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lunedì 23 gennaio 2017

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE DICIOTTESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza
 (Teresiana) 
Santa 
 *1747 +1770 

Posseduta dal più vivo amore di Dio, Suor Teresa Margherita non aveva aspirato che a rendersi una fedele copia del suo Amore Crocifisso; ma la sua carriera doveva esser breve, e lo sposo Celeste si affrettava di renderla simile a sé per mezzo di quella spirituale purificazione che si compie nel santuario più intimo dell’anima e che Dio riserba alle anime sue predilette. Ed ecco che le radiose chiarezze che avevano fino allora illuminata l’anima sua, gli ardori serafici che le avevano fatto pregustare le gioie del Cielo, scomparvero ad un tratto. La luce della fede sembrò ecclissarsi in lei; la speranza, che sì viva aveva brillato ai suoi sguardi, parve estinguersi; della carità per il suo Dio non le parve restare che qualche ricordo di cosa lontana, lontana… Dal profondo della sua desolazione ripeteva col Santo Padre Giovanni della Croce: << Ah! Dove ti celasti, Amato mio, me in gemiti lasciando? ( Prima strofa del cantico Spirituale ) >>. E trepidante domandava al suo Direttore: << Padre, mi salverò? >>. Subito però, senza aspettare risposta, soggiungeva piena di fiducia: << Ma sì, che lo spero per l’amore e per la bontà infinita del mio buon Padre e per i meriti del suo e mio Gesù >>. 
Chi l’avesse veduta allora accorrere sollecita, come di consueto, al Coro, prestarsi volenterosa ad ogni atto di carità, mostrarsi affabile e giovale con le consorelle, non avrebbe certo potuto supporre ciò che passava nel suo interno. Uno sguardo supplichevole al Cielo era l’unico sollievo che di quando in quando si permetteva in mezzo a tanto martirio d’amore. 
Il Padre Ildefonso, ben addentro nella scienza mistica, dell’incalzare della prova presagiva non lontana la fine della sua diletta figlia spirituale. E tanto più se ne rese persuaso perché la sapeva ormai giunta a quello stato d’unione di fede con Dio, nel quale tali anime, senza una grazia speciale, non possono più vivere lungamente. Ecco come bene si esprime questo dotto Padre: << Di questo ultimo stato d’unione di fede con Dio me ne persuasi da questi contrassegni: dalla sublimità e semplicità di questa unione che la portava senza aiuto veruno né di sensi né d’immaginazione alla considerazione astratta e purissima delle più recondite e sublimi perfezioni della Divinità ed a formare concetti altissimi, molto dei quali o per manifestazione del suo interno o per ridondanza di cognizioni e di cuore, me li palesava. Dalla facilità e quasi connaturalezza di questa stretta unione con Dio, non trovando più ostacolo né impedimento alcuno ad essa neppure nelle sue molte gravose e diverse occupazioni esteriori che ebbe specialmente in que’ due ultimi anni di sua vita negli uffici impostile dall’obbedienza o suggeritile dalla carità, anzi sembrando che le servissero piuttosto di aiuto e di mezzo per volarsene più eccellentemente a Dio, e perciò anche nell’esterno comparve allora alquanto più disinvolta e corrente, come dissero a me quelle Religiose. Da una speciale richiesta che mi fece successivamente un anno dopo l’altro dei detti due ultimi d’imitare la vita nascosta di Gesù Cristo, e perché io nel concederglielo la prima volta mostrai destramente d’intendere più della vita esteriore e lontana da tutto quello che può avere specie di comparsa e di riputazione fra gli uomini, ella l’anno seguente con maggior premura mi chiese l’istesso, ricordandomi però modestamente ciò che altre volte mi aveva detto, che le cose esterne create ed umane né sue né altrui, di qualunque sorta fossero, non le davano per misericordia di Dio più il menomo fastidio né impaccio come se punto non esistessero e che bisognava in questo modo far conto che non vi fosse altro che Dio e l’anima. Io ben mi rammento che presi allora a spiegarle questa vita misticamente nascosta di Gesù Cristo su quelle divine parole dell’Apostolo “ Mortui estis, et vita vestra scondita est cum Christo in Deo ”. Ella mi mostrò allora di avere ottenuto appieno da me ciò che fin dall’anno antecedente mi aveva chiesto e penetrò sì profondamente il misterioso e ascetico sentimento dell’Apostolo e lo comparò e conciliò sì eccellentemente con quell’altro di Gesù Cristo “ Nemo venit ad Patrem, nisi per me ” e l’altro “ Qui videt me, videt et Patrem meum ” e finalmente con quello del medesimo Apostolo “ Justus autem meus ex fide vivit ” che bene intesi allora che ella era chiamata ad emulare per fede, quanto a creatura è possibile, la vita e le azioni interne, nascoste dell’intelleto e della volontà, vale a dire le sublimi cognizioni ed affetti dell’Umanità SS. di Gesù Cristo unita ipostaticamente al Verbo, e quindi col maggior sentimento di quello che anche prima in altre occasioni aveva già fatto, mi diceva spesso così o in altra simil guisa: “ Oh Padre che Bella scala, ovvero, che scala preziosa e inarrivabile ! ” che voleva ella dire impertransibile è il nostro buon Gesù. Dall’essere divenuti d’impedimento alla libertà dello spirito perfino i libri più devoti che nei primi tempi tanto avidamente leggeva, di maniera che nell’ultimo anno specialmente le dovei concedere di riserbarsi solamente alla lettura dell’Istruzioni dei novizi, della Disciplina Claustrale e dei Costumi manoscritti del santo Noviziato, ai quali conservò sempre l’affetto per la pratica esteriore delle virtù ed osservanze regolari più minute che insegnano. Dalla purità indicibile di sua coscienza e dall’orrore sempre maggiore a qualunque minimo difetto. Dall’umile rassegnazione nell’accettare da Dio e soffrire volentieri le sue apparenti aridità di spirito, attribuendole a proprio demerito ed ai suoi creduti difetti rilevati da lei in cose minutissime e che in altri state sarebbero atti di gran virtù. Dalla fortezza e magnanimità che si sentiva ogni giorno più d’intraprendere cose grandi e ardue per Iddio >>. 
Le lettere poi che a detto Padre scriveva, rivelano le agonie sostenute in quei giorni torbidi e tenebrosi. << Mi trovo - diceva in una di queste - in un abbandono interno così grande, che da tutte le parti non mi pare vedere spiraglio di luce; mi è un tormento solo il pensare dovermi applicare alle cose di Dio; pensi dunque come può andare il proseguimento. Trovandomi tanto all’oscuro e temendo in questo stato offendere molto Iddio, ho creduto conveniente ciò manifestarle per riceverne qualche consiglio… Gli antichi desideri appena si fanno sentire, e se per mezzo della lezione spirituale mi si riaffacciano alla mente, non vedo l’ora che sia finita la lezione per il combattimento che provo allora in me… Sento nel fondo del cuore che Iddio mi vorrebbe tutta sua, ma sorda mi faccio alle sue voci particolarmente ancora nella pratica delle virtù, nella quale trovo molto ripugnanza >>. 
Le care gioie, il suo solito sorriso d’amore, le rose e i fiori di primavera erano dunque in lei come sfumati ed appassiti. << Le fresche aure erano passate, non le restava che il dolore ( Santo Padre Giovanni della Croce ) >>. 
Tremò, pianse nel segreto del cuore… pianse molto, perché molto amava; sentiva nella sua anima squisita il vuoto grande che le si era fatto intorno, ed ella gemeva, anelando che una nuova strada le si aprisse davanti per giungere al suo Gesù. << Il più duro carnefice del suo spirito - così il Padre Ildefonso - era la stessa sua divina carità, che quanto più in lei si avanzava, tanto più le spariva dagli occhi della mente. Amava senza credere d’amare, ed a misura che si dilatava nell’anima sua il santo amore, cresceva il desiderio di amare l’Eterno suo Bene e la pena mortale nel credere di non amarlo… Di questa pena mortale di credere di non amare Dio, quanto più lo amava, me ne accertai dalle angustie mortali che continuamente mi manifestava: di non poter più senza amare Iddio come e quanto lo desiderava; e che le sarebbe stato un gran refrigerio la morte…; e insomma dal conoscerla quasi tutta trasformata continuamente da questo eccesso d’amore, che rappresentandole vivamente l’eccellenza e il merito infinito dell’oggetto amato, le compariva sempre più tenue e fiacco a misura che in lei anzi cresceva >>. Il tedio indicibile che aveva nell’orazione, la tormentava più di ogni altra cosa. Iddio aveva permesso all’angelo delle tenebre di avvicinarsi per tentarla; ed il maligno le rimproverava la sua infedeltà verso Colui che tante prove le aveva date del suo amore. Soffriva molto, e, vedendosi impossibilitata ad amare il Signore come avrebbe desiderato, esclamava: << Che cosa sarà di me?… >>. 
Stretta sempre alla Croce di Cristo, accettò con rassegnazione questo martirio di carità; piegò il capo alla prova, al dolore, sopportando tutto pazientemente, dolcemente, adorando l’altissimo volere di Dio, che veniva così sempre più purificandola per stringerla fra non molto al suo divin Cuore. Diceva di non amare e di non sapere amare il suo Dio, eppure non respirava che per lo zelo della sua gloria; per suo amore intraprendeva fatiche superiori alle sue forze, ed era insuperabile nel soffrire i dolori, desiderandone sempre dei nuovi. << Il suo pensiero - un biografo di lei ( Padre Teodoro di Santa Maria, Carmelitano Scalzo ) - era occupato sempre in Dio. I suoi difetti per lo apparenti, non già reali, le comparivano deformità d’ingratitudine orrenda, per cui troppo giustamente diceva che le punisse il Signore con quelle aridità in cui le sembrava di essere; e ne provava di fatto la pena sensibilissima. In questo stato, che è quello che i mistici paragonano a quanto mai può esserci di penoso anche nell’altra vita, andò agonizzando Suor Teresa Margherita veramente per poco tempo, ma per tanto che bastò a farle meritare il titolo di Martire di Carità. In questo breve giro di tempo, quasi da momento in momento cresceva in lei l’amore di Dio per il continuo alimento che gli somministrava con l’applicazione quasi continua della mente e del cuore in Lui, con l’esercizio non interrotto di sante operazioni. A proporzione poi che le anime in questo stato si avanzano in amore, si vedono esposte in pene più rigorose, poiché conoscendo meglio Iddio, vedono in lui un più profondo infinito, diciamo così, che nella luce affittisce sempre più le loro tenebre. Amando più vivamente, bramando di più amare, e scorgendo il desiderio stesso inferiore all’amabilità di Dio, se ne crucciamo d’una maniera, che questa lor pena è paragonata dalla Nostra Santa Madre Teresa e dal Nostro Padre Giovanni della Croce e dagli altri mistici, a quella del Purgatorio >>. 
E’ naturale, e ne fanno testimonianza moltissimi Santi, che nell’agonia di queste interiori ambasce l’anima brami di essere sciolta dai legami del corpo, per rivolarsene a Dio. I Santi, cui è tolta la visione interna del sorriso di Dio, si affliggono, in modo da morirne, di questa repulsa. Il loro cuore si spezza, la loro anima si appiglia ad un ultimo sforzo; essi desiderano, come San Paolo, la propria dissoluzione per essere con Cristo. Esposta alla prova più dura, Suor Teresa Margherita amò immensamente il suo Dio; anzi, a misura che quella grand’anima passava sui più irti sentieri del dolore, con slancio della più squisita tenerezza cercava raccogliersi sempre più nel Divin Cuore, dove più largo è più puro avrebbe emesso il suo respiro d’amore. Non deve dunque recar meraviglia che, in mezzo a sì forti aridità, conservasse esternamente quel suo fare giovale, quel suo aspetto che indicava un animo mite, dolce, mansueto, e che mai mi udisse uscire dalla sua bocca un lamento. Certo << era un prodigio di fortezza - dice il biografo sopra citato - per cui si presenta un’altra ragione di denominarla Martire occulta di Santo Amore >>. 
Consumata così dalle divine fiamme, aspettava quel giorno in cui sarebbe volata colà dove la chiamava potente il sospiro del suo cuore. E non era questa la grazia di cui aveva pregato quella religiosa morente che assistè con tanta carità? Le aveva detto, come ricorderà il lettore, che, in premio della sua assistenza, le ottenesse da Gesù di morire quanto prima, per poter così andare << ad amare Dio presto e senza fine e a goderlo >>. Questa santa religiosa non l’aveva dimenticata: la sua preghiera era stata esaudita, parve che ella stessa presentisse il suo termine; perché a quella foga infinita d’amore che tutta la consumava, sentì che non poteva ormai più reggere: il corpo, più presto ancora che ella stessa potesse immaginare, avrebbe ceduto al sovrumano sospiro dell’anima che si struggeva di rivolarsene a Dio. Poche settimane ancora e il suo corso sarà compiuto. Noi ora assistiamo all’ultimo ma più commovente periodo della vita di questa giovane angelica. Gli ultimi suoi giorni sono simili al tramonto placido, tranquillo, sereno, del sole in un giorno destate, che dalle alte cime dei monti sembra salutarci, per poi nascondersi al nostro sguardo fra piccole nubi di porpore e di viola. Ella stessa predisse la sua fine. Iddio parve tornare negli ultimi giorni, per breve intervallo, a sorridere a questa grand’anima, per rivelarle l’ora del suo trionfo. Il Divino suo Sposo che la chiamava, le aprì il futuro; e così ella potè accettarsi della sua morte: contro i giorni che le restavano a vivere, e trovò quello in cui avrebbe lasciato la terra. 
Già prima ancora che ella vestisse l’abito religioso, il Signore le aveva fatto conoscere che la sua vita sarebbe stata breve; poiché un giorno, facendo visita ad una certa Paoli, monaca del Monastero di S. Salvi, aveva detto: << Andremo tutte e due in Paradiso, ma la prima devo essere io >>. Ma ora che era sicura del suo vicino transito, lo predisse con maggiore risolutezza, certa esser quello il giorno della sua gioia suprema e delle mistiche nozze dell’Agnello. Essendo venuta in quei giorni al Monastero di Santa Teresa, a farle visita, la signora Teresa Rinuccini, che aspirava all’abito religioso nel Monastero S. Apollonia, ed avendo detto alla Santa: << Prima che io vesta l’abito religioso voglio tornare a farle una visita >>, ella le rispose: << Se mi vedrete! >>. Meravigliata quella giovane signora di queste parole, soggiunse: << Che forse la Madre Priora non sarà contenta? >>. E la Serva di Dio, sembrandole forse di aver detto troppo e di aver manifestato così il suo segreto, ripetè solamente le medesime parole: << Se mi vedrete >>. E realmente non fu possibile alla Rinuccini rivederla, perché prima della sua vestizione Suor Teresa Margherita era morta. 
Circa la metà di Febbraio, scrisse la padre, e fu questa l’ultima lettera. << Fu breve, ma sugosa - così lo stesso cavaliere Ignazio - ; mandandomi in essa un foglio bianco intagliato esprimente il Cuore di Gesù ed attaccato sopra carta di color rosso, mi raccomandò di custodirlo; quindi mi pregò di fare una novena secondo la sua intenzione e di procurarla da altre persone. La detta novena, all’adorabilissimo Sacramentato Bene, fu solo principiata cinque giorni avanti la sua felice morte >>. Ciò si rivela anche dai Processi Canonici: << Poche settimane prima della sua morte - così la Madre Maddalena Teresa San Francesco di Sales - rammentandole io la carità che mi aveva fatto di farmi fare la novena al Sacro Cuore per il buon esito della cura del mio occhio, mi disse: “ Ora mio padre ne fa un’altra per me e per una mia intenzione di gran premura ”; e non vi fu da sapere che cosa fosse, quantunque glie ne facessi istanze >>. 
Era questa la novena di preparazione al grande viaggio per l’eternità? Non lo sappiamo. E certo però che in quegli ultimi giorni una gioia arcana le si leggeva sul volto; benchè fosse amareggiata dalle più gravi pene di spirito, pure sembrava che ella già pregustasse le gioie che le eran dovute per premio della sua costanza. Dal suo cuore saliva come un inno continuo dei più sinceri e fervidi affetti. In lei si realizzava ora quanto nel Cantico Spirituale aveva scritto il Serafico Padre San Giovanni della Croce, riguardo alle anime già preparate a ricevere la ricompensa dei loro meriti: << Da quel punto - dice il Santo - la volontà della Sposa ( cioè dell’anima ) è interamente sciolta da tutto il creato, i legami dell’amore la congiungono strettamente al suo Dio, e la parte sensitiva dell’anima sua, con tutte le sue forze, le sue potenze, le sue inclinazioni, e completamente sottomessa alla parte spirituale. Tutte le sue passate resistenze furon troncate dal suo perfetto assoggettamento e, grazie alla sua lunga abitudine negli esercizi spirituali d’ogni genere, grazie alla lotta coraggiosamente sostenuta contro di lui, il demonio e finalmente vinto e cacciato lontano. L’anima, unita al suo Dio, è trasformata in Lui, gioisce in una prodigiosa abbondanza di ricchezze e di doni celesti, possiede quindi tutte le disposizioni tutta la forza necessaria per attraversare il deserto della morte e salire fino al trono glorioso preparato alle Spose di Cristo >>. 
In quei giorni infatti le espressioni più care al suo cuore erano quelle delle anime sitibonde di un eterno amore, e che invece sono condannate ad un esilio duro e prolungato. Onde ripeteva col Salmista: << Me misera o Signore, perché il mio esilio è stato prolungato! Troppo a lungo ho vissuto fra gli abitanti di Cedar e la mia anima troppo a lungo è stata rilegata quaggiù. La mia anima anela e si strugge per gli altri di Dio! Quando dunque mi sarà dato di venire e di comparire al cospetto del Signore? >>. Essa era veramente come una mistica colomba che, non sapendo più dove riposare il piede, picchiava alla finestra dell’arca. Il suo grido era simile al fervido accento di Giovanni: anch’essa faceva udire il suo gemito: << Viene , Gesù Signore, vieni presto! >>. E l’amante divino, come all’Apostolo vergine, rispondeva a quell’anima: << Si, presto verrò! >>. << Vieni più presto! >> sembrava riprendere quel cuore ardente. 
E che altro le rimaneva ora se non prepararsi alla venuta dello Sposo? Vi si preparò: ed oh quale preparazione fu la sua! Quanto apparve più bella, più amabile la luce sua virtù in quegli ultimi giorni! Quanto non abbiamo ora da ammirare e meditare! Quei giorni compendiano tutto il passato e annunziano il futuro. Un bisogno maggiore di purificarsi e di santificarsi ancora più, un nuovo slancio per tutto ciò che è sacrificio e dolore, ecco l’unico pensiero che occupava la mente di quell’anima eletta. Le sue preghiere avevano qualche cosa di maestoso, di soprannaturale; il suo volto apparve sempre come infiammato. Ella poteva ora ripetere con tutta sicurtà insieme a Santa Margherita Maria: << Io non ho bisogno che di immergermi nel Cuore di Gesù. O mio Dio, qual felicità di morire! >>. 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

giovedì 19 gennaio 2017

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE DICIASSETTESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

Dopo il fatto accennato, l’obbligazione più sacra di Suor Teresa Margherita, la sua occupazione più dolce, era di contemplare, di studiare e conoscere a fondo le disposizioni intime del Cuore di Gesù, per conformarvisi. 
La voce soave di Cristo le risuonava spesso alla mente: << Impara da me che sono mite ed umile di cuore >>; ed ella faceva dell’umiltà il suo studio intimo, della mortificazione il suo pane quotidiano. Al Divin Cuore confidava le sue risoluzioni, e, per meglio ricordarsene, soleva scriverle col proprio sangue. << Gesù mio - dice uno di questi scritti - voglio esser vostra a costo di qualsivoglia ripugnanza >>. << L’intelletto, la memoria ed i sensi esterni - dice un altro - bisogna talmente mortificare che diventino quasi spirituali, talmente che allora, ancor essi, insieme con l’anima, in Dio solo si pascolino, e possiam dire: “ Il mio cuore e la mia carne hanno esultato nel Dio vivente! ” >>. 
Avendo ben compreso il mistero della croce e delle spine da lei contemplato nel Cuore Divino, stabilì di appropriarsi gli oltraggi e le pene rappresentate misticamente in quegli strumenti di martirio. Come avrebbe potuto vivere senza la croce? E la croce che ella bramava era una croce pesante, simile a quella di Gesù; una croce ignominiosa, senza consolazione, senza conforto umano. Che gli altri avessero pure le più grandi consolazioni anche spirituali! A lei bastava solo salire al Calvario col suo Sposo Crocifisso, null’altro desiderando che partecipare ai suoi dolori, ai chiodi, alle spine, ai flagelli, senz’altra consolazione che quella di non averne affatto. << ogni mia consolazione - lasciò scritto - da Dio la desidero, in terra no, ma nel Cielo; poco mi curo di viver lieta, purchè io vivo religiosa. Di buona voglia io consegno il mio cuore in preda alle afflizioni, alle mestizie, ai travagli. Godo di non godere, perché a quella Mensa dell’Eternità, che mi aspetta, deve precedere in questa vita il digiuno. Non tolgo, ma differisco al mio cuore le gioie, perché allora senza tema di perderle riusciranno più gradite. Fuora di questa mura lasciai, insieme con le mie spoglie, ogni appetito che non fosse spirituale; tutti i miei desideri tengo al presente calcati e depressi, senza speranza che più si sollevino al mio petto. Niuna cosa maggiormente desidero, che la grazia di persistere a non desiderare cosa alcuna; e alle consolazioni terrene per me sta chiusa la porta del mondo e del cuore >>. Quali sentimenti degni veramente di cuore che si protestava di divenire una copia perfetta di Gesù Crocifisso! Qual sorte dunque non sarebbe stata per quest’anima ardente poter soffrire sempre in silenzio e finalmente morire sulla croce, oppressa da ogni sorta di miserie del corpo e dello spirito! Ella sarebbe rimasta volentieri quaggiù sino alla fine del mondo, per saziare questa fame e per estinguere questa sete. 
E come si espresse al suo Confessore, << non le sarebbe importato d’essere per tutta l’eternità condannata all’inferno, purchè il Signore le avesse concessa la grazia anche lì di amarlo sempre più, quanto avesse saputo desiderare >>. Il Confessore ne era stupito e, domandandole che cosa sarebbe di noi, oltre tutti gli altri indicibili tormenti di senso, in quella pena incomprensibile di non veder mai in eterno il nostro buon Dio, ella, risolutamente e senza esitare rispose: << Credo, Padre, che l’amore ce li renderebbe tollerabili, e forse anche dolci, perché il solo amore fa superare tutto, come in parte è seguito nei santi martiri >>. 
Per ispirazione divina si obbligò << a non lasciar mai occasione, che le si presentasse, di patire e di patire quel più che poteva, sempre in silenzio fra sé e Dio >>. Mantenne scrupolosamente questa promessa fino alla morte. L’amante del Divin Cuore volle fino all’ultimo respiro della vita usare mille industrie per poter sempre soffrire in silenzio e morire sulla croce insieme con lo Sposo Crocifisso. 
Il solo adempimento esatto della Regola carmelitana secondo le riforme di Santa Teresa è atto eroico di penitenza; ma al desiderio insaziabile di Suor Teresa Margherita questa austerità era insufficiente; ed il suo amore seppe trovare i modi i più ingegnosi per continuare a mortificarsi. Abbiamo già veduto come da bambina, così nell’educando di S. Apollonia come nella casa paterna, aveva incominciato ad affliggere la sua carne innocente con lasciare le cose più delicate, col passare molte ore della notte in orazione, e con l’usare anche qualche strumento di penitenza. Ma dopo che fu religiosa, non vi fu genere di mortificazione che ella non abbracciasse. La necessità di cibarsi e di dormire era per lei una vera croce. Non partiva mai senza della mensa; e, per quanto fosse affaticata e negli ardori dell’estate sentisse il bisogno di bere, pure, eccetto qualche volta che le fu imposto dall’obbedienza, fuori del tempo della comune refezione non entrò mai nella sua bocca una stilla di acqua. Molte volte nella mensa s’interdiceva il pesce o le uova o il vino; e si legge nelle deposizioni che << ne domandava licenza alla Superiora con tal grazia, disinvoltura ed efficacia, che era come impossibile il negarglielo >>. Pure quel poco che doveva prendere per mantenersi in vita, lo rendeva amaro e disgustoso spargendovi della cenere e dell’assenzio polverizzato. 
L’abito delle religiose è abbastanza tormentoso a cagione della sua rozzezza, per cui nell’inverno non si adatta troppo bene alla persona in modo da difenderla dal freddo, e nell’estate, per essere tutto di lana, compresa anche la tonaca interna, riesce veramente di pena continua. Anche i sandali non sono tanto comodi, perchè, essendo formate di tante trecce di rozza canapa cucite insieme, formano un suolo tutto disuguale e come solcato. Tutte ci soffrono, specialmente nel principio; ma Suor Teresa Margherita non fu contenta di questo: un altro modo trovò per tormentarsi i piedi, ed era il mettersi sotto le piante alcuni noccioli di ciliegia o alcuni piccoli sassi, che le accrescessero la pena nel camminare. Era solita di usare spesso questa penitenza, ma specialmente in quei giorni di comune ricreazione in cui sapeva di dover andare con le altre a passeggio nell’orto. 
Nell’estate sudava così abbondantemente, che era sempre immersa in quella traspirazione noiosa che ella usava tergersi col fazzoletto di lana anziché con quello di lino. Nell’inverno andava molta soggetta ai geloni, per cui le si enfiavano le mani fino a scoppiare. Invece di curarli, li inaspriva stropicciandoli col fazzoletto di lana, lavandoli con acqua fredda, e perfino colandoci sopra la cera ardente per ricoprirne le crepature, perché non se ne accorgessero tanto facilmente le religiose, e così non la sollevassero da quella pena. Ma ciò che fa orrore è che quasi ogni sera recitava alcune preci ponendo quelle mani così scoppiate sotto le ginocchia. Ne usciva vivo sangue, e ancora se ne vedono le macchie su qualche foglio del suo breviario. Usava poi ogni diligenza perché nell’estate la propria cella fosse caldissima, e freddissima nell’inverno. Ma tutto questo era un nulla in confronto ai tormenti che usava con la più austera severità contro la sua carne verginale. Niente l’aver conservato inviolato il candore battesimale; niente l’aver fin da piccola cercato di essere tutta di Gesù fuggendo anche l’ombra della più piccola imperfezione; niente l’aver sempre mortificato con digiuni e penitenze il suo corpo; tutti i patimenti, tutte le mortificazioni, anche i più grandi sacrifici, erano stati un nulla per lei. Una croce lunga quasi un palmo, seminata da acute punte in fil di ferro, divenne lo strumento prediletto che le avrebbe scolpito nel cuore la memoria dei dolori del Signore. 
La nuda terra il luogo del suo breve riposo; finchè toltale dal Confessore tale licenza, ottenne di potersi adagiare sulle nude tavole appoggiando il capo sopra una pietra che le serviva di guanciale. Il Confessore rimaneva molte volte perplesso nell’approvarle tali penitenze, dicendo: << O, Padre! Che io non ho da fare mai nulla per il Paradiso? >>. Il Confessore allora le faceva conoscere che quelle penitenze non erano proporzionate alle sue forze; ed ella, protestandosi di essere sempre pronta all’obbedienza, subito riprendeva: << Ma con Gesù tutto si può! >>. E diceva tali parole con tanta umiltà e con tale espressione che il Confessore finiva quasi sempre col cedere e l’appagare i suoi ardenti desideri. 
Si era espressa più volte con le religiose di provar soddisfazione nel godere dell’aria aperta; pure, nell’ultimo anno di sua vita, volle privarsi perfino di andare a passeggio nell’orto. In un foglio scritto di sua mano, e che dopo la sua morte fu trovato fra gli altri manoscritti, sono segnate alcune mortificazioni delle quali aveva ottenuto licenza dalla Superiora. << Ogni sabato la disciplina, , di tenere la catenella, trentatre genuflessioni ogni giorno, cinque croci con la lingua in terra, dire cinque Pater e Ave con le mani in croce, di lasciare la frutta tre volte a settimana, e di tutte le sorta la prima volta >>. E in altro foglio chiede alla Superiora di portare la catenella tutti i giorni, almeno in quelli della Santa Comunione, e la disciplina, oltre i giorni in cui vien fatta dalla comunità e il sabato, una volta di più. In questo foglio si leggono, in tutti, quindici atti di mortificazione. Se qualche volta la Superiora le mostrava qualche difficoltà nel concederle di esercitare queste sue penitenze, ella, per indurla ad appagare il suo desiderio, era solito ripetere quel bel sentimento di San Bernardo e di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, e cioè che sotto un capo coronato di spine, flagellato e crocifisso, non sta ben un capo delicato e coronato di rose. 
<< E ciò diceva - scrive Mons. Albergotti - perché per quanto facesse, nulla le pareva di fare per Gesù, onde in supplemento gli offriva umilmente i suoi desideri e rinnovava spesso quel suo proposito di non lasciare mai occasione, né grande né piccola, di patire che le si fosse presentata e che voleva sempre accettata come offertale da lui >>. In Gesù Crocifisso meditava altresì spesso la gravezza degli altrui peccati e la durezza mostruosa dei peccatori; ed era inconsolabile per la pietà e per la compassione che ne provava. << Aveva gran pensiero - così la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova - della conversione dei peccatori e per essi orava specialmente nel tempo del carnevale. Nel sentire gli strepiti che in detti giorni si facevano per le maschere dal popolo presso il Monastero, si rifugiava in Coro a raccomandarli al Signore Dio, e lo so perché in essermi trovata seco lei allorchè s’udivano tali strepiti, ella mi avvertiva di ricordarmi di pregare per essi, affinchè non avessero offeso Dio. 
Faceva straordinarie discipline e digiuni per impetrar loro la grazia di non incorrere nell’offese di sua Divina Maestà quando era novizia, e dalla Madre Priora dopo che ebbe compito il noviziato, né so se anche dai Confessori, e posso accertatamente deporne, perché essendomi noto il suo sistema fino da che era nel noviziato, talvolta l’interrogavo nei giorni nei quali non correva la disciplina per la Comunità se avesse avuto il permesso di farla per l’accennate anime, e dandomi in risposta un sorriso, comprendevo che aveva tal licenza, onde l’invitavo a fare assieme a me detto penale esercizio, ed ella ci si adattava, con premura operò che non si fosse risaputo da veruna, additandomi le maniere più sicure per le quali fosse restato occulto, onde io ne rimanevo sorpresa >>. 
La Madre Teresa Maria della Santissima Concezione, sua con novizia, fece quest’altra deposizione: << Grande fu lo zelo e la premura che si prendeva per l’aumento della santa fede, bramando ardentemente che tutti ( se fosse stato possibile ) fossero risorti dalle tenebre dell’ignoranza, aiutando colle orazioni tutti quelli che si affaticano per condurre l’anime a Dio. “ Ricordiamoci - spesso mi diceva - che la Nostra Santa Madre a questo fine principalmente fondò i nostri monasteri; se in questo saremo trascurate, noi degenereremo totalmente dal suo spirito, né ci riguarderà come sue figlie ” >>. E nella Settimana Santa, quando la Chiesa ci rammenta la passione e la morte del Signore, Suor Teresa Margherita non si saziava di piangere la cagione di tanti patimenti del Figlio di Dio, e presentava all’Eterno Padre le pene ed il Sangue preziosissimo di Gesù per la conversione e salvezza di tanti e traviati fratelli. A tale scopo chiedeva di aumentare in quei giorni le sue penitenze, che poi fu solita esercitare col medesimo rigore ciascun venerdì dell’anno. Sappiamo infatti che negli ultimi tre giorni della Settimana Santa ella, oltre le tre discipline che si sogliono fare ogni sera durante da tutto l’Ordine, si disciplinava in privato per lo spazio di un quarto d’ora. Ed una volta che la sopraddetta Madre Teresa Maria la consigliò a moderarsi, umilmente rispose: << Se giornalmente mi vedete commettere tanti mancamenti, non è un debito che qualche volta ne sentiate fare la penitenza? >>. << Quasi ogni giorno - dice il Padre Ildefonso - si disciplinava aspramente con flagelli di funicella rinforzata e ritorta, quando era per un quarto d’ora incirca, e quando per un’intera mezz’ora o più, ed in alcuni giorni replicava la stessa flagellazione due o tre volte, trovando luogo e tempo opportuno da ciò eseguire con tutta la segretezza: cingeva strettamente per più ore, talvolta per mezza giornata intera, una catena di acute punte di ferro, o ai fianchi o altra parte del corpo, fino a fenderne talora la carne e farne scaturire vivo sangue >>. Questo amore al patire aveva fatto nascere in lei come una santa invidia perfino di quelle indisposizioni e malattie con cui le altre consorelle erano visitate da Dio; onde spesso soleva dire: << Si vede che Gesù le tratte da vere Sue Spose, dando loro parte della sua Croce; ma a me che gli sono tanta ingrata, non dà mai niente da patire, godendo perfetta salute >>. 
Stanca per le fatiche della giornata e per le lunghe veglie della notte, durante il Mattutino che le Carmelitane Scalze recitano alle ore nove della sera, si sentiva presa da grande sonnolenza, e le era impossibile recitarlo col fervore bramato. Ciò era un martirio al suo cuore. Che fa allora la fervente giovane? Essendo capitato fra le mani, non sappiamo come, due tenagline a molla fortissima, dentate tanto sottilmente da penetrare con la massima facilità nella carne, ne chiede licenza al Confessore, e se le applica alle orecchie, nascoste dal soggolo. << Era così acuta la loro pena - lasciò scritto il Padre Ildefonso - che erano capaci dopo breve spazio di tempo di fendere la carne, e davano certo un tormento tanto sensibile e penetrante, che ne potevano cagionare anche il deliquio; come io, dopo la sua morte, avendone avuta una nelle mani, la sperimentai per brevissimo intervallo sopra di me, affine di concepire la forza di tal pena >>. 
Lo studio precipuo dunque di quest’Angelo non fu che di seguire, le tracce di Gesù più da vicino che fosse possibile. Ma l’unica sua contentezza era di soffrire in silenzio, di essere umile e rimanere nascosta anche alle consorelle; poiché aveva provato che nell’oscurità possiamo trovare più facilmente Gesù. Sapeva bene che per aderire a Dio è necessario modellare la propria vita su quella di Cristo, cioè dare il massimo valore alla vita interna, sentirsi sempre più saldi nell’umiltà, nello spirito di sacrificio, nell’amore di Dio e del prossimo. E tale fu davvero la vita del Salvatore. Una vita assorta nella conversazione del Padre, plasmata sulla Sua volontà, una vita piena di umiliazioni, di sacrifici: nell’umiltà del presepio, nell’oscurità di Nazaret, sul Calvario, nel silenzio del Sepolcro, nel mistero del Suo Amore. 
Gesù è veramente una radice d’umiltà, e i fiori che vivono dal suo succo sbocciano nell’ombra. Suor Teresa Margherita, emulando l’esempio del Salvatore, dette prove di questa vita interna nascosta a Dio e della più eroica penitenza. Sono sue le memorabili parole:  << Patire e tacere per Gesù >>. 


FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 



LAUS  DEO

Pax et Bonum 


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano
 

domenica 15 gennaio 2017

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE SEDICESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù 
 Monaca Carmelitana Scalza 
 (Teresiana) 
Santa 
 *1747 +1770 

Vivere d’amore, di puro amore, d’amore paziente; ecco il divino ideale di Suor Teresa Margherita. Il suo Dio, essa lo vedeva, lo trovava dovunque. Invitata a ricrearsi in giardino con la Comunità, talvolta, alla vista del cielo, dei fiori, diventava quasi estatica; scioglieva la voce, dapprima dolce e melodiosa a lodare il Creatore; poi, trascinata dall’impeto dello spirito, perdeva nota e metro, e il suo canto diventava così acuto, che conveniva farla cessare perché non fosse udita al di fuori. Tornata in cella, un soffio di celeste poesia le pervadeva l’anima, e prendendo motivo da ciò che più l’aveva colpita, come un fiore, un augelletto e perfino una luccioletta, scriveva versi, come questi, ad esempio, di una ingenua e puerile semplicità: 

Luccioletta che nel seno 
 Sei di fuoco, e spiri ardore 
Ancora io di te non meno 
Grande incendio ho dentro il cuore. 

Tu notturna, e tu volante 
Per lo cielo errando vai; 
Ma ‘l mio amor fra l’ombre vai; 
A Gesù non giunge mai. 

L’ombre a te non fa paura 
Perch’hai lume in te natio; 
Io non già, che in notte oscura 
Vo cercando il Nume mio.

Che se fosse in mia balìa 
Il volare come a te lice 
Sallo il Cielo e l’alma mia 
Se in amor sarei felice! 

Il giardino era il luogo delle sue riflessioni: quivi i suoi pensieri si facevano molto intensi. I fiori e le erbe, come gli augelletti e i piccoli insetti, le erano cagione di santi commovimenti e di profonde riflessioni. << Tutte queste piante - diceva - ci rammentano di amarne il Fattore… in esse Dio ci parla senza parlarci; cioè che lo amiamo >>. 
A molti sembrerà stranezza tanta semplicità, e non vedranno nella vita della giovane Carmelitana e nei suoi slanci che una esagerazione portava fino alla follia. Ma di chi è la colpa? << Miei fratelli - diceva un giorno Mons. Bougaud ( Panegirico di Santa Margherita Maria Alacoque ) - ciò che a noi impedisce di vedere il Cielo, è il guardar troppo la terra: noi siamo come chiusi e trincerati nelle cose del tempo. Rimuoviamo, rimuoviamo tutte queste vane ombre; e allora il sole dell’eterna bellezza rapirà i nostri cuori! >>. 
E quanto accadeva a Suor Teresa Margherita. Fino dai suoi più teneri anni le cose della terra si erano dileguate da lei; essa non vedeva e non conosceva altri fuor che il suo Dio; essa conservava nel cuore una traccia del divin fuoco che la consumava; e i suoi trasporti sublimi, il suo ardire, la sua passione soprannaturale, non erano che l’effetto meraviglioso della divina Carità. Sappiamo infatti che ella era ormai giunta a quel grado d’unione che è il termine della santità, perché è l’ultimo termine dell’amore. Era già in tale stato di consumazione che le oscurità del chiostro non erano più bastanti a nasconderla. I raggi che il Cuore Divino aveva piovuto sopra quest’umile verginella, mandavano già il lor riflesso nel mondo; e nelle famiglie si parlava della giovane santa del Monastero di Santa Teresa. 
<< Nel tempo che era vivente - si legge nelle deposizioni - fu stimata comunemente tanto nel Monastero che fuori una Serva di Dio, e questo fu motivo per cui si divulgò la fama della sua santità. Questa opinione di santità era particolarmente presso le persone di merito e di virtù, fra le quali è da rammentarsi il Generale Pandolfini patrizio fiorentino, il quale, avendola ricevuta in sua casa per qualche giorno prima della sua vestizione, per la stima ed opinione di santità che ne aveva, non permise mai che nel letto dove ella aveva dormito, riposasse alcuna persona >>. Ed altrove: << La fama ed opinione di questa Serva di Dio è stata in vita di un angelo di costumi e di imitatrice di San Luigi Gonzaga; e dopo la di lei morte questa fama è aumentata talmente, che viene, che viene creduta una santa >>
Il Signore esaltava così la sua Serva. Sembrava che Egli non ascoltasse la preghiera dell’umile vergine, la quale lo scongiurava istantemente a tenerla lontana da quei segni e da quelle dimostrazioni esterne, con cui Dio suol premiare anche su questa terra l’amore delle anime che hanno con Lui una stessa vita e uno stesso cuore. Oh se ella avesse potuto solo immaginare che nel mondo si parlava di lei!… Era sì grande la sua umiltà che le stesse consorelle, nel richiamarla da quei dolci trasporti a cui andava soggetta, lo facevano con qualche pretesto, perché non potesse comprendere che si erano accorte di quella sua amorosa alienazione. Ed ella, sicura che i doni di Dio fossero noti a lei sola, pregava il suo divino Sposo a tenerla sempre celata agli sguardi umani, e spesso ripeteva: << Signore, il mio segreto per me! >>. 
E questo suo segreto era quell’amore che soavemente le bruciava l’anima; o meglio, secondo il Santo Padre Giovanni della Croce, era << quell’ardore soave e dilettevole prodotto dallo Spirito Santo, per motivo dell’unione di quest’anima con Dio: ed è il grado dei perfetti che ardono in Dio e soavità ( Notte oscura, cap. XX, non grado d’amore ) >>. 
Il tratto interno ed amoroso col Signore le si era reso tanto connaturale, che le sarebbe stato impossibile distrarsene. Il Confessore stesso, così dotto e illuminato, ne tratta diffusamente nelle deposizioni e lungamente ci descrive i contrassegni, che citeremo a suo luogo, che lo persuasero e essere giunta la Santa a quel grado d’unione che è il più eminente. Di questa stretta unione di fede con Dio, sulla quale Suor Teresa Margherita fondò e lavorò sempre il suo spirituale edifizio, malgrado il fermo proposito che aveva fatto di vivere sempre nascosta agli occhi altrui, anche la Madre Anna Maria di Sant’Antonio di Padova ed altre religiose avevano molti contrassegni non equivoci. La sua compostezza esteriore, la sua vita mortificata, specialmente degli occhi e della lingua, quel devoto sembiante sereno e dimesso che la faceva apparire anche nelle cose esteriore sempre astratta ed occupata mentalmente in una profonda meditazione,  dicevano chiaro quello che realmente avveniva in lei. Tutto ciò che le rammentava l’amore di Gesù, l’esaltava. L’amore per Gesù erompeva da tutti i suoi discorsi, scintillava da tutti i suoi scritti, e nel conversare di lei con le religiose si frammentava sempre in guisa affatto spontanea. 
Da questo amore per il suo Dio nascevano le sante invenzioni, come fra poco vedremo, di uno zelo grande e ardente come la fiamma; di cui nascevano quelle lacrime che i peccati del mondo le facevano continuamente versare; di qui le fervide ed infocate preghiere al Cuore di Gesù per scongiurarlo a glorificare il suo Santo Nome e riscattare tante anime che Egli amò fino allo spargimento di tutto il suo Sangue. La sua devozione era divenuta per lei come una febbre che tutta la consumava, onde non pensava che a trovare nuovi mezzi per trarre ciò che è capace di sentire e di amare, all’amore di Gesù Cristo. 
Ma a che adoprarci in far comprendere il suo amore, quando ella stessa ci ha svelato con tanti magnifici slanci l’ardore di cui era infiammata? Basti leggere i suoi scritti specialmente poetici. L’amore la faceva poeta, come del resto è avvenuto di tanti altri santi. E però la sua poesia è agile, snella per andatura di metro come di verso, sempre felice nella scelta dell’uno e dell’altro; facilità che fa ricordare quella fluidità di poesia, d’altro genere, dello zio Francesco. 
Quale calore lì non comunica, quale fuoco non ci dà la Santa! Le sue poesie ora sono epistole spirituali al babbo o alle consorelle, ora pensieri e ricordi scritti in foglietti volanti, soprattutto una lirica che canta la confidenza nel suo Dio che è carità, o le prove del suo spirito, l’ingenuo affetto davanti al Bambino Gesù nelle veglie di Natale, le sue forti brame di unirsi al suo Bene, col patire o nella eternità. Canta senza studio, senza sforzo, però ha sempre squisite espressioni pel suo ardore, sempre sublimità di affetto. Si può citare, oltre la precedente, una come questa: 

Gesù, Dio del mio cuore, 
Viver non posso più senza il tuo amore: 
A Te grido e Te chiamo, 
Viver non posso più, se Te non amo

Nient’altro questo cuore 
Cerca, che sol per te languir d’amore: 
Tutta avvampar io bramo, 
Né viver posso più, se Te non amo. 

Allora esclama: 
  
Oh che soave fuoco  
Ch’ad altro amor non dà spazio né loco! 

Ed avverte, così disingannando, in altra: 

Non può star il cuor contento, 
Gesù mio, se te non ama; 
Ciò che brama 
Fuor di Te gli dà tormento; 
Senza Te, 
Certo non è 
Vero e stabil godimento. 

E quest’amore era così potente che ella non poteva parlarne a lungo. Per quanto fosse guardinga in nascondere il suo interno, pure, dopo, poche parole, il suo volto si illuminava come un raggio veramente sovrannaturale, a segno che rimaneva come spossata dell’impressione che ne riceveva, e le sue membra andavano allora soggette a quella prostrazione che suol essere cagionata da scosse violente. << Si accendeva talmente - dicono le memorie del Monastero - che il suo volto diveniva tutto infocato, e come di color cremisi, dal quale passava al paonazzo, e da questo molte volte al pallido e quasi cadaverico… Essendosi una volta dilungata con una religiosa in uno di tali discorsi, dopo le tre mutazioni di color nel volto cadde quasi tramortita >>. E ciò non può recare stupore, se ricordiamo che il Divino Spirito insegna che l’anima, la quale fa suo amore starsene con Dio, diventa uno spirito solo in Cristo. Il Padre Diego d. C. d. C., suo zio, in una lettera del 23 Maggio 1770 ci lasciò questa testimonianza: << Mi descrisse ( la nipote ) di maniera l’interno suo stato, che io ne rimasi altamente ammirato, conoscendo i voli che ella faceva nell’amore del suo Dio. Mi diceva di provar nel suo cuore un tal fuoco d’amor divino che sentivasi trasportata ad unirsi con Lui; ed altre somiglianti espressioni che mi pareva vedere una copia della gloriosa Santa Teresa. Mi chiedeva infine consiglio come dovesse regolarsi in così fatti trasporti >>. Quindi è facile comprendere che in questa unione così intima e forte il corpo si consuma e, se per alcun poco resiste, e solo perché l’amore lo sostiene. 
E’ in questo stato che vediamo quale anime dimenticare affatto se stesse: la gloria di Dio, la salute delle anime governano unicamente i loro pensieri, i loro sentimenti, ogni loro azione. Il loro amore sente il bisogno di diffondersi; il loro cuore diviene troppo angusto per amare; esse sentono il bisogno di trovare altri cuori simili al loro, di unirsi insieme e di comporre e di esprimere al Cuore di Dio quelle sublimi melodie che solo la fede e l’amore sanno far sorgere nel fondo dei cuori ardenti. 
Nel sentir leggere la vita della Ven. Madre Paola Maria di Gesù, genovese, della nobile famiglia Centurioni, fondatrice del Monastero delle Carmelitane Scalze di Vienna, notò come ella, a fine di vivere e morire nell’amore di Dio, aveva istituito in onore dei sette doni dello Spirito Santo una pratica religiosa detta comunemente: << Compagnia di sette sorelle >>. Tale pratica consisteva nell’offrire i meriti di ciascuna a vantaggio delle altre per impetrare il Divino Amore. Ciò bastò perché in lei si accendesse il desiderio di introdurre una tale devozione nel Monastero. Lo propose alla Madre Priora, e fece le più grandi diligenze per ottenere il permesso. Fin d’allora, cioè il 5 Agosto 1767, cominciò in Monastero questo esercizio di pietà a cui vollero associarsi illustri persone, fra le quali Mons. Francesco Maria Ginori, Vescovo di Fiesole, che spesso interveniva alla grata del Monastero trattenendosi con quelle religiose in spirituali conferenze sul Santo Amore di Dio. La cura di questa Compagnia fu affidata alla nostra Santa, e dopo la morte di lei passò alla Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova. La pagella con nomi degli iscritti venne dalla Serva di Dio legata alle mani di una statuetta di Maria Santissima del Soccorso, che poi fu detta Madonna di Suor Teresa Margherita. 
Il sacrificio degli affetti più delicati era una prova della sua fedeltà e del suo amore a Dio. Tornando una volta dal parlatorio, dove era venuta a trovarla il Cavaliere suo padre, una religiosa le domanda se le fosse riuscita sensibile la partenza del genitore. Dolcemente sorridendo, trae fuori un cartellino, e , << Guardi - dice - questo cartellino il quale è una memoria del Padre Fr. Giovanni Colombino >>. Vi erano scritte queste parole di Sant’Agostino: << Meno ti ama, o Signore, chi ama con te qualche altra cosa >> ( Confess. Lib. X, cap. 29 ); e ciò fece con modo assai naturale, come mostrando di non attendere alla domanda della consorella, e senz’altro cambiò discorso. Quindi andò in Coro a pregare Gesù Sacramentato perché concedesse un felice viaggio al padre suo. 
Le religiose che la veneravano come una santa non lasciavano occasione di richiederla di schiarimenti sulla perfetta pratica del Santo Amore. Ecco una lezione cara e assennatissima che ella dava col suo solito stile, semplice ma che così bene specchia la bellezza dell’anima sua. << Per fare acquisto del Santo Amore, il miglior mezzo è quello della presenza di Dio; siccome chi ama una persona, spesso si ricorda di essa, così noi dobbiamo spesso ricordarci che Dio è sempre presente, sempre pensa a beneficarci. Ora, nell’amore, si deve rendere amore per amore; sicchè se il nostro Dio ci ha amato e ci ama tanto quantunque sia grande il nostro demerito, che dovrà la persona amata per rendergli in qualche parte la pariglia? Sforzarsi di divenire simile a Gesù nell’umiltà, dolcezza e mansuetudine, dicendo sempre nelle ripugnanze che possiamo provare: 
Voglio tutto soffrir senza lamento - 
Nell’amore del mio Dio nulla pavento >>. 
Ad una religiosa dello stesso Monastero dava in iscritto quest’altra lezione non meno assennata della prima: << Tutta la cura d’una religiosa desiderosa di conseguire la perfezione proposta dal suo stato, dev’essere di mondare il proprio cuore e di vivere unita a Dio. Per questo è necessario prima guardarsi con ogni maggior cautela dal non commettere mai mancamento alcuno avvertito e apposta, il che sarà facile ove si consideri con grande ponderazione la lume di Dio che cosa sia offendere ad occhi aperti quel Dio a cui dobbiamo tutto e per cui dobbiamo essere pronte a dare sangue e vita, tant’Egli è amabile in sé e amante di noi. Secondo, conviene pensare seriamente a togliere anche quei mancamenti che si commettono con piena avvertenza, ma per trascuraggine, per irriflessione o per abito; questi si toglieranno coll’usare una perpetua vigilante attenzione e riflessione sopra tutti i movimenti del proprio cuore; così si vedrà e da qual motivo si spinto ad operare, si conoscerà quando spuntano in esso i primi moti di passioni e, conosciuti, sarà facile il vincerli su quel primo spuntare, e impedire che si manifestino nell’esterno. Questa riflessione sopra se stessa e custodia del proprio cuore, e troppo necessaria per camminare bene e con sicurezza nella strada di Dio; se si trascura, la persona s’empie d’infiniti difetti e mali abiti, i quali non avvertiti ci accompagnano sino alla morte; se si usa bene e con costanza, è un mezzo universale ed efficacissimo per purgarsi da tutti i mancamenti, che però gliela raccomando con tutta la maggior premura come se da quella dovesse dipendere tutto il suo bene e la sua perfezione. Pensi dunque a vivere tutta raccolta in sé e in Dio; ecco in che si devono dividere tutti i pensieri e affetti di una religiosa la quale non per altro si è separata dal mondo che per attendere a sé e a Dio. Deve pertanto guardarsi bene di non dissiparsi troppo nell’esterno e fuori di sé, o coll’abbandonarsi tutta e con troppa sollecitudine alle occupazione esteriori, a cui convien solo imprestarsi riserbando il meglio a sé e a Dio, cioè la mente e il cuore, o col trattenersi in pensieri e riflessioni inutili, e col dar troppo pascolo ai propri sentimenti lasciandosi trasportare a discorsi o curiosità inutili che sono poi semi d’infinite distrazioni; usando questo raccoglimento tratterà e parlerà volentieri con Dio e comincerà a vivere in Gesù e di Gesù, vestendosi a poco a poco del suo Spirito, che è Spirito di soggezione, di semplice e cieca obbedienza, d’umiltà, di mansuetudine e di carità >>. 
Ella che si faceva maestra alle altra con tali lezioni, doveva dunque conoscere perfettamente l’arte di stare sempre presente a Dio e di imitare le virtù del Salvatore. E che fosse così ce lo han dimostrato quel raccoglimento, quei suoi slanci, quell’incendio divino cui ardeva il suo cuore. Ella non respirava che per Gesù; i suoi detti, le sue lacrime, i suoi stessi rapimenti non parlavano a quelle religiose che di contemplazione, di lode, di amore. 
Chi più fervorosa ed intenta di lei ad imitare Gesù Crocifisso? << Ricordati - aveva scritto su un cartellino - che nell’entrare che facesti religione, pretendesti di esprimere in te la vita del Crocifisso. Perciò devi figurarti che il calvario sia il chiostro, tua croce la regolare osservanza, tuoi chiodi i tre voti, il tuo carnefice la mortificazione >>. E in altra carta scritta forse per la rinnovazione dei voti nei primi tempi, si legge: << Signor mio Gesù Cristo, propongo per amor Vostro e della Vostra Santissima Madre di esercitarmi nella mansuetudine, umiltà e obbedienza. Così mi conceda la divina Maestà Vostra >>. Ed essa infatti era divenuta sempre più umile, e sappiamo già in qual grado; era poi benigna verso le consorelle come il più dolce dei padri, affettuosa come la più tenera delle madri, obbediente con tutti, come una serva pronta e sempre disposta. Il fervore del suo spirito era grande; unico suo desiderio era di essere crocifissa a tutto, e vivere per Gesù. Portava come impressa in sé l’immagine del Divin Cuore che era tutta la sua vita; e perciò era generosa a soffrire, perché il Cuore di Gesù è stato sempre generoso con noi. Onde, ricordando a se stessa l’umiltà di spirito e di cuore di cui tanti esempi ci ha lasciati Gesù, diceva: << Se bramiamo trovare Dio, la strada sicura è questa umiltà di cuore e semplicità di spirito; ricordandoci che non otterremo se non combattendo; ma coraggio, non ci mancherà né la grazia, né il soccorso del Cuore di Dio che ci vuol santi: non perdiamo tempo, che ogni momento è prezioso! >>. Oppure: << Se vogliamo esser sante, operiamo e tolleriamo in silenzio, tenendo sempre le nostre anime i pace, né ci conturbi qualunque disposizione in cui Iddio ci ponga, ma lasciamo pure fare a Lui, unendoci alle sue sante intenzioni, ed in questa maniera Lo ameremo con purità d’amore >>. 
Nel leggere queste parole del Salvatore: << Se alcuno mi ama, conserva la mia parola; e il Padre mio lo ama e verremo a lui e rimarremo presso di Lui >>, usciva fuori di sé, pensando quando fosse grande la degnazione di Dio nell’aver fatto tal patto d’amore con noi misere creature. Sulle parole poi di San Giovanni: << Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio in lui >>, come rapita a se stessa, disse accenti sublimi al suo Confessore, rilevando che questa carità che noi partecipiamo non è altro che l’amore con cui Dio ama se stesso dall’eternità, e lo Spirito stesso di Dio, cioè la vita e quasi l’alito suo, che è lo Spirito Santo ; e perciò ripeteva che chi è nella carità di Dio e vive nella vita divina. << Fra loro - diceva - è una sola vita, una sola carità, un Dio solo; ma in Dio tutto ciò per essenza, nella creatura per partecipazione e per grazia, e così è vero che tutto è comune fra gli amanti >>. 
Un giorno il Padre Idelfonso, quasi a scrutar meglio la profondità di quell’anima serafica, entrò nuovamente a parlare della vita d’amore. Appena la Santa sentì toccare questo argomento, dimenticando il suo consueto ritegno, entrò a piene vele nel discorso, e disse con tanti sublimi che il buon Padre ne restò ammirato. Altra voce diceva: << Lo specchio in cui dobbiamo mirare per giungere alla divina unione, è Gesù Cristo; perché nessuno la può ottenere se non per mezzo e per i meriti di Gesù Crocifisso >>. Quindi manifestò che le facevano sempre grande impressione quelle parole del Santo Vangelo: << Nessuno viene al Padre, se non per mezzo mio >>. << In questo Padre e Dio - diceva - vi è ogni cosa, perché << Dio è amore >>, ed Egli per effetto d’amore ha fatto il tutto e il principio di tutte le cose, e questo amore è lo stesso Dio. Quindi per acquistare questo Dio, nel quale vi è ogni cosa, e perciò ogni bene, niuna fatica ci deve sembrar dura; nè si deve tornare indietro per le difficoltà che si incontrano, ma abbracciare l’amarezza e ogni sorta d croce con prontezza. Con questi mezzi, che sono appunto quelli di Gesù Cristo, non è difficile acquistare il vero dio e di stare in carità e camminare nell’amore >>. 
Questi ed altri simili concetti che molte volte, anche senza accorgersene, le uscivano di bocca tradendo il suo umile contegno silenzio e di nascondimento, li aveva appresi certamente alla scuola di quel Divino Spirito che sì bene la conduceva ad agire, non più umanamente secondo natura, ma divinamente e secondo la grazia. Una domenica dopo la Pentecoste del 1767, quell’anno 24 Giugno, avendo udito leggere in Coro al Capitolo di Terza le parole di San Giovanni: << Deus charitas est >> fu presa da tale vivissimo ardore che restò fuori di sé per un breve tempo. Parve che da quel giorno conservasse nel cuore, come la Santa Madre Teresa, una traccia di quel divin Fuoco, o meglio una ferita che nessuno conobbe ma che a poco a poco la consumò e le trasse a morte. Anzi, dopo questo fatto, per più giorni rimase quasi astratta e fuori di sé ripetendo sempre quelle parole: << Deus charitas est >>: e dal modo con cui la proferiva, le religiose videro che erano sempre accompagnate da un accendimento d’amore di Dio straordinario. ( Proc. Can. - Dep. Del Padre Idelfonso. - Per questo fatto, intorno ad alcune sue immagini si leggono le parole : Deus Charitas est ). 
Da quel giorno i sacrifici più generosi e più eroici divennero come una necessità al suo amore; essa sentiva il bisogno di rendere a Dio amore per amore, vita per vita, per testimoniargli tutta la sua riconoscenza. Il desiderio del martirio si fece sentire ancora più vivo nel suo cuore: in mancanza di carnefici che la torturassero, seppe trovare ordigni ancora più ingegnosi di quelli delle officine della persecuzione. Le penitenze e le macerazioni che ella s’impose fanno rabbrividire la nostra fiacca natura. Il suo amore divenne così ardente che giunse perfino a bramare il tormento che più purifica. La sacra scienza delle prove, degli abbandoni e delle croci, non fu più per lei uno sconosciuto mistero. L’assioma del puro amore, celestiale invenzione della Santa Madre Teresa, divenne perfettamente la leggedei suoi brevi giorni di vita, comprendendo ella sempre più le sante deliziose pene di un amore Crocifisso. 


FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

venerdì 23 dicembre 2016

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE QUINDICESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù
 Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

L’amore del prossimo non è che un effetto dell’amore di Dio: << Chi non ama - ha detto l’Apostolo San Giovanni - non ha conosciuto Dio, perché Dio è carità >>. Quest’amore Suor Teresa Margherita l’attingeva soprattutto dalla Santissima Eucaristia di cui era teneramente devota. 
L’Altare, dove Gesù vive e palpita d’amore, aveva per lei una potente attrattiva; nella Comunione accostava le labbra al Costato di Cristo, e da quel Divino Cuore attingeva carità. E’ questo il segreto per cui il suo amore rimaneva sempre inalterabile. Pensando a quanto ha fatto e sofferto Gesù per amor nostro, cercava contraccambiare tanto amore con l’andare incontro a qualunque mortificazione, sempre pronta ad abbracciare la propria croce e ripetere: << Dio ha patito tanto per me, e ben dovere che io patisca alcun poco per Lui >>. 
E quando le sembrava che la sua umanità fosse un po’ debole e che piegasse sotto il peso dell’umiliazione e della penitenza, tutta confusa, rimproverando questa sua debolezza, diceva: << Il mio Gesù non ha fatto così per me >>. 
Davanti a Gesù in Sacramento passava intere ore in profonda adorazione, con le mani giunte, senza alcun movimento, con un rispetto interno ed esterno, e con una sì grande modestia, che accendeva nella fede del Santissimo Sacramento le sue consorelle che ne erano felici testimoni. E lì, davanti al Santo Tabernacolo, dalla contemplazione saliva a poco a poco all’estasi e, dall’estasi qualche volta al rapimento di tutto l’essere. Le religiose, che non la perdevano di vista, la trovavano spesso immobile, con le mani composte sotto lo scapolare, col volto acceso. 
<< M’imbattei un giorno a vederla - così la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova - entrando in Coro mentre vi avevamo il Santissimo esposto; e la vidi genuflessa davanti all’altare, così composta e raccolta, che sembrava inabissata nel velato Signore, e in così rimirarla compresi la grande cognizione che ella aveva del grande Iddio >>. << L’angelica sua compostezza - afferma un’altra - bastava a far rientrare in sé chiunque la mirava. Ho visto di suo carattere un sentimento che teneva nel diurno: “ Veramente Dio è in questo luogo. Occhi in terra, e cuore a Dio ” >>. 
Non finiva poi di predicare alle altre religiose la grande umiltà di Nostro Signore Gesù Cristo in soffrire le irriverenze che continuamente riceve dagli uomini nella sua stessa casa. Pensando poi che Nostro Signore per la maggior parte del giorno viene lasciato solo nelle Chiese, piangeva; non potendo comprendere come gli uomini fossero tanto ingrati verso questo Augustissimo Sacramento. E, fra non interrotti singhiozzi, misurava tutta la profondità di questa ferita al Divin Cuore; rimirava Gesù, e immaginandosi che anche lei ripetesse quelle dolenti parole: << Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini, e che da essi è così mal corrisposto >>, versava dagli occhi amare lacrime e piangendo sugli altrui peccati correva alle consorelle, usando espressioni e gemiti simili a quelli di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi: << L’Amore non è amato, l’Amore non è amato! >>. 
Fu veduta più volte nel tempo della Santa Messa, e specialmente dopo la Santa Comunione, col volto così acceso da sembrare rapita in Dio. Le religiose, commosse, la guardavano: che cosa avvenisse fra Dio e quell’anima, Dio solo lo sa. Il fatto è che Suor Teresa Margherita parlava spesso dell’Augustissimo Sacramento con tanto ardore da commuovere le consorelle. Il suo pensiero era costante rivolto al Tabernacolo Eucaristico; e, come udirono e attestarono alcune religiose, anche quando stava a lavorare con le altre faceva atti di adorazione, stando sempre seduta rivolta verso la Chiesa; come pure andando a riposo, si accomodava in maniera di aver sempre la faccia rivolta ad essa. 
Si può dire che era ormai giunta a quell’unione con Dio, della quale nulla sopra la terra può fornirci l’idea. Quel Cuore Divino che vive e palpita nel Sacramento dell’amor suo, la rapiva ed assorbiva interamente. Il solo pensiero che Dio l’aveva eletta sua sposa, il vedersi già monaca, era ciò che la riempiva della più grande contentezza; e ciò perché ora poteva più liberamente concedere al suo cuore tutto l’agio di cercare il suo Dio, di sospirare un raggio del suo Volto Divino, per attrarne, come David, lo spirito vivificante. E ripeteva spesso con gioia: << Io abito nella stessa casa con Gesù Sacramentato >>. 
Simile nell’innocenza e nell’amore all’angelico San Luigi ( il Venerabile Menochio scrisse alle religiose di Santa Teresa in Firenze intorno alla Santa << nominandola un altro San Luigi, esortandole a ricorrere alla medesima nei loro bisogni e a imitarla, specialmente nell’amore di Dio >>. ), fin dalla sua prima Comunione, come altrove vedemmo, aveva presa l’abitudine di distribuire il tempo che la divideva da una Comunione all’altra in due parti; passando la prima in atti di gratitudine e di ringraziamento e l’altra in atti di d’amore e di desiderio. Ma se talora non le fosse stato permesso accostarsi a questo cibo di vita, oh quanto se ne affliggeva! Quei giorni erano per lei di sensibile languore. Fu udita più volte ringraziare il Celeste suo Sposo d’averla chiamata in un Ordine che professa tanta devozione verso l’Augustissimo Sacramento e che celebra con tanta pompa la cara solennità del Corpus-Domini. 
Quando le fu affidata l’ufficio di sagrestana, spiccò ancor di più la sua devozione verso Gesù Sacramentato. Con quanta cura prestava l’opera delle sue mani in quelle cose che dovevano servire al ministero dell’Altare! Lo spazzare il Coro, il preparare le lampade, era eseguito da lei con tale venerazione e contento che ben dava a conoscere in quanta stima avesse quell’ufficio. Il coltivare e procurare fiori per Gesù in Sacramento era per lei la più dolce ed onorevole occupazione, e mai dimenticava che nel giardino fossero i più bei fiori da porre davanti a Gesù. Oh, i fiori ebbero sempre un linguaggio divino per Suor Teresa Margherita! Ne adornava spesso l’altare del Coro, simboleggiando in loro, come faceva in tutte le cose sensibili, la vaghezza, la soavità e fragranza mistica dell’orazione delle religiose, e la bellezza delle loro anime nel cospetto di Dio. 
Dal giorno della sua prima Comunione, e specialmente poi dai primi giorni del suo noviziato, il suo cuore non palpitò che per Gesù Sacramento, la sua lingua non fece che pubblicarne le lodi, le grandezze, le virtù. E, come attestarono le religiose di allora, mentre era sagrestana, non fu mai udita, sia nel Coro che nelle stanze vicine alla Chiesa, proferir parola. Ogni volta che si avvicinava alla Chiesa, tutta la sua persona subiva un certo cambiamento che rivelava quanto fosse abitualmente raccolta. Passando per le stanze o i corridoi più vicini o in corrispondenza all’Altare Maggiore, genufletteva profondamente e, quando credeva di non esser veduta, faceva lo stesso anche dalle stanze più remote della Chiesa. 
Il desiderio suo più ardente era che tutte le creature divenissero vittime di carità, e che il Cuore di Gesù ricevesse ognora la libazione dei loro sacrifici e del loro amore. Da ciò l’emulazione nelle consorelle: come i serafini veduti dal Profeta Isaia, che si provocavano l’un l’altro alternativamente alla divina lode, così le religiose di Santa Teresa, 
quali colombe dal desio chiamate 
con l’ali aperte e ferme al dolce nido 
volan per l’aere dal voler portale….. 
( DANTE, Inferno, v. 82 ). 
facevano a gara nell’accostarsi a ricevere col più vivo trasporto Gesù, ed erano felici quando potevano trattenersi in dolci colloqui col Dio dell’Eucaristia. 
La mattina del 13 Novembre 1764, mentre Suor Teresa Margherita, allora probanda, faceva la pulizia del Coro e, con la mente rivolta al Tabernacolo, contemplava e adorava l’amore immenso di Gesù, nello spolverare il piano del Comunicatorio vide volare in terra un piccolo frammento di ostia. Il pensiero che quel frammento fosse consacrato le balenò subito alla mente. Non ebbe più pace, e corse affannosamente ad avvisarne la Madre Priora e la Madre sagrestana maggiore perché provvedessero subito all’inconveniente. Essa poi tornò veloce nel Coro e, prostratasi davanti a quel frammento, pensando che Gesù avesse sofferto qualche irriverenza, si sciolse in lacrime e non si alzò in quella posizione finchè il Padre Ildefonso, chiamato dalla Madre Priora, non lo ebbe raccolto e posto reverentemente nel sacro Ciborio. Questo fatto fece tanta impressione alla Serva di Dio che ne parlava frequentemente con tanta tenerezza indicibile. << Tornato al confessionale - narra lo stesso Padre Ildefonso -, mi pare certamente che mi fosse mandata subito lo stesso giorno, o se in ciò erro, la mattina seguente, affinchè io l’acquietassi della veemente agitazione che avevano riconosciuto averle cagionato il caso seguitole, nel quale però io posso ben testificare, e testifico, che molto più le avesse quella cagionato la grande apprensione e penetrazione della Maestà di Dio così umiliata per noi, e per quanto io mi dicessi di più efficace per rasserenarla, non fui capace di riuscire né in quel giorno, né in tutto il tempo di sua vita, poiché rare furono quelle volte che io poi le parlassi, nelle quali essa col medesimo sentimento di orrore e venerazione non mi rammentasse tra sospiri di gratitudine e di ammirazione l’enarrato successo >>. 
Quasi a ricompensarla di tanto amore e venerazione verso la Santissima Eucaristia, il Signore le concesse una grazia singolare, di percepire cioè un odore soavissimo e un sapore celestiale ogni volta che si fosse accostata alla Santa Messa. Anzi, avvicinandosi alle consorelle che si erano comunicate sentiva subito, quale odore delizioso, la vicinanza di Nostro Signore, e non sapeva staccarsene. Anche prima di vestire l’abito religioso, e precisamente quando era ammalata del tumore al ginocchio, ogni volta che la Madre sotto-Maestra si era comunicata ed entrava nella cella della Serva di Dio, per visitarla e somministrarle quella cure che la carità richiede, cercava sempre con industriosi modi di trattenerla presso il suo letto più che fosse possibile, dicendole tutta ridente e festosa che sapeva << odore di santità >>. 
<< Più volte - racconta questa Madre - mi si accostava e mi odorava, ma io invero non feci attenzione a questa di lei azione, apprendendola per una semplicità puerile ma avendola continuata ancora dopo che ebbe vestito il nostro sacro abito, ci feci riflessione, e notai che la ripeteva più nei giorni nei quali avevo fatto la Santa Comunione che in qualunque altro giorno e mi stava più d’appresso che poteva, e parlandone di qualche cosa da farsi, non mi attendeva, ancorchè fosse affare di cui avessi premura, e diceva: “ Che grande odore ha addosso! ” e non saziava di replicatamente gustarlo con particolare piacere. Io mi confondevo, e per quanto pensassi, non trovavo esservi alcuna cosa odorifera che avessi toccato >>. 
Interrogata che cosa intendesse per questo odore di santità, rispose che non lo sapeva esprimere, ma che al più l’avrebbe assomigliato a quello di certo fiore, che con vocabolo aretino chiamava << moschettone >> ed è il narciso. 
Il sapore poi soavissimo che provava nell’accostarsi alla sacra mensa, lo riteneva cosa sperimentata da tutti. Perciò, una mattina, dopo aver fatta insieme con le altre la Santa Comunione, domandò con semplicità e innocenza alla Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova che cosa volesse significare quel dolce tanto dilettevole che sentiva nelle sacre particole. Sorpresa da questa domanda, quella Madre non seppe per allora che cosa rispondere; ammirando come Dio operasse nella sua Serva quel favore singolare che era una figura di quella dolcezza intima, di cui nella Santa Comunione era ripieno il suo cuore. 
Al Confessore domandò perché il sapore di Gesù Cristo si sentisse nella Santa Comunione quando più e quando meno. E il Padre rivelò da queste parole che la Santa lo doveva provare frequentemente. Richiesta da lui della qualità di questo sapore, non seppe trovare alcuna cosa da paragonarlo, e costantemente lo chiamava il Sapore di Gesù Cristo. Per non toglierla dalla sua semplicità il buon Padre le rispose che, non essendo questo un effetto necessario del Sacramento << il Signore era padrone di concederlo quando, quanto e a chi voleva, e che perciò bisognava riceverlo con gratitudine, senza parlarne fuori che al Padre spirituale; ma che forse ciò poteva indicare la maggiore o minore disposizione ed amore di chi si comunicava >>. E questa grazia le fu abituale, facendole il Signore gustare maggiore soavità e dolcezza nelle feste più solenni dell’anno. 
Il suo spirito d’amore le aveva infusa ardente nell’anima la devozione al Divin Cuore. Per questo il giorno di sua vestizione aveva chiesto ed ottenuto di avere il cognome del Sacro Cuore di Gesù << intendendo con ciò - come si espresse al suo Confessore - di non dover vivere, né respirare, se non per riamarlo con tutte le forze ed in ogni sua azione >>. Ed infatti aveva fedelmente mantenuta la sua promessa. 
<< E il suo nome - diceva a questo suo proposito il Santo Padre Pio XI ( Discorso del 3 Marzo 1929 in occasione della lettura del Decreto di approvazione dei due miracoli per la Beatificazione ) - che spiega il segreto di tutte queste magnifiche cose, quel nome che era il nome del Sacro Cuore. Era l’intimità del cuore suo col Cuore Divino; era quella magnifica primizia di devozione al Sacro Cuore, allorchè questa si dibatteva in mezzo a difficoltà indicibili e che oggi si direbbero assurde, ma difficoltà vere, nate dal freddo zelo di una tendenza, di una setta che nulla comprendeva dell’amore di Dio a forza di dir di comprendere la maestà e la grandezza di Dio stesso. Si spiega ora molto facilmente come il Divino Spirito, il Divino Autore di questa bellezza, nell’ora da Lui prefissa si sia ricordato di questa fedele ed eroica sposa e, dopo tanto volgere d’anni, l’abbia chiamata alla luce ed alla gloria con quella potente voce dei miracoli ch’è propriamente la voce sua >>. 
<< Mio Dio - scriveva la Santa in occasione dei santi spirituali Esercizi dell’anno 1768 -, ad altro non voglio attendere che a divenire una perfetta copia di Voi, e poiché la vita vostra non fu che vita nascosta d’umiliazione, di amore e di sacrificio, così deve essere la mia, poiché sapete che altro non bramo se non di essere una vittima del Vostro Sacro Cuore, consumata tutta in olocausto nel fuoco del Vostro santo amore >>. << Tanto in cella quanto nel suo diurno - così una religiosa d’allora - teneva sempre avanti agli occhi un’immagine del Sacro Cuore di Gesù e credo che dentro di esso fosse sempre la sua dimora; ed a ciò fare insinuava anche le altre ed alcune volte diceva ed aveva anche scritto in più luoghi: “ Oggi se udirete la voce di lui, non vogliate indurire i vostri cuori ”( Ps. XCIV, 8 ). << Quando nel 1767 - attesta un’altra - fu dalla nostra Religione ottenuto il Decreto della S. C. dei Riti di poter celebrare l’Uffizio e la Messa ( del Sacro Cuore ), ella si accese sempre più in tal devozione, e poiché in dato tempo era sagrestana, chiese ed ottenne il permesso dalla Madre Priora di poterne adornare l’immagine, edi porla sull’altare del Coro, e di raccogliersi in preghiera insieme ad altre religiose in tempo della comune ricreazione >>. 
Accesa da questa vampa divina, acquistava la fiducia illimitata propria dei Santi; e chiamava il suo Gesù col dolce nome di Padre, e più teneramente ancora con quello di << suo buon Babbo pieno di amore di bontà >>; perché in tali nomi - sono sue parole - << sentiva confortata la sua miseria estrema, la sua indegnità a prender animo per accostarsi ad un Dio così grande, giusto e tremendo >>. Infiammata dai celesti ardori che ogni giorno la facevano salire a maggior perfezione, si accese talmente in lei il desiderio del martirio, che aveva parole tenere, accenti affettuosi, slanci di generosità, da intenerire le proprie consorelle. Il ricordo della Santa Madre Teresa, che a solo sette anni era fuggita dalla casa paterna in compagnia del fratellino Rodrigo per andare nell’Africa a portarvi la fede o a spargervi il sangue per Gesù, la commoveva in modo che si accendeva tutta, si struggeva di non poter correre anch’essa in quelle terre; e già le sembrava essere sotto il ferro del carnefice, di riceverne il colpo, e volare fra le braccia dello Sposo Divino. Ma non era questo il genere di martirio che il Signore voleva da lei; il martirio di quell’anima doveva essere il supplizio di coloro che amano e non possono raggiungere l’oggetto amato. La lontananza di Gesù, le prove dell’abbandono, il dover aspettare la morte liberatrice che l’avrebbe condotta a Colui che aveva ferito il suo cuore, ecco il martirio che l’attendeva fra poco; martirio tanto più doloroso quanto più prolungato. 
Quest’Angelo aveva bramato vivere d’amore, e la sua vita era divenuta veramente un inno sublime che cantava l’amore a Dio. Nell’adempimento degli uffici il suo cuore non si disgiungeva mai da Dio, ma tutto eseguiva in sua unione, mettendo in pratica questo suo ben detto: << Se viviamo e ci muoviamo in Dio, non è possibile che la sua compagnia e il suo amore ci abbiano ad impedire il muoverci e l’operare esternamente >>. E diceva di avere sperimentato che bastava operare il silenzio, come comanda la Regola, perché tutto riesca fatto con la più grande perfezione, con la mente elevata a Dio, e con la maggiore puntualità e prestezza che si possa desiderare. Anzi, le occupazioni esterne le erano di aiuto per sollevare la mente a Dio e prendere nuovi motivi di amarlo. << Basta tener chiuse le porti di fuori - soggiungeva - perché l’anima ed il cuore non possono andare altrove che al lor centro che è Dio; ed Egli, che è il principio di ogni nostro operare, aiuta ad operare bene e presto >>. << Se non si opera qui ( cioè nel Monastero ), se non per obbedienza o con l’obbedienza, dove è Iddio che comanda, non mi pare che Egli possa distruggere l’opera sua medesima >>. Da ciò si comprende bene quanto a lei fosse più facile star sempre unita a Dio col pensiero e con l’amore, che starsene aliena; e ciò credeva essere cosa familiare e comune a tutti. 
Molte volte il Confessore l’intratteneva sulla bontà e liberalità di Dio e sulla mediazione efficacissima di Gesù Cristo. Ed oh come ben penetrava il senso di quelle parole dell’Apostolo: << Abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo il Giusto! >>. Si accendeva tanto che, dimenticando quel suo contegno ordinario di silenzio e di raccoglimento, prorompeva in esclamazioni le più affettuose; come per esempio: << Gran cosa che il nostro buon Gesù, anche glorioso alla destra del Padre, s’incarichi delle nostre vilissime miserie, e si degni di fare per noi tuttavia le veci di umile oratore! >>. Oppure: << Gran cosa che il nostro buon Gesù, ancora quando noi dormiamo, ci divertiamo, non pensiamo punto a Lui né a noi, Egli continui a pregare l’Eterno suo Padre per noi! >>. Per le proprie consorelle che qualche volta vedeva angustiate, aveva parole di grande speranza: << Si raccomandino a Dio - diceva loro - e non dubitano che le consolerà; si fidino di Lui! Che vi è da temere? Se Iddio ha promesso di esaudirci ogni volta che ricorriamo a Lui, si fidino; Egli è con noi e ci vuole ogni bene, è impossibile che abbandoni >>. 
Questa sua grande fiducia e abbandono a Dio - ci dice la Madre Anna Maria di Sant’Antonio da Padova - procurò promuovere ed eccitare in ciascun di noi, in ogni occasione che se le presentò; poiché, quante volte sapeva che alcuna soffrisse qualche angustia, l’animava alla confidenza in Dio e a non dubitare, perché Egli avrebbe ricavato bene da tutto; ma se si ricorresse a Lui perché voleva essere da noi pregato; ed a me in molte occasioni vide quasi l’interno ed il suo dire mi fu di grande aiuto e conforto >>. Il concetto che si era formata di quest’abbandono in Dio, lo lasciò bene espresso in un foglietto così: 
<< Vivete sempre alla discrezione della Provvidenza Divina e ricevete con indifferenza come da Essa, consolazioni e patimenti, pace e turbolenza, sanità e malattia. Nulla chiedete, nulla ricusate: ma state pronte a far sempre e patire tutto ciò che dalla Provvidenza medesima mi giungerà. Abbandonatevi per amore, abbandonatevi con amore, abbandonatevi all’amore di Gesù Cristo, perché l’amore Suo vuol governarci e noi da noi stessi non sappiamo condurci. Né vi affliggano le ripugnanze della natura, ma siate costanti nel volere che ad onta di tali ribrezzi regni in voi da sovrano il piacere di Dio >>. 
Quando poi certe cose avessero dovuto cagionare il Monastero qualche disturbo, a chiunque la ricercasse non consigliava altro che silenzio e orazione; ella era solita dire, che << il parlare delle cose che si chiedono a Dio, lega in certo modo le mani alla sua divina liberalità, se non altro per la troppa sollecitudine umana che se ne mostra in simili consulte private, dove invece l’orazione col silenzio cagiona quel totale abbandono nella paterna e amorosa vigilanza di Dio sopra di noi, che è il braccio destro dell’orazione, come Egli ci ha fatto intendere in quelle parole: “ Getta sul Signore la tua inquietudine ed Egli ti sostenterà ” >>. ( Salmo LIV, 23 ). L’effetto propizio che avevano le sue preghiere sono una prova evidente di questa sua illimitata fiducia in Dio. 
Infatti, avendo il Confessore raccomandato alle sue orazioni la conversione di un peccatore, Suor Teresa Margherita pregò a tale scopo tutto il rimanente della sua vita, certa che il Signore le avrebbe finalmente concessa quell’anima. Appena ella fu spirata, si vide subito l’efficacia delle sue preghiere: il peccatore, con grande giubilo del Padre Ildefonso, si convertì e ritornò fra le braccia della Chiesa. E le religiose, che ben sperimentavano gli effetti della fiducia illimitata della Santa, attestarono che bastava che ella mostrasse mentalmente il suo desiderio al Signore, oppure ripetesse davanti a Gesù Sacramentato quelle brevi parole del Salmo XXXVII, 10: << Signore, voi conoscete ogni mio desiderio >>, che subito veniva esaudita. 
<< Effetti di questa sua viva fede - così il Padre Ildefonso - furono senza dubbio. 
La facilità di ottenere da Dio, anche istantaneamente, ciò che per mezzo dell’orazione chiedeva o per sé o per gli altri, tanto di beni spirituali che temporali, anche talora con qualche segno o specie di prodigio. 
Quella soave docilità d’intelletto d’assentire facilmente non solo alle cose divinamente rivelate, ma ancora a tutte le pie tradizioni che dai più devoti e prudenti cristiani sono adottate, ed a tutto quello che sapesse soda e non superstiziosa pietà e devota purità di Religione. 
Il non aver mai in tutta la sua vita patiti nè sperimentati dubbi o tentazioni, benchè minime, intorno alla santa fede medesima, né inganni, né illusioni di spirito, come dell’uno e dell’altro ne sono pienamente testimone. E, ben convinto di ciò, ho sempre anche in fatto di fede assomigliato la Serva di Dio alla nostra Santa Madre Teresa, che parimente narra di sé di non aver mai sofferto tentazioni di fede, molto più perché anche la Serva di Dio, come la Santa Madre predetta, era tanto pronta a credere le cose rivelate quanto più sembravano all’intelletto naturalmente impossibili, perché allora risplendeva in essa l’onnipotenza e sapienza di Dio, come parimente mi ricordo avermi la stessa Serva di Dio alcuna volta espresso, allegandomi l’esempio della Santa Madre nell’atto di ammirare e umilmente ringraziare la divina misericordia, cui tanto se ne confessava debitrice. E quanto a me sono stato sempre e sono di parere che un tal privilegio ed esenzione la stessa Santa Madre glielo impetrasse da Dio per averla con tanta singolarità prescelta per sua figlia e in premio di essersi resa a Lei tanto simile nella pratica delle virtù >>. 
Siamo così giunti a quel punto della sua vita, in cui la perfezione toccherà in breve le cime della santità. Pochi istanti ancora, e l’olocausto di questa piccola ostia sarà consumato.

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano