene accompagnate da asprezze penitenze e rigorosi digiuni, erano cosa abituale in lei che ardeva del desiderio d’onorare e di vedere onorata Maria. 
Quasi a perpetuare l’appagamento di tal brama, come si legge nei Processi Canonici, dopo la sua preziosa morte si diffuse in Italia sotto il titolo di << Invocazione a Maria di Suor Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù >> una devota preghiera suggeritale dal Padre Ildefonso, con la quale in vita aveva preferito onorare Maria, approvata e indulgenziata da Mons. Incontri Arcivescovo di Firenze; e concepita in questi termini: 
 << Io vi saluto infinite volte, o vera Madre del mio Signore Gesù Cristo. Ave Maria. 
<< Vi saluto o Sovrana Regina degli Angeli, Imperatrice dell’universo. Ave Maria. 
<< Vi saluto e vi riverisco, dolcissima Vergine Maria, Madre degnissima del mio Redentore. Ave Maria >>. 

Dopo la devozione a Maria SS., a San Giuseppe, ai suoi santi fondatori Teresa di Gesù e Giovanni della Croce per i quali la Santa nutriva una devozione filiale, San Luigi Gonzaga, San Stanislao Kosta, soprattutto Santa Margherita Maria Alacoque, allora Venerabile soltanto, erano singolarmente venerati da lei con molteplici pratiche di pietà anche esterne; ma il suo spirito non restava menomamente imbarazzato, né perdeva la libertà del più profondo raccoglimento e della più alta contemplazione; anzi, attesta il Padre Ildefonso, << si diè a vivere di pura fede, ponendo ogni studio a purgare del tutto i suoi sentimenti e le sue potenze da ogni immagine di cosa creata e visibile per recarle tutte interamente al suo Dio. Così rilevai e ne rimasi convinto dalla Serva di Dio fino alle prime volte che io le parlai, prima come confessore straordinario nel mese di Luglio, e poi da che ella cominciò nell’anno stesso del suo noviziato a prendere colle debite licenze qualche direzione di spirito da me; poiché fin d’allora io la trovai in tale stato di purità di fede, che tutto il creato e il visibile la sollevava a Dio con una quieta e meravigliosa facilità, e tutto il suo studio era di mortificazione e purificare in modo sempre più eccellente e sollevato da ogni specie ed immagine creata le sue potenze, talmente che nella sua orazione anche i misteri della vita, passione e morte, e umanità SS. Di Gesù Cristo la portavano alla più alta contemplazione, nella quale poi contato s’immerse e si profondò soavemente, che negli ultimi due anni di sua vita le si convertì in quella pena acutissima di spirito, che sogliono sperimentare le anime più avanzate in questo divino esercizio >>. 
Sembrandole non corrispondere abbastanza ai benefizi che di continuo riceveva da Dio nell’orazione, se ne confessava sempre con le lacrime agli occhi, e pregava il suo Confessore a supplire per lei nella Santa Messa. 
<< In cella e nel suo diurno - si legge nei Processi - teneva scritto un ricordo che diceva “ Redde rationem ”, e chiaramente si conosceva dal suo modo religioso d’operare che rigorosamente esaminava ciascheduna delle sua azioni anche più indifferenti colle bilance di Dio e de’ suoi altissimi giudizi. Quindi è che scorgeva in sé ogni atomo d’imperfezione e spesso con gran sentimento d’umiltà ci domandava perdono di colpe che solo erano state notate da lei mercè l’occhio purgato di sua fede >>. 
Molte volte, senza accorgersene, usciva in sublimi espressioni che palesavano di quali grazie e di quali doni soprannaturali di Dio continuamente l’arricchisse. Diceva che erano tanti i doni che sempre il Signore ci elargisce, che in essi << nuotiamo continuamente come tanti pesciolini nell’Oceano >>. 
Quindi esclamava: << Quanto bene ci fa continuamente il nostro Dio! Che cosa dunque si può fare? Che si potrà mai dire e pensare di Lui? >>. 
E a questo pensiero restava tacita, quasi fuori di sé. Non è da credersi che il suo cuore, donandosi così interamente a Dio, prendesse la tua tenerezza naturale. Tutt’altro! << Nel mondo - scrive Mons. Boutade -, si avvisa che l’amore di Dio renda sterile ogni amore umano, o che l’amore umano distrugga o metta in fuga l’amore di Dio. Ciò è falso: oggi, è vero, il cuore dell’uomo si è raffreddato. Il grande astro è estinto e tutto è ravvolto nelle tenebre; oggi più non si ama, perché si è cessato di amare Iddio. I Santi hanno insegnato che amando teneramente, profondamente, cristianamente il prossimo, si può arrivare a ciò che l’amore di Dio ha di più eroico e di più sublime >>. 
Nella breve vita dell’angelica giovane ne abbiamo molte prove. Di mano in mano che il suo cuore veniva come consumato dalla fiamma del Divino Amore, la più bella, la più dolce di tutte le virtù, la carità, metteva in lei profonde radici e traluceva all’esterno. Ed ecco quanto avvenne verso la metà di Settembre di quello stesso anno 1765. Una Novizia, Suor Maria Vittoria della SS. Trinità ( Martini ), anche prima di vestire l’abito religioso andava talmente soggetta al male dei denti, che non aveva pace né di giorno né notte. Fu questa la cagione per cui si dubitava della sua accettazione. Vestito l’abito, mentre un giorno a refettorio spasimava molto per il dolore, Suor Teresa Margherita non potè resistere a quella vista e, accesa da uno dei suoi soli impeti di carità, si alzò dal proprio posto, trasse in disparte l’addolorata sorella e, con la grazia di un angelo, le impresse un bacio sulla guancia, proprio là dove più intenso era il dolore. 
Al contatto di quelle labbra verginali ogni sofferenza sparì e la Novizia felice rimase per sempre libera dall’inveterata infermità. Si potrebbe osservare che la severa regola del Carmelo vieta il bacio; ma chi vedendo l’affetto prodigioso e, ciò che più conta, durato per sempre, non attribuirà ad aspirazione divina il bacio della carità? << Nessuno - lasciò scritto l’Apostolo San Giovanni - può dire veracemente di amare Dio, se non ama il proprio fratello >>. 
E Suor Teresa Margherita amò infatti le sue consorelle fino a darne in ogni modo le più eroiche prove. Se alcuna era ripresa di qualche piccolo difetto, ne mostrava dispiacere, e sempre che potesse la scusava e si dichiarava ella stessa rea e meritevole di quelle riprensioni. Mai seppe pensare né concepire male di alcuno, e quante volte avesse sentito parlare di difetti che da qualche persona fossero stati commessi, o si allontanava con buon garbo o, se era obbligata a parlare, diceva: << Non avranno creduto di far male, non è possibile che sia vero >>, interpretando sempre bene tutto ciò che riguardava gli altri, scusando e difendendo per quanto era a lei possibile. Erano questi i principi, o meglio i fiori di carità che più tardi avrebbero mandato il loro profumo tanto accetto al Cuore Divino. Pochi giorni avanti il Santo Natale Suor Teresa Margherita fu rallegrata da una consolante notizia. 
Suo fratello Francesco Saverio le scriveva: << E’ piaciuto al Signore di eleggere per sua sposa anche Suor Cecilia, ringraziatelo… e pregatelo eziandio istantemente nella elezione di me, mentre io gridando e pregando dico col cuore: quid me vis facere? >>. ( 30 Novembre 1765 ). 
Dio realizzava ora il sogno della pia giovinetta: << Mio Dio - aveva spesso esclamato -, Voi conoscete ogni mio desiderio! >>. 
Il segno ottenuto era dunque ben dolce al suo cuore: tenendo per certa la vocazione alla stato sacerdotale dell’amato fratello, gli scrisse al fine di eccitarsi a vicenda nell’amore santo di Dio, e non pensò più che ad essergli utile con atti costanti di preghiere, di buone opere, di mortificazioni. Quanto è lieta al Carmelo la festa del Santo Natale! Quanti ricordi non suscita questo giorno nella mente dei figli di Teresa di Gesù e di Giovanni della Croce! 
Queste due grandi anime erano innamorate del mistero dell’Incarnazione; le bellezze del Verbo Incarnato rapivano i loro cuori, e per il Fanciullo di Bethlemme avevano cantici e melodie celesti. Anche oggi al Carmelo i giorni del Natale sono giorni soavissimi, in cui tante anime semplici e candide si cullano per il Bambinello Gesù come in un’onda mistica di poesia, ed ogni sera gl’inni più belli risuonano intorno al Presepio. 
Tale fu pure per la nostra giovinetta il primo Natale che passò al Carmelo. Insieme con le altre lavorò per preparare il Santo Presepio. E quando la sera, nelle sacre veglie, si cantavano inni al Pargolo Divino, la sua voce semplice e gentile ridiceva a Gesù tutto il suo ardore e tutto il suo amore. 
Il pensiero che Dio si era tanto umiliato per nostro amore, la commuoveva; quel tenero bambino steso sulla ruvida paglia aveva attrattive potenti sul suo cuore innocente, onde spesso prorompeva in fervidi accenti di tenerezza ineffabile. Ripensando al dolore che provarono Maria e Giuseppe nel vedersi negare alloggio dagli abitanti di Bethlemme, si rivolgeva loro e cercava consolarli nell’acerbità di quel grande dolore. E allora le tornavano alla mente le parole che Dio aveva detto per bocca del suo Profeta: << I miei fratelli mi hanno trattato come uno straniero e i figli di mia madre come uno sconosciuto >>. ( Ps. LXVIII, 9 ). 
E le altre del Salvatore stesso: << Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo >>. ( LUCA IX, 58 ). 
Quindi si rivolgeva a Gesù e, gemendo, aveva espressioni simili a quelle di Giovanni: << Voi, o mio Sposo, siete venuto nella vostra casa, nel vostro dominio, ed i vostri, quelli che avete generato e redento, non vi hanno ricevuto >> ( S. GIOV., I, 11 ); e, tutta raggiante di quel sacro fuoco di cui il petto ardeva, restava immobile nella più alta contemplazione di quel mistero. 
Per l’infanzia di Gesù aveva mostrato sempre una devozione speciale fino dai più teneri anni. Da religiosa teneva nella sua cella una statuetta di cera che rappresentava Gesù bambino intorno a cui girava una tortuosa ed angusta strada, tutta ripiena di tante crocelline di legno e con una figurina di monaca in atto di andargli incontro. Intendeva di essere rappresentata ella stessa in quella figurina, sempre in traccia allo Sposo, anche fra le croci e i patimenti più duri. 
Le sacre veglie di Natale furono dunque in quell’anno piene di un’allegrezza insolita per quelle religiose. Suor Teresa Margherita avrebbe voluto però di più per il Divino Pargoletto. Ci mancava il predicatore che esponesse a quelle buone Religiose le arcane meraviglie della grotta di Betlemme e le Divine Bellezze del Verbo Incarnato. Come fare? A chi ricorrere? A tutto aveva pensato la provvida Novizia. Chiesto il permesso alla Madre Maestra, aveva scritto al fratellino Francesco Saverio che si trovava tuttora nel collegio Cicognini di Prato. In quella lettera l’aveva pregato caldamente di comporre un discorsino sulla nascita di Gesù, dicendo che desiderava recitarlo nelle sacre vegli. Fu contentata; ed ella, in ricompensa, mandò al fratello due quadretti che aveva lavorati con le sue stesse mani. 
Quale meraviglia e quale gioia non fu per le religiose, quando una sera furono avvisate che in Monastero vi era la predica! Avvolta nel suo bianco mantello, s’inginocchia la pia Novizia davanti al Presepio e, dopo breve preghiera, comincia a declamare il suo discorso. Da prima, invita le sorelle a portarsi col pensiero a quella capanna, dove << è apparsa la benignità >>, dove la stessa grandezza, il Verbo di Dio, si è tanto umiliato, a solo fine di essere amato dagli uomini. Quindi parla di Maria, della pena del suo cuore verginale nel vedere quel povero corpicino morso dal freddo, ferito dal nodo contatto della paglia. Quale esempio - conclude la giovinetta - quale spettacolo di povertà, di sacrificio, di distacco, non ci ha dato il nostro buon Dio! Quale esempio di umiltà non ci ha dato Gesù! Ma questo pensiero agì con soverchia potenza sul tenero cuore; le lacrime che allora caddero dai suoi occhi, il volto raggiante di celeste felicità, tradirono la sua interna commozione e palesarono qual fosse l’amore che la consumava. Così passarono le feste del Santo Natale e a gran passi si avvicinava il giorno della Professione. Ed ecco una fiera tempesta viene nuovamente a turbare il cuore della pia Novizia; i suoi demeriti non avrebbero forse persuasa la Comunità a rimandarla?… 
E il Signore, quasi a rendere più sensibile la prova, la visita con un nuovo tumore al ginocchio. Dissimulando il suo male, si ricordò che portava l’abito di Maria, che ormai era sua figlia. Non avrebbe potuto questa buona Madre Celeste liberarla da questo nuovo pericolo, come già l’aveva liberata quando precipitò dalla scala? Piena di fiducia, ricorse a Lei con fervorose preghiere e, prima che le religiose si accorgessero del male, si trovò prodigiosamente guarita. Compresa sempre dal sentimento di sua indegnità, benchè avvisata di prepararsi al giorno solenne, non osava quasi credere di essere ammessa alla Professione e chiese di pronunziare i voti in qualità di conversa. Non le venne concesso; ma ella conserverà in cuore l’umile suo desiderio, scegliendo ognora per sé nella casa di Dio gli uffici più umili e abietti. 
Durante il ritiro nel quale si preparava alla Professione, scrutando il suo cuore davanti a Dio e non trovando nella sua bell’anima più nulla da emendare, la tenerezza filiale che portava al Padre le parve quasi un ostacolo alla pienezza del suo olocausto. Conoscerlo e immolarlo completamente al Signore fu un fatto. E in questo senso scrisse all’amato genitore: << Padre mio, voglio distaccarmi da lei per essere tutta da Gesù >>. E spiegava come aveva da essere questo distacco che doveva rendere più intima la loro unione nel Divin Cuore. Gli proponeva anche una sfida spirituale per gareggiare nell’amore di Dio: il perdente doveva cedere al vincitore il merito di tre Comunioni alla settimana. Le condizioni furono accettate: il distacco cagionò quindi un avvicinamento maggiore, intimo, indefettibile al Cuore di Gesù. ( Da una memoria lasciata al Cav. Ignazio Redi. La Santa scrisse pure un’amorevolissima lettera alla madre ). I propositi di quei giorni li scrisse sopra un libricino in questi termini: 
<< Riflettendo al fine per il quale Voi, mio Dio, mi avete cavato dal nulla, e chiamata allo stato felice della religione, propongo e risolvo d’attendere in avvenire, con più coraggio, ad un’intera riforma di me stessa; e di spogliarmi affatto dalle mie inclinazioni, per aderire unicamente a Voi. 
<< Considerando i mezzi che Voi, mio Dio, mi avete dati per la mia santificazione, risolvo, in avvenire, di riguardarli con più stima, ancorchè fossero di cose minute, e di prevalermene con tutto l’impegno, non per altro fine che per la pura Vostra Gloria, e per maggiormente amarvi e servirvi, nella forma e nella maniera che Voi, mio Gesù, per Vostra pietà m’avete obbligata; e ciò mai darò fine, poiché senza perseveranza, non vi è salute. 
<< Avendo ponderato con attenzione, che non può chiamarsi vera sposa, o mio Gesù, che non raffrena le passioni più predominanti, vi propongo di vero cuore di esercitarmi a tutto costo nell’annegazione continua della mia volontà con intera obbedienza in tutto, senza dilazione; non tanto alle maggiori, quanto alle mie uguali e inferiori, dovendo imparare da Voi, mio Dio, che vi faceste obbediente in circostanze più aspre di quelle nelle quali mi trovo io. 
<< Riflettendo che la sposa non può piacere allo sposo se non si studia con particolare diligenza di rendersi del tutto simile a lui; stabilisco adesso e per sempre, o mio Sposo Gesù, di procurare con tutto lo studio la Vostra imitazione, e di crocifiggermi tutta in Voi, con una più esatta mortificazione di tutte le mie potenze, passioni e sentimenti.  
<< Considerando che i miei prossimi sono, o mio Dio, Vostre immagini, fatte a similitudine Vostra, prodotte dal Vostro Divino Amore e prezzo del Vostro Sangue, non sarà mai vero che io, in avvenire, non li riguardi con quell’occhio di vera carità, che Voi mi comandate: proponendovi adesso di compatirli in tutte le occasioni, di nascondere e scusare i loro difetti, di parlarne sempre con tutta stima, e finalmente, di mai mancare, avvedutamente, nella carità verso i medesimi, né in pensieri, né in parole, né in opere.  
<< Riflettendo che il Vostro Divino cospetto, o mio Gesù, altro che non sono che un cumulo di miserie e di ingratitudini verso di Voi, perché piena di mille difetti, stabilisco adesso di fuggire e di aborrire ogni mia propria lode, e di mai dir cosa che potesse direttamente o indirettamente cagionarmela. 
 << Dandomi Voi, o mio Dio, un lume chiarissimo: che non può un’anima essere tutta di Voi, se non si spoglia la mente e il cuore da ogni cura mondana per unicamente pensare a Voi; propongo stabilmente di non parlar mai delle cose del mondo, né di essere curiosa di saperle ancorchè fossero indifferentissime, ma d’interessarmi solo di quello che unicamente può condurmi a Voi; e però, per stabilirmi in questa determinazione, propongo ancora, mio Dio, di attendere anche in Monastero solamente a me stessa, e di mai badare a quello che fanno le mie Sorelle, e di essere sempre muta a tutto quello che faranno, sorda a tutto quello che diranno, e affatto cieca a tutto quello che accidentalmente io vedrò: volendo unicamente impiegare tutti i miei sentimenti per servire, lodare e benedire Voi, mio Dio, e mio unico Bene. 
<< Sapendo, o mio Gesù, che chi ti sta sempre con Voi non può perire, e che la Vostra Divina, dolce conversazione fa disprezzare ogni cosa terrena, e produce nell’anima la vera pace e contento, propongo di vero cuore, per non separarmi mai da Voi e goder sempre le Vostre Divine Benedizioni, di attendere in avvenire, con più studio e diligenza, all’esercizio della Vostra Divina Presenza, e di affezionarmi, più di quello che non ho fatto finora, all’Orazione, non lasciandola mai senza obbedienza, e senza una gravissima necessità; e di soffrire con umiltà e rassegnazione quella aridità, angustie, timori e desolazioni, che per i Vostri Santissimi fini vi compiacerete di permettermi nell’esercizio della medesima. 
<< Avendo ben capacitato che chi sente i Vostri Ministri sente Voi, o mio Gesù, e chi conferisce a loro conferisce a Voi, mossa da tal cognizione, propongo stabilmente di deporre e vincere tutta la ripugnanza che talvolta provo nell’aprire il mio interno e tutto il mio cuore a chi sta in luogo vostro, per il mio più sicuro spirituale indirizzo; promettendovi, con fermo proponimento, di secondare l’insegnamento della Nostra Santa Madre che dice:Al tuo confessore e superiore scoprirai tutte le tue tentazioni, imperfezioni e ripugnanze, a ciò ti diano consiglio e rimedio per vincerle ”, e di prestargli nella direzione dell’anima mia e del mio spirito, una semplice, pronta, cieca e costante obbedienza >>. 
Tali propositi che fece la nostra Santa per meglio prepararsi alla Professione; propositi che osservò sempre fedelmente, e nei quali non si scorge che un unico desiderio, quello di giungere in breve ad una più alta santità. 
La vigilia della Professione, in ossequi ad una pia costumanza del Monastero, si presentò in refettorio e, genuflessa, chiese perdono delle mancanze commesse, pregando le religiose ad aiutarla, nell’atto solenne che stava per compiere, con le loro orazioni, affinchè Iddio le concedesse la grazia della rinnovazione del suo spirito, per intraprendere una vita nuova e santa. 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

lunedì 8 agosto 2016

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA * 1747 + 1770 - PARTE UNDICESIMA.




Teresa Margherita Redi 
 del Sacro Cuore di Gesù 
 Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

Il 10 Marzo 1965 Anna Maria ( come allora si usava ) era rientrata per sempre in Monastero, accompagnata dal padre, seguita dalla nobiltà fiorentina con cui aveva vincolo di parentela, e ne aveva varcate le soglie stringendo nelle mani il Crocifisso. Il giorno seguente riceveva con solennità la bruna veste e il candido mantello del Carmelo, e insieme il nome nuovo di Suor Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù. Del Sacro Cuore di Gesù! Oh, quel nome l’aveva chiesto con umili istanze, mossa da quello spirito d’amore che le aveva infusa ardente nell’anima la devozione al Divin Cuore, devozione allora non poco contrastata. L’altro di Margherita doveva esserle tutto un programma di santità. Come la Vergine di Paray, che ella chiamava sua maestra, nelle sua breve vita non doveva aspirare al’altro che alla totale immolazione di tutta se stessa a quell’amore che vive di umiliazioni e di sofferenze. 
Come descrivere lo slancio di lei nel vedersi vestita del Sacro Scapolare della Vergine? L’anima sua esultò di pura gioia. Dal giorno della vestizione - non ebbe che un sol pensiero; quello di rassomigliarsi con una vita mortificata e penitente del suo Amore Crocifisso; di farsi santa, come le aveva suggerito lo zio gesuita; e, con l’obbedienza, con l’annegazione di se stessa, con la preghiera, offrirsi al Cuore Divino come vittima di espiazione e d’amore per gli altrui peccati. 
La sua contentezza si rileva anche dalla seguente lettera ( Si trova riportata negli scritti della Madre Teresa Maria della SS. Concezione ( Ricasoli ) che si conservano in Monastero ) scritta in quei giorni al Can. Giuseppe Maria Tonci, quello che aveva esaminata e approvata la sua vocazione: << Ho adempito alle mie ardenti brame di vestire questo santo Abito, come Lei ben sapeva esser questa la chiamata che mi faceva il Signore. Conosco che mi ha fatto una gran misericordia e mi rimiro immeritevole; ma adesso Egli è arrivato a tal segno che mi ha fatto rimaner convinta ed obbligata non solo a mutar vita, ma a constringermi ancora a farmi santa; poiché nel luogo ove mi ha collocata, è quasi più difficile non essere, che esserlo. Ora vede quanto devo al mio caro Gesù; e perciò mi raccomandi perché possa corrispondere a tanti favori e perché si adempiano in me quelle mire che Egli ha avute nel chiamarmi alla santa Religione >>. Negli stessi otto giorni dopo la sua vestizione mostrò quanto le fosse cara quella vita mortificata che le aveva ispirata il Signore, esercitandosi negli uffici più vili e abietti del Monastero; come nello spazzare, nel rigovernare i piatti, nel servire in cucina e al refettorio, ed altre faccende manuali, dalle quali in quegli otto giorni, secondo il costume, sarebbe stata dispensata come Sposa novella di Gesù. 
Ricercata dalle Superiori se le dessero qualche incomodo i sandali, come nei primi tempi avviene per lo più a tutte, rispose di sì; ma furono tante le sue preghiere che in ciò non volle accettare alleggerimento alcuno. Allora le fu concesso di stare seduta in Coro ogni volta che avesse sentito il bisogno, ma ella non si valse che poche volte di questa facoltà, per cui le monache nel vederla esercitare con prontezza tutte le sue azioni credettero che quell’incomodo dei piedi le fosse cessato. Ma il Giovedì Santo, facendo la Madre Priora, come è costume, la lavanda dei piedi a tutte le religiose, vide che quelli di Suor Teresa Margherita erano molto enfiati. Terminata la cerimonia, la interrogò domandandole se ciò derivasse dall’uso dei sandali, e la Serva di Dio, divenendo rossa in viso, non lo negò, ma, sorridendo, disse che era cosa da nulla. 
Con tali disposizioni intraprese il suo Noviziato, essendo allora Maestra delle novizie della Madre Teresa Maria di Gesù ( Guadagni ) ( Sorella del Servo di Dio Padre Giovanni Antonio di San Bernardo, Carmelitano Scalzo, Vescovo di Arezzo e poi Cardinale. Fu Vicario del Papa sotto il Pontificato di Clemente XII suo zio, di Benedetto XIV e di Clemente XIII. Morì in Roma il 15 Gennaio 1759, in età di 84 anni. Per sua intercessione Dio operò prodigi e grazie singolari ), religiosa molto austera, ma di tanta esperienza e prudenza, da sapere bene formare il cuore delle novizie secondo lo spirito della Serafica Madre Santa Teresa. Dotata di finissimo discernimento, la Madre Teresa Maria intuì nella Novizia grande fortezza e generosità d’animo, e, certo non senza divina ispirazione, si diede ad esercitarla in ogni maniera più dura ed anche insolita di austerità e di mortificazioni. Riprensioni, esercizi d’umiltà d’ogni genere furono adoperati dalla austera maestra per formare quella giovane anima. La povera Novizia faceva male, sempre male… non dava mai segno o, se riusciva in qualche cosa, era tacciata d’orgoglio. Suor Teresa Margherita Redi affrontò coraggiosa tutte le umiliazioni, le prove più austere, con le quali lo spirito rigido della Maestra la sperimentava di continuo. Memore della promessa fatta di volersi assomigliare a Gesù, in occasione si ricordava delle umiliazioni che Egli sostenne fino alla morte di croce; pensava che chi non sa conformare la propria volontà a quella degli altri, non potrà mai essere perfetto, e perciò abbracciava col cuore la sua umiliazione e ne faceva l’unica espressione del suo pensiero. Con tali sentimenti la nostra giovinetta proseguiva il suo Noviziato sempre con lo stesso fervore; e - come affermano i suoi biografi - sempre con maggior spirito, rendendosi ammirabile nell’esercizio delle ammirabili virtù in modo superiore all’ordinario. Il metodo troppo austero che usava con lei la Madre Maestra, cagionava alle religiose compassione e pietà per la Novizia, ma non per questo l’altra cessava dal suo rigore, anzi si sentiva consolata e ringraziava Dio - come ebbe dipoi a confessare - di trovar sempre Suor Teresa Margherita << obbediente, fedele, costante e uguale a se stessa nella naturale sua ilarità di volto e nella pace del cuore >>. 
In quell’anno, che fu l’ultimo del suo ufficio, volle esigere dalle sue novizie più che in altri tempi esatta, minuta a tutto rigore l’osservanza dell’Istituto; ma soprattutto volle esigerlo dalla Serva di Dio, giacchè, avendo conosciuto qual grazia dava il Signore alla nostra Santa per soffrire la mortificazione, non solamente studiava di trovare difetto nella stessa sua virtù, onde riprenderla, ma le faceva debito di qualche mancanza delle compagne; in segreto però le proponeva sovente quel modello di perfetta novizia alle altre. 
Un giorno a Suor Teresa Margherita venne comandato d’imparare, durante la ricreazione, a pieghettare la biancheria fine della chiesa. L’obbediente giovinetta si alzò subito da sedere, e, per meglio osservare, genuflessa ai piedi della Madre sotto-Maestra, seguiva con grande attenzione tutti i movimenti con cui l’abile religiosa faceva quelle fine increspature. Poco tempo dopo, rivolta a lei con allegra vivacità: << Dia qua - disse - ( accennando il lavoro ) perché ho già capito come devo fare >>. Aveva appena pronunziate queste parole, che la Madre Maestra, li vicina: << Suor Teresa Margherita, - le disse - la credevo più umile; lasci stare e seguiti a imparare dell’altro >>. Riputandosi colpevole e degna di riprensione, si prostrò allora la Novizia con la faccia per terra, mentre la Maestra proseguiva: << Non sa che il fondamento della perfezione è l’umiltà? Cerchi di ricordarsene e si alzi >>. E la Serva di Dio, senza replicare e per niente turbata, si alzò e ringraziò la Madre in questi termini: << Nostro Signore le paghi la carità >>. Si pose quindi di nuovo ad osservare la Madre sotto-Maestra per meglio imparare il lavoro come le era stato prescritto. << La feci porre a sedere - così la Madre sotto-Maestra - e si continuò la nostra ricreazione con allegria, come se nulla fosse accaduto; ed io notai in lei un atto di grande virtù perché, avendo sofferto quella mortificazione, che non mi pareva che si fosse meritata, non ne mostrò alcun dispiacere, anzi comparve di volto ilare e tutta quieta e contenta; e molto più la notai perché, oltre all’aver continuato a parlare con ilarità e rispetto alla Madre Maestra, dato il segno del termine della ricreazione, nell’atto di partire per portarsi ciascuna al Signore Iddio perché non fosse tento superba; difetto che per altro io non riconoscevo in lei >>. 
Il silenzio e il prostrarsi a terra, come in simili occasioni si usa al Carmelo, erano l’unica sua risposta ad ogni riprensione. Tali prostrazioni, ordinariamente di breve durata, venivano prolungate assai per Suor Teresa Margherita, così che la poveretta se ne rialzava con viso contraffatto, benchè tranquillo e sereno. Con Santa Margherita Maria Alacoque, di cui si era prefissa di imitare la vita, in simili occasioni ripeteva anch’essa dal fondo del cuore: << Prendi ciò che il Sacro Cuore ti manda per unirti a lui! >>. 
Ma ella anelava a consacrarsi per sempre a Dio con la santa Professione: non potendo abbreviare quel tempo, troppo lungo per i suoi desideri, prima che terminasse il mese in cui aveva vestito l’abito religioso, il 7 Aprile, Domenica di Resurrezione, fece i tre voti col consiglio ed approvazione del Padre Gregorio Maria di Sant’Elena ( Italiani ) Carmelitano Scalzo, allora confessore ordinario del Monastero e poi provinciale. Nei giorni seguenti scrisse questa protesta obbligandosi ad osservarla esattamente fino al tempo determinato dall’obbedienza: << Mio Dio, Padre, Figliolo e Spirito Santo, alla presenza dell’infinita Maestà Vostra io Teresa Margherita del Cuore di Gesù, creatura vilissima, e la minima delle vostre serve, prostrata col più umile e vivo sentimento che posso, vi prego ad accettare quest’atto di rinnovazione de’ miei voti già fatti nella solennità del vostro gloriosissimo risorgimento , non perpetui, ma a tempo determinatomi dall’obbedienza, intendendo che questa rinnovazione sia un complesso di tutti gli atti di virtù ch’io possa praticare. Che perciò con questo mio sentimento che Voi mi ponete nel cuore con vostra bontà, alla vostra presenza, o mio Dio, davanti a Voi, o mio Sposo Gesù, davanti a Voi, Vergine Santissima, mia amabilissima Madre, chiamo in testimonio il mio Angelo Custode, il mio Protettore San Giuseppe, la mia cara Madre Santa Teresa, tutti i miei Santi Avvocati, tutti gli Angeli e tutti gli Eletti, acciò mi siano presenti alla mia costante protesta; anzi intendo di farla non solo alla presenza alla presenza di tutto il Paradiso, ma vorrei poterla fare in faccia di tutto il mondo, e la faccio nel cospetto di tutto l’inferno, perché tutto l’inferno sappia qual è e sarà sempre l’animo mio verso il mio Divino Sposo Crocifisso Gesù . 
<< io pertanto, o mio amatissimo Iddio, volontariamente, spontaneamente, e liberamente con tutto il pieno concorso della mia volontà, con tutto il gaudio del mio cuore, rinnovo, ratifico, e riprometto a Voi con voto, Obbedienza, Castità e Povertà nella forma e fin a quel tempo che mi è stato permesso e prescritto da chi sta in luogo vostro, e stabilmente Vi propongo di perpetuarmi in questi santi voti nel sospiratissimo giorno in cui dovrò fare la mia solenne Professione, alla quale io aspiro colla maggior vivezza del mio cuore, e con pienezza di desiderio. Deh dunque, mio caro Gesù, porgetemi aiuto, vigore e coraggio per rendermi degna di giungere a quel giorno felicissimo in cui desidero di più strettamente unirmi a Voi, e rendere compito, stabile e perpetuo il sacrificio di tutta me stessa a Voi, mio Divino, unico, e vero Bene. << Degnatevi intanto d’accettare queste mie sincerissime proteste, che per rendervele più gradite, Vi presento per mano di Maria Santissima, mia cara madre, in unione della sua esemplarissima povertà, della sua Immacolata Verginità, e della sua ammirabile obbedienza >> ( Questa protesta intitolata << Rinnovazione di spirito >> porta la data 1765 ). 
Era divenuta così umile ed era tanto compresa del proprio nulla, da credersi piena di difetti. Questo suo sentimento è bene espresso nei seguenti versi: 

Chi vide, seppe, immaginò, conobbe, 
Più misera di me fin dalla culla? 
E che son io dal dì che uscii dal nulla? 
Pugnano in me, più che Esaù e Giacobbe, 
Il vizio antico e la virtù fanciulla, 
Che mai si stanca e sempre si traslulla 
Senza dar tregua allor che Dio vorebbe. 

Al Confessore mostrava sempre un sommo timore dei divini giudizi, non solo per i grandi difetti che credeva ritrovare in sé, ma per non avere corrisposto, come ella diceva, alle grazie che continuamente e copiosamente riceveva da Dio. Per questo gli chiedeva di raccomandarla al Signore, perché << avesse misericordia di lei e non mirasse alla sua ingratitudine e infedeltà, o perché ella una volta si convertisse davvero; oppure, perché non le dovessero essere un giorno di eterna confusione tante anime, lasciate miseramente per imperscrutabili giudizi di Dio alla loro naturale debolezza, senza neppure una stilla di quella celeste rugiada, di cui ella tanto abbondava in quel terrestre paradiso >>. 
Questi sentimenti però non la mettevano già in quello scoraggiamento che è un’illusione del demonio e una prova d’orgoglio; ma, nutrendo essa l’anima sua di cordiale fiducia in Dio, le erano invece di incitamento maggiore ad opere più grandi e più virtuose per l’onore e l’amore dello Sposo Celeste. 
<< Da me nulla - ripeteva spesso - in Dio tutto; quanto in me sono più povera e miserabile, tanto più son ricca e forte in Lui. Egli sarà più glorioso nella sua misericordia, quanto sono in più vile e dispregevole nel mio nulla, nei miei peccati e nelle mie debolezze >>. 
Fu udita più volte ad esclamare: << Onde, o Signore, a me tante misericordie? Che vi ho reso di buono fino ad ora che non sia vostro interamente? Oh, quanto deteriorato ed infetto vi rendo ciò che è vostro, o mio Dio!… tuttavia mi sostenete sulla terra… >>. Mille e mille volte il giorno - così Mons. Albergotti suo biografo - faceva nel suo cuore questa mistica scala di Giacobbe, ed uscendo da essa sempre più umile quanto più ricca di virtù e di merito, desiderava di essere da tutto il mondo conosciuta per quale essa si reputava davanti a Dio, e di essere vilipesa dalle creatura, calpestata come la feccia peggiore della terra . 
<< Ma perché, Padre, - diceva un giorno il Confessore - il Signore permette che io non sia conosciuta da questi angeli in carne ( così chiamava le altre religiose ), per quella indegna che sono davanti a Sua Divina Maestà? Forse perché non serva loro di tanto scandalo? Oppure perché, essendo esse tanto buone, non sanno giudicare se non bene di chi è tanto cattiva? E Iddio perché permette che mi soffrano in questo loro paradiso e mi facciano tanto bene? Padre, per amore di Gesù m’insegni come posso far conoscere a queste sante religiose quello che io sono davanti a Dio: se crede che non sia scandalo, la prego di dire a tutte i miei difetti e le tante mie miserie, affinchè conoscano quello che io sono, che così me ne verrà gran bene, perché si muoveranno più a pietà di me nel raccomandarmi a Dio e non mi serberanno tutta la confusione al giorno del giudizio >>. 
Era tale la stima che aveva da tutti, che tutti reputava migliori di sé; quindi scusava e dava buona interpretazione alle azioni altrui, e non avrebbe mai finito di lodare a propria depressione non solo le religiose, ma anche le ragazze destinate al servizio del Monastero. << E’ una gran cosa, Padre, - diceva allo stesso Confessore -: tutte, anche queste povere ragazze, appena toccano la soglia di questo paradiso si fanno subito sante, ed io sono sempre peggiore un giorno più dell’altro, e non fo che essere di scandalo e di male esempio a tutte >>. E parlando delle religiose: << Creda, sono tutte sante e veri angeli. Sono vere figlie della Santa Madre Teresa; io credo che tutte si poterebbero canonizzare. A me pare che in loro non ci sia atto che non sia eroico; mi fanno una gran paura, mi fanno tremare, perché mi vedo tanto dissimile e lontana dai loro esempi: assolutamente non sono degna di stare sotto i loro piedi e di servir loro da vile pavimento. Questa è la pura verità: io credo però di essere a tutte di grande esercizio di pazienza e di virtù per i miei continui mali esempi, e non so come facciamo a soffrirmi. Arrossisco, e non ho ardire di alzare un occhio in faccia a loro >>. 
E ciò lo diceva con tanta persuasione, che il Confessore ne rimaneva ammirato e ringraziava Dio d’averlo eletto a guidare un’anima sì candida, in cui rigoglioso germogliava l’amore di Dio e il disprezzo di se stessa. 
Temi preferiti alle sue meditazioni erano le dolci parole di Gesù: << Imparate da me che sono mite ed umile di cuore >>: oppure le altre di San Paolo: << Si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte >>. E bisognava che il Confessore fosse molto cauto quanto la Serva di Dio entrava in tali argomenti. Bastava infatti che le accennasse uno solo di questi tratti della vita umiliata di Nostro Signore, perché ella restasse priva di sensi, oppure, piena di confusione, esclamasse: << Questa sì, Padre, che è umiltà; questa è vera virtù ed eccesso di virtù; dove possiamo noi umiliarci, dopo un Dio così umiliato per noi? >>. 
Queste due virtù, amore di Dio ed umiltà, furono il fondamento della santità di Suor Teresa Margherita, e il principio della sua grandezza e della sua gloria. E l’umiltà le suggerì la santa abitudine, che non lasciò più fino alla morte, di andare ogni sera dalla Madre Maestra o dalla Madre Priora ad accusarsi dei suoi supposti difetti ed a pregarle umilmente a volerla mettere sull’avviso, scongiurandole - sono sue parole - << per l’amore che portavano a Gesù e per lo zelo che, come tanto buone, dovevano avere dell’eterna sua salute, a farle questa carità, che l’avrebbe gradita più di qualunque cosa del mondo >>. Ed esse erano costrette a contentarla. Ma molte volte, per appagare i suoi umili desideri, per non dire ciò che in lei non ritrovavano, le parlavano della perfezione della regolare osservanza, oppure di qualche eccellenza di qualche virtù; e così ella rimaneva contenta, perché prendeva ciò che dicevano come veri avvisi di difetti da lei commessi. Quindi tutti quei buoni avvertimenti che dalla Superiora si davano nei Capitoli conventuali o altrove, li applicava a se stessa e, umiliando davanti a Dio, soleva dire: << Alle altre sono avvisati i difetti per loro esercizio d’umiltà, ma io sono la rea e la vera difettosa >>. Pochi mesi di noviziato erano bastati a farla giungere ad un più alto grado di umiltà; ad imitazione di Gesù, più che di parole, essa era umile di cuore. 
Un grazioso fatto registrato nei Processi Canonici, avvenuto circa un anno avanti la sua preziosa morte e che ci piace anticipare e riferire qui perché rientra nella materia del presente capitolo, rivela ancor più quanto profonda fosse la sua umiltà. Una sera, dopo cena , la Santa si recava alla ricreazione con le sue consorelle. Una di esse, di carattere allegro e vivace, Suor Teresa Crocifissa di Gesù, al secolo Albergotti, che fu tanta parte per la venuta al Carmelo, dopo aver sussurrato qualche parola alla Madre Priora, dice ad alta voce: << Sorelle, stasera ha da far baciare una reliquia insigne >> e facendo il giro delle Religiose porge loro un involtino di carta, che tutte baciano con devozione, me senza sapere di che santo fosse quella reliquia, giacchè Suor Teresa Crocifissa non lo volle dire. Arrivata al turno di Suor Teresa Margherita: << Lei - disse - bisogna che si metta in ginocchio per baciarla >>. E la Santa sempre mite ed obbediente, sorridendo, s’inginocchia e bacia devotamente la reliquia. Dopo che l’ebbe baciata, Suor Teresa Crocifissa dice: << Vogliamo sapere di che santa è questa reliquia. Sono i capelli di Suor Teresa Margherita! >> ( La preziosa carta in cui furono involti i capelli della Santa, si conserva ancora in Monastero e sopra porta scritto, di carattere di Suor Teresa Crocifissa, queste parole: << Reliquia insigne che applicata con grande fede a qualsiasi male, se ne spera la perfetta guarigione >>. ). 
Le Religiose risero dello scherzo, ma la Santa tutta rossa in viso, umiliata e confusa corse a nascondersi. In verità fu uno scherzo un po’ strano, eppure oggi è divenuto realtà: la più insigne reliquia della Santa che tutti possono baciare sono appunto i suoi capelli, giacchè il suo corpo incorotto ed intero non può essere toccato da alcuno. 
Intanto Suor Teresa Margherita ricomparve agli atti comuni ancora confusa, ma, piena di umiltà e non parlò mai dell’accaduto. Solo quando, qualche tempo dopo, Suor Teresa Crocifissa trovandosi sola con lei, gli ne fece cenno, la Santa affabilmente e senza nessun risentimento le disse: << Da lei non mi sarei aspettata una simile celia >>. 
Per le cose che riguardavano lo spirito, il suo amore al nascondimento era ancora più ammirabile. I doni che riceveva da Dio mai li palesava ad alcuno, tanto era industriosa nell’osservare il proposito fatto, d’imitare Gesù nella vita nascosta. Il suo contegno esteriore, sempre composto, che la faceva apparire astratta ed occupata mentalmente in una continua meditazione e in un profondo raccoglimento di spirito, fece nascere in alcune delle sue consorelle il dubbio che tale applicazione fosse effetto di melanconia e che potesse in seguito pregiudicare alla stessa sua salute corporale. Se ne informò il Padre Provinciale, allora Padre Vincenzo Maria del Santissimo Sacramento, il quale, dopo avere esaminato la Serva di Dio, rassicurò le religiose dicendo: << Che stessero pure in pace, perché quella non era melanconia né poteva recare alcun pregiudizio alla sanità: avrebbe anzi desiderato che tutte le religiose avessero patito di simile melanconie, come era quella di Suor Teresa Margherita >>. Anche il Padre Generale dell’Ordine, in altra occasione, aveva detto alle religiose: << Oh, madri mie, le vorrei tutte com’è Suor Teresa Margherita! Ciò è affetto del lavoro interno che ella ha continuamente con Dio >>. E una religiosa d’allora lasciò questa testimonianza: << Credo che fosse effetto della sua continua presenza di Dio quel mostrarsi così astratta, che alle volte pareva sbalordita, e per farci credere che provenisse veramente da tal difetto, sorridendo ci raccontava che di ciò se ne era avveduto ancora suo padre e che per riscuoterla soleva dire: “ Signorina Anna Maria, torni a noi ” e nell’ultimo di sua vita, occorrendole andare al parlatorio dalla Signora Alessandra Borghesi, quando fu per prendere congedo, s’inginocchiò a chiederle la benedizione, e dopo partita raccontò a più d’una di noi questa sua balordaggine ( come ella la chiamava ) dicendo: “ Mi pareva di parlare con mia madre ” >>. 
<< Abituarsi alla mortificazione della vista - così la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova - in tutto il rimanente del tempo di sua vita stette sempre con gli occhi bassi e colla mente a Dio elevata, come io e queste mie consorelle avevamo compreso dal vedere che nell’andare per il Monastero non guardava ove si portasse, onde ne seguì molte volte battè la testa or nelle imposte delle finestre del dormitorio, ed or nelle inferriate di quelle che abbiamo nei corridoi del loggiato, e così fu da me e da altre religiose osservata, e per essere ella così immersa nella contemplazione non eravamo da lei vedute né osservate, onde ne seguiva che, improvvisamente chiamata, si riscuoteva, ed in una di quelle volte in cui la vidi imbattersi in una delle dette inferriate, avendola ripresa perché non v’avesse avvertito, tutta umiltà mi rispose: “ Ha ragione, cercherò di osservarvi per un’altra volta ”, rimanendo piuttosto confusa sembrandole aver commesso un qualche difetto >>. 
Per i ministri del Santuario e molto più per i prelati della Chiesa e dell’Ordine aveva sommo rispetto e profonda venerazione. << Parlava loro - afferma il Padre Idelfonso - sempre in ginocchio e con somma riverenza e il puro necessario o per l’anima sua o per rispondere con brevissime ed ossequiose e quasi tremanti parole alle loro interrogazioni, come io stesso posso testificare e testifico rapporto a me, col quale, attesa la continua e sincera comunicazione del suo spirito, pure doveva avere maggiore confidenza che con qualche altro, e come generalmente ho udito e in qualche occasione da me veduto, da lei praticato con tutti i sacerdoti e religiosi avanti ai quali si fosse trovata. E quante volte si presentavano al parlatorio alcuni prelati, sì dell’Ordine come di fuori di esso, e che fosse occorso dovervi andare tutta la comunità, ella se ne stava per ordine al suo posto, come tutte le altre, ma alquanto indietro, tutta modesta nel volto e raccolta profondamente nel suo spirito… Simile riverenza portava poi a tutte le religiose che rimirava come persone dilette a Dio, e nel tratto con esse traluceva sempre sommo e profondo rispetto qe quel sentimento intimo che di loro aveva che fossero come tanti angeli del Paradiso in terra. 
Dotata di una semplicità estrema, ella rifuggiva altresì da qualunque dimostrazione di stima e d’affetto. A lei bastava l’amore del suo Dio. In occasione della vestizione religiosa di Suor Teresa della Santissima Concezione ( Ricasoli ), che ebbe luogo nell’Ottobre di quello stesso anno 1765, essendo entrata in Monastero Maria Luisa Granduchessa di Toscana e le dame del suo seguito, rapite dalla singolare angelica modestia della Serva di Dio, e più del candore di santità, che, come attastano molto, le traspariva dal volto, le si accostarono rivolgendole benevoli parole. Suor Teresa Margherita arrossisce a tali segni di distinzione, abbassa gli occhi, non parla, risponde gentilmente con gesti ed atti di ossequio, e si ritira dietro le altre religiose per non essere più osservata. Ma ancora più ammirabile fu quest’amore al nascondimento per ciò che riguardava la nobiltà dei suoi natali. Aborriva talmente proferirne parola, che, se costretta, ne rimaneva dispiacentissima, animata sempre dallo spirito della Serafica Santa Teresa, la quale lasciò scritto alle sue figlie: << Non dirai mai cosa propria che meriti lode, come del tuo sapere, virtù o linguaggio, se però non si spera probabilmente che ciò sia per recare grande umiltà, ed allora lo dirai con umiltà e considerazione, attesochè sono doni della mano di Dio >>. 
Il fiore dell’umiltà era dunque sbocciato per la pia Novizia! Possedeva già quello spirito vero di quella virtù che, secondo San Francesco di Sales, consiste non nel fare qualche atto, ma bensì nel compiacersi dell’umiliazione, nel ricevere l’abiezione in ogni cosa. E il sommo; l’umiltà spinta fino al grado eroico. Quest’Angelo toccava ora quella nobile e ferma virilità, chiamata da San Paolo << l’età perfetta del Cristo >> ( Ad Ephésios, IV, 13, 14 ). 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

mercoledì 20 luglio 2016

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE DECIMA.







Teresa Margherita Redi 
 del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

La prova dei patimenti è il suggello delle opere di Dio: questo divino contrassegno non doveva mancare al postulante ( Così è chiamato quel tempo che corre dall’ingresso in Monastero alla vestizione religiosa ) della pia fanciulla. Ma i suoi patimenti d’allora non furono quelle prove tormentose dello spirito che ardono e consumano l’anima con angoscia inesprimibile; bensì prove puramente corporali che, sopportate pazientemente ed offerte a Dio, arrecano quella pace sovrumana per cui ogni dolore si dimentica e si trasforma in soave godimento. 
O fossero le prolungate orazioni genuflesse sul suolo, o la delicatezza del suo temperamento, verso la fine del 1764 le si formò sopra il ginocchio un grosso tumore che ella occultò per alcuni giorni; ma una febbre ardentissima l’obbligò a manifestare il suo male e dovè porsi in letto. Fu necessario l’intervento del medico, il quale dichiarò indispensabile un’operazione chirurgica. Anna Maria vi si sottopose col coraggio dei martiri, solo sollecita della riservatezza verginale. << Mi assoggetto di buon grado - aveva detto alle religiose - per confortarmi al patire di Nostro Signore Gesù Cristo >>. 
Ed infatti si comportò come aveva promesso. E perché, sotto l’azione del ferro, le sfuggì un lamento, ne restò confusa e ne domandò perdono come di una colpa. Il giacer sempre sul medesimo fianco, la febbre che non lasciava mai, le cagionarono per tutto quel tempo un continuo dolore. 
La Madre Sotto-maestra, nel vederla così sofferente, usava ogni studio per tenerla sollevata, e le era prodiga di tutte le cure e i delicati riguardi che le dettava il suo bel cuore. Un giorno questa buona Madre ebbe la premura di prepararle una piccola pietanza assai gustosa e, tutta contenta, la portò ad Anna Maria. Questa, gustata che l’ebbe, dimostrò di non volerne più. Interrogata del motivo di tale ripugnanza, col suo solito fare tanto piacevole rispose: << Mi ci ha messo tante cose buone che non mi paiono adatte alla vita delle carmelitane scalze, e non combinabili con la mortificazione >> ( Deposizione della Madre Anna Maria di Sant'Antonio da Padova ). Eppure non si trattava che di due uova affogate nel brodo e cosparse di pochi aromi. Edificata di tanto amore alla mortificazione, la Madre le soggiunse che mangiasse pure con sicurezza tutta la pietanza, perché in tempo d’infermità anche l’uso delle stesse carni è, secondo le leggi della Nostra Santa Madre Teresa, un atto di osservazione; e perciò avrebbe ella così acquistato il doppio merito dell’osservanza e dell’obbedienza. Non ci volle altro perché la pia giovane obbedisse subito e mangiasse quelle uova senza replicare; onde la Madre Sotto-maestra si persuase che il vero e solo motivo che gliele aveva fatte ricusare era stato l’amore alla mortificazione. 
Ma mentre pativa per le medicature e gli ardori della febbre, altra sofferenza sopportava volontariamente in silenzio. Aveva letto la vita dei Santi e udite le loro azioni eroiche per mortificare il loro corpo: li volle imitare. Il suo cuore era grande, ma non sapeva l’ingenua fanciulla che i Santi agivano sempre curvati sotto il giogo dell’obbedienza, senza la quale sarebbe inutile ogni più grande sacrificio. La Sotto-maestra che l’assisteva si accorse di qualche particolare contrazione nel viso di lei e, dopo attenta osservazione, scoprì che le forcine di ferro che ne trattenevano la lunga e folta capigliatura, sotto gli ardori di cocentissima febbre gli cagionavano alcuni spasimi nel capo. Gliele tolse tutte, e fin d’allora tanto più vegliò nel custodirla quanto più conosceva che le mire di lei erano intente a mortificarsi e a patire. 
Ben altra pena più intensa teneva però nel cuore Anna Maria: il timore cioè che la sua infermità le impedisse o facesse ritardare la vestizione dell’abito religioso. Ma il Signore, con la grazia della completa guarigione, le concesse altresì quella di vedere appagati i suoi voti. Le fu dunque annunziato che bisognava uscisse dal Monastero perché, durante la sua assenza, le religiose potessero liberamente decidere. Se non che, prima di ciò, secondo la pia costumanza, ella stessa doveva chiedere alla Comunità di essere accettata ed ammessa alla vestizione. Con angelica compostezza si presentò la fervente fanciulla davanti alle religiose radunate in Capitolo e, con accese parole, con ragioni sì commoventi da intenerire i cuori più duri, pur confessando di esserne indegna, le pregò a non volerla rigettare dalla loro compagnia. Promise che si sarebbe emendata dei tanti suoi difetti, ciò che sperava ottenere con l’aiuto delle loro preghiere. 
Quell’aria angelica, quelle dolci parole, non poterono a meno di commuovere le religiose, le quali piansero di tenerezza. Quindi le dissero che, se ciò fosse volontà del Signore, stesse sicura che l’avrebbero contentata. Non poteva accadere diversamente; quelle religiose ringraziarono Dio del dono che loro faceva, e rammentavano l’una all’altra i presagi fatti sulla fanciulla al primo suo entrare in Monastero: << Che essa cioè acquistavano una figlia della Santa Madre Teresa, già formata, e che ne sarebbe uno dei più vivi ritratti >>. 
Col cuore pieno di gioia, Anna Maria scrisse subito una lettera allo zio Padre Diego Redi della Compagnia di Gesù, annunziandogli il grande avvenimento; e lo pregava a ringraziare il Signore della grande bontà e misericordia che usava verso di lei, col riceverla per sua sposa. Nella risposta, lo zio la esortava a corrispondere a tanta grazia, e, con la pratica delle sante virtù, a divenire una figlia degnissima di Santa Teresa. << Affezionatevi - le diceva - a ciò che ella particolarmente inculca, cioè umiltà vera, orazione umile, obbedienza cieca. Secondate il fine che Ella ebbe nel fondare la sua religione che fu appunto perché vi fossero persone da bene, le quali continuamente pregassero per la salute delle anime… Gesù, mia cara nipote, vi vuole non solo buona, ma santa >>. Queste ultime parole colpirono la giovinetta, si ricordò dei propositi tante volte fatti nella casa paterna, e li rinnovò formalmente. E con pari gioia scrisse al babbo una lettera in versi. 
Il 4 Gennaio 1765 uscì dal Monastero e sulla fine dello stesso mese nuovamente fu condotta dal padre a far visita alle sorellina e alle maestre in Santa Apollonia, quindi a Prato per rivedere e dire addio ai fratelli Gregorio e Francesco Saverio, in educazione nel Collegio Cicognini di quella città. Albergò col padre e coi fratelli nella foresteria di San Nicolò, e quei quattro giorni che vi trattenne furono impiegati nella visita delle Chiese e dei Monasteri. 
Essendo col padre e con altre ragguardevoli persone nell’atrio del Monastero di San Michele, veduti affacciarsi alla porta esteriore alcuni poverelli, si staccò subito con bel modo da quella comitiva e andò loro incontro. Cavatosi quindi di tasca quel poco di denaro che aveva, lo distribuì loro garbatamente, accompagnando quell’atto con parole dolci e compassionevoli, fra l’ammirazione e l’edificazioni dei presenti. 
Sappiamo dalle deposizioni che fecero i fratelli, che in quel tempo i desideri di Anna Maria, le sue aspirazioni, erano così veementi, che non poteva a meno di parlar loro di Dio, della grazia grande della vocazione, dell’obbligo che abbiamo di corrispondere a tanto amore. 
Una mattina mentre aspettavamo l’ora del pranzo, si era ritirata frettolosamente in camera, e il fratello Francesco Saverio, sapendo che vi era andata a far orazione, per non disturbarla, l’aspettò in fondo alle scale. Passati pochi minuti la vide uscire col volto tutto infiammato, e correndo verso di lui, gettarglisi al collo e dirgli con grande enfasi: << Cecchino, vuoi bene a Dio? >>. << Alla meglio che posso, da peccatore >> - rispose il fratello. Allora, accendendosi ancora più nel volto e stingendolo con slancio serafico, con gli occhi rivolti al cielo, soggiunse: << Amalo davvero Gesù; se sapessi quanto è bello, quanto è caro e quanto è amabile!… >>. E il fratello meravigliato, stava riguardandola, mentre il volto di lei sempre più s’avvivava, splendeva e quasi si trasformava. Che cosa era mai accaduto?… Nel silenzio della sua cameretta, abbandonata col pensiero alla dolce contemplazione dell’amore infinito di Dio, il suo cuore si era acceso di quella vampa misteriosa che tutta la consumava: onde, con gli occhi fissi al cielo, fremeva quasi sotto l’angoscia indefinita di non poter pienamente raggiungere Colui che aveva ferito il suo cuore. Non potendo più resistere, si era alzata e, trovato il fratello, aveva dato libero sfogo a quella piena di affetti ( Questo fatto avvenne nella foresteria di San Nicolò di Prato ). 
Dio la volle arricchire fino d’allora del dono di quella profonda e sublime contemplazione che Egli comunica solamente alle anime pure e innocenti. Possiamo dire che Anna Maria, anche in quel tempo che stette fuori dal Monastero, visse sempre come isolata, sola con Dio e con le sublimi elevazioni. Spogliata di tutto, non cercando che Lui solo, era da Dio investita al primo presentarglisi che faceva. E l’investirla ero lo stesso che averla tutta infiammata e compresa del suo fuoco purissimo. Che meraviglia dunque se ella era amante dell’orazione, e se questa era senza limitazione di tempo? Ogni luogo era per lei atto alla preghiera; dappertutto fuggiva improvvisamente a se stessa e si nascondeva in Dio. 
Dopo essersi fatta promettere dai fratelli che sarebbero sempre buoni e amanti di Dio, si licenziò da essi e partì col padre a Firenze, soffermandosi, al ritorno, a visitare le Signore della Quiete e la fabbrica delle porcellane del Marchese Ginori, e << per tutto fe’ ammirare la sua angelica modestia e compostezza, il suo innocente candore, la fervida sua devozione e pietà, e generalmente la soavità meravigliosa dei suoi costumi e del suo tratto >>. Stette fuori dal Monastero due mesi, cioè dal 4 Gennaio 1765 fino alla sera del 10 Marzo, e in questo tempo fu affidata alla Nobil Signora Isabella Mozzi nata Contessa Barbolani di Montauto. E’ incredibile quanto questa nobil donna rimanesse edificata ed insieme innamorata di quella giovinetta che aveva bellezze e profumi di cielo, e che dovunque lasciava una traccia luminosa di quella sublime carità che ardeva nel suo cuore generoso. << Trattava con le diverse persone - ci lasciò scritto questa nobil donna - con grande circospezione del suo operare e minuto pensiero non solamente dei doveri, ma ancora delle convenienze nobili e cristiane >>. 
Grata verso chiunque le avesse usato un favore, volendo mostrare la sua riconoscenza a tutte quelle persone di servizio di casa Mozzi, appena fatto il suo ingresso in Monastero scrisse alla Contessa ringraziandola e pregandola di dar loro, a titolo di mancia, alcuni involti di danaro e di altri oggetti di devozione. 
Mentre era ancora fuori del Monastero, quando seppe che nello scrutinio del 4 Marzo era stata dalle religiose approvata pienamente e che avrebbe ricevuto l’abito il giorno 11, come volesse dire addio per sempre alla pompa ed al lusso mondano indossò una veste più bella ed un paio di guanti di pelle rossa ( oggi si conservano quali preziose reliquie ), i quali secondo il costume di quei tempi, le arrivavano fino al gomito. Un religioso Carmelitano Scalzo di San Paolino - la tradizione porta che questo fatto sia accaduto nella sagrestia di quella Chiesa -, ignorando il fine di quel cambiamento, le fece notare che non conveniva ad una sposa di Gesù quell’elegante acconciatura, ed ella sorpresa di tale osservazione, con seria semplicità rispose: << Un giorno sarò santa! >>. 
Una risposta così risoluta sulle labbra di quest’angelo che fino era appagato tanto umile, potrebbe recare qualche meraviglia, se i fatti che veniamo gradatamente esponendo in questa breve storia non ci facessero credere che la risposta data alla Serva di Dio, come narra di altri santi ( Si legge, che San Vincenzo Ferreri molte volte proclamò la sua canonizzazione; e si racconta che, fanciullo di circa dieci anni, avendo veduti i contadini intenti ad abbattere un cipresso che era presso la casa paterna, li pregò di non reciderlo, dicendo loro che quel cipresso doveva ancora crescere ed ingrossarsi, perchè in seguito dal suo tronco se ne sarebbe formata una statua di un santo; quindi soggiunse: << E questo santo sarò io >>. ), fosse effetto di una soprannaturale illustrazione. 
Un altro fatto che ha tutte le apparenze di profezie, e che avvenne più tardi, quando ella era già monaca, è il seguente. Mentre un giorno, in tempo di ricreazione, la Santa stava ricamando alcuni << abitini >> - che le religiose sogliono poi regalare ai benefattori del monastero - una sorella che osservava il suo impegno, ma anche la poco riuscita del lavoro, le disse scherzando: << Ah, Suor Teresa Margherita! Questi abitini sono davvero poco belli!… >> e la Santa, sorridendo: << Si, è vero che i miei abitini non sono belli; ma se ne serviranno un giorno per farne dono ai Cardinali >>. Parole che oggi, a più di un secolo e mezzo di distanza, si sono pienamente avverate: i suoi abitini, rispettati per sì lungo tempo dal tarlo e dalla tignola, furono offerti in dono, in occasione della Beatificazione, uno all’Em.mo Card. Verde Ponente della Causa, e l’altro all’Em.mo Card. Rossi ( Sua Eminenza il Card. Raffaello Carlo Rossi, alunno della Provincia Toscana, che fin dall'inizio della sua vita di Carmelitano Scalzo apprezzò e gustò il soave profumo del Piccolo Giglio di Firenze nel Santo Noviziato di Arcetri ove la salma incorotta della Santa aveva dimorato per molti anni. ). Fuori del suo caro Monastero, lontana da << quella casa di angeli >>, era però vicina alla sue buone Madri con l’anima, col cuore. Abbandonata al pensiero di un momento felice, in cui potrebbe dar compimento al suo olocausto d’amore, aspettava che venisse quel giorno in cui, vestita da Gesù delle insegne di Sua Sposa, l’anima sua resterebbe dolcemente assopita nelle ebbrezze della carità. 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

mercoledì 13 luglio 2016

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE NONA .







Teresa Margherita Redi 
 del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
 Santa 
 *1747 +1770 

Accesa dal desiderio di emulare i serafici ardori del Patriarca d’Assisi, e attinte alla Verna nuove forze per compiere i suoi santi propositi, la giovinetta si accinse coraggiosamente al supremo distacco. 
Inginocchiata pressi il letto della madre inferma, ne implorò affettuosamente la benedizione; e la signora Redi, unendo le sue lacrime a quelle del consorte, benedì la diletta figliuola, da cui si divideva per sempre. 
Anna Maria durante il viaggio apparve calma e serena. 
 << Senza mostrare i osservarla - narra il Cav. Ignazio - la vidi composta, immobile, sostenuta per lo spazio di un’ora; quindi ripresa la sua gioconda maniera, mi si voltò ed introdusse sereni e saggi ragionamenti, e proseguì quel viaggio con la più squisita tranquillità >>. 
Povera fanciulla! In quel giorno aveva provate le più dure battaglie. Quanto costò al suo cuore tenero ed affettuoso il distacco dalla madre! Dopo Dio e la Vergine, tutto riconosceva dall’amore di lei, che le aveva istillato la pietà soda e il disprezzo del mondo. 
Grata alla mamma per naturale bontà di cuore e sentimento religioso, benchè fosse riuscita sì bene a dissimularlo. Non aveva potuto staccarsene senza una forte commozione. E quanto alla madre, come era stata grande la pena nel vedersi strappare per sempre quella cara figlia che tanto amava e per la quale aveva fatto tanti sacrifici! Quante preghiere, quante lacrime le era costata Anna Maria, perché venisse su buona, pia, virtuosa! 
E la grazia l’aveva ottenuta: a diciassette anni la figlia sua serbava il candore dell’innocenza battesimale. Ma ora che formava la sua consolazione, ora che poteva godere in pace il frutto di tante fatiche e di tante preghiere, la sua Anna Maria partiva ed ella restava senza speranza di riaverla con sé. Che dolore per una madre! 
Ma la virtù cristiana aveva trionfato di ogni tenerezza: la madre aveva chinato la fronte alla volontà di Dio che chiamava la figlia a servirlo al Carmelo; e la figlia aveva lasciato la casa, benedetta mille volte con effusione di cuore, affidata tra le lacrime al Signore stesso e alla Vergine Santissima. 
Giunta a Firenze alloggiò per qualche giorno presso il Generale Pandolfini e, visitate le religiose di Santa Apollonia e le due sorelle Cecilia ed Eleonora quivi in educazione, s’avviò col padre e con la Signora Virginia Pandolfini nei Della Gherardesca al Monastero di Santa Teresa. Qui bisognò separarsi dal padre; e, per quanto cercasse dissimularlo, fece abbastanza conoscere quale tempesta angosciosa turbasse il suo cuore. 
Oh! I santi non sono insensibili agli affetti domestici, e ben a ragione Santa Teresa del Bambino Gesù esclamava: << Io non comprendo i santi che non hanno amata la loro famiglia! >>. 
Ed anche Anna Maria, come più tardi la sua giovane sorella del Carmelo di Lisieux, volenterosa sacrificò a Dio il padre che teneramente amava. 
L’abbracciò, domandò la benedizione come aveva fatto ai piedi della mamma, ed entrò in << quella casa di angeli >>, come la chiamò sempre, per dar principio alle prove della religione. Era il 1° Settembre 1764. Il Monastero di Santa Teresa ( oggi carceri penali di Santa Teresa ), come la sua Chiesina tanto graziosa nella purezza delle sue artistiche linee, sorge poco distante dalla Chiesa di Sant’Ambrogio, e risponde a mezzogiorno sulla strada che conduce a Porta alla Croce, e a settentrione sulla via detta della Mattonaia. La sua fondazione per opera della Nobil Donna Francesca Guardi negli Ugolini risale al 1629; cioè a qualche anno dopo che il Ven. Padre Domenico di Gesù e Maria, pressato dalle istanze di Cosimo II, Granduca di Toscana, ebbe accettata la fondazione del Convento San Paolino. Quella nobil Signora, essendo molto devota della Nostra Santa Madre Teresa, aveva istantemente chiesto di fondare in onore della Santa una Chiesa e un Monastero di religiose, donando a tale scopo gran parte delle sue sostanze. Il Padre Generale dell’Ordine, che era quel tempo il Ven. Padre Ferdinando di Santa Maria, accettò questa offerta e scrisse subito alla Ven. Madre Girolama di Santa Maria ( Centurioni ), fondatrice del secondo Convento di Genova, perché si eleggesse due compagne per la fondazione del nuovo Monastero di Firenze. Le due religiose elette a quest’opera furono la Ven. Suor Maria Agnese di Gesù ( Lomellini ). 
Il Monastero fu aperto gli ultimi di Aprile del 1630, e le fondatrici vi furono portate come in trionfo della cittadinanza. La figura della Chiesa è esagono, con la sua cupoletta ben proporzionata, che si eleva, agile nella sua struttura, al disopra dell’abside. In ciascuno angolo dell’esagono si apre una finestra; è la luce vi penetra sì temperata e dà alla Chiesa tal grazia e tal vaghezza da renderla suggestivamente devota. L’altare maggiore è tutto di pietra lavorata, e sui piedistalli delle sue colonne si osservano due armi; a destra quella dei soli Guardi, a sinistra quella dei Guardi legata con quella degli Ugolini. Gli altari laterali sono quattro, poco dissimili dall’altare maggiore. Nel pavimento del presbiterio dell’altare maggiore si vede una apertura rotonda con inferriata di bronzo massiccio a rabeschi, che vanno a legare in mezzo l’arme della fondatrice. Questa apertura serve per dare luce ad una cappella sotterranea, fatta costruire contemporaneamente alla Chiesa dalla fondatrice sua tomba, con un piccolo altare dedicato alla Vergine Addolorata, dove ogni anno il Venerdì di Passione si celebrava la Santa Messa. Il corpo della fondatrice riposa dalla parte dell’epistola di questo piccolo altare, e di fronte è un’altra tomba, dove , con l’abito delle carmelitane scalze, fu sepolta la Duchessa Eleonora Strozzi. Fra gli altri monumenti degni di memoria è quello della Principessa Violante Beatrice di Baviera, il cui corpo riposa in una nicchia dalla parte del Vangelo. 
Tali il Monastero e la Chiesa di Santa Teresa, dove Anna Maria era entrata per cominciarvi le prove della religione. 
E Iddio che - come osserva Mons. Boutade ( Storia di Santa Margherita Maria Ala coque ) - non ha sollevato una montagna, non ha profondato una valle, non ha disegnata una riva, senza sapere per qual popolo o per quale anima Egli operava, facendo sorgere questo Monastero aveva certo pensato anche alla nostra giovinetta. I suoi primi passi nella casa di Dio furono tali da destare ammirazione in quelle ferventi religiose. 
Le venerava come tanti angeli e si dichiarava indegna di essere in loro compagnia; si studiava di imitarne gli esempi, si dava impegno di osservare con la più puntuale osservanza le regole e gli usi particolari del Monastero. La sua vita incominciava ora una nuova fase; il suo cuore era come un inno al Cuore di Gesù, e si elevava di continuo, unendosi a Lui sempre più strettamente e offrendosi quale perpetuo olocausto d’amore. 
In quei giorni provò sommo contento nel ricevere la << Disciplina Claustrale >> del Ven. Padre Giovanni di Gesù e Maria, libretto dove è tracciata la maniera più facile di dirigere alla gloria e all’amore di Dio tutte le azioni monastiche, anche le più indifferenti, e di farle con la maggiore perfezione per piacere unicamente a Lui. E ciò perché, come asserisce il Padre Idelfonso suo Confessore, non solo aveva trovato in quel libretto quanto aveva praticato senza determinata forma fin da piccola, ma perché, oltre le opportunissime istruzioni che in esso si trovano, le sembrava che dopo la Regola e le Costituzioni, tanto in quello come nell’Istruzione dei Novizi, vi fosse tutto ciò che deve fare di più perfetto una Carmelitana Scalza per piacere a Dio. 
Quindi fu sollecita d’imparare in poco tempo a memoria tutte le formule di direzione che vi si trovano e di applicare con esattezza, sia mentalmente che vocalmente, per assuefarvisi con maggiore facilità. E nonostante negli ultimi tempi di sua vita tutti gli autori ascetici la lasciassero in aridità, nella Disciplina Claustrale trovava tanta soddisfazione che non ne trascurò mai la lettura. L’obbedienza, la mortificazione, l’annegazione di se stessa, la preghiera, la custodia del silenzio o del ritiro, la carità nei rapporti scambievoli, furono i fiori soavi fatti sbocciare dal suo amore per Gesù; e queste doti singolari dell’animo suo traevano maggiormente a sé l’ammirazione e l’affetto di quelle religiose, che vedevano in lei una monaca già avanzata nelle vie delle perfezione, anzi, << un angelo di costumi ed un vaso si singolarissima elezione >> ( Mons. ALBERGOTTI, manoscritto ). 
Quell’idea che fin dal suo ingresso concepì sulla santità del luogo e delle religiose, le faceva così profondamente sentire un basso concetto di se stessa, che non vi eran sofferenza ed umili esercizi, dei quali essa non volesse ad ogni costo privare le altre per esercitarli ella stessa. Inabissata in un sentimento di profonda umiltà non vedeva in sé che demeriti, mentre le religiose eran per lei tante sante, << degne - son sue parole - di essere canonizzate >>, e si reputava immeritovole di vivere in quella << casa di angeli >>. E’ costume generale di tutti i Carmeli, quando le fanciulle sono ammesse le prove della religione, di accordar loro, per i primi otto giorni, un più lungo e agiato riposo e la dispensa del partecipare ad alcuni atti comuni, specialmente ai più laboriosi, come il digiuno, le mortificazioni e le penitenze regolari. Questa cosa dispiacque alla più giovinetta, che desiderava intraprendere la vita carmelitana in tutto il suo rigore. Pregò tanto la Madre Priora e seppe far così bene, che questa, quantunque non volesse variare il costume della moderata discretezza voluta dalla Santa Madre Teresa, pure dopo poco tempo appagò i desideri di Anna Maria, che intraprese le pratiche con tale fervore, facilità, prontezza e gioia, da sembrare una monaca delle più abituale a quel genere di vita. Le era rimasto però in cella il materasso di lana, che la superiora le aveva rilasciato per non sottoporla in un sol punto di austerità tanto gravi; ma elle cercò il modo di privarsene, e l’occasione non le mancò. 
In quei giorni si trovava leggermente indisposta una novizia: la Serva di Dio, avendo osservato che non aveva sul letto il materasso di lana che si suol concedere alle malate, si presentò alla Madre Maestra, e la pregò tanto e con sì bel modo, che ottenne finalmente la licenza di privarsi del suo e di porlo sul letto dell’ammalata. Questo fatto restò così impresso nella mente di quelle religiose che, anche dopo la morte della Santa, lo ricordavano spesso, ed invalse poi l’uso che le giovinette ammesse alle prove della religione facessero a gara nel domadare di imitarla in questo atto di mortificazione. Intanto in quei giorni di prova, Anna Maria fece tale progressi nell’orazione mentale, da recare stupore anche ai più provetti maestri di spirito. Racconta la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova ( Piccolomini ), allora Sottomaestra, che una sera al Mattutino, essendole vicina, osservò in essa un particolare raccoglimento; il suo volto era come infiammato, gli occhi le scintillavano di una dignitosa letizia che non riusciva a nascondere; onde questa buona Madre comprese che, per la vivezza della sua gran fede e degli atti interni di amore di Dio, le fosse accaduto qualche cosa di straordinario. Interrogata di ciò, l’umile giovinetta non rispose che con parole evasive, dicendo: << che la recita del Mattutino richiede tutta l’attenzione, e che l’omissione di qualche parola poteva dar motivo al demonio di addebitarla di difetto presso Dio >>. L’avveduta religiosa però tenne per certo che essa le avesse detto così poco solo per compiacerla, ma che invece avesse ottenuta una qualche interna illustrazione sul Mistero Eucaristico Sacramento; oppure, sollevandosi essa con la mente a cercare Dio e dire a Lui tutta la dolcezza e tutta la gioia che allora provava, il Signore l’avesse rapita alla visione di quella bellezza eterna, che tanta luce di soavità apporta alle anime amanti. 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

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Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano