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martedì 9 agosto 2022

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO PARTE TERZA - terza

 IL PATRIARCA DEI CERTOSINI

SAN BRUNO 

PARTE TERZA - terza

 


In tale prospettiva si risolverebbe un certo numero di difficoltà che, dopo otto secoli di unanime consenso, tale o altro critico ha creduto di dover opporre all’autenticità dei due Commenti. Così, per non addurre che questo esempio, nel confrontare le due opere bisognerebbe tener conto del fatto che Bruno aveva meditato, ruminato quei testi per una cinquantina d’anni; che ha potuto introdurre qua e la nelle sue cognizioni qualche allusione molto chiaramente determinata quanto al tempo, senza che detta determinazione risolva la questione del tempo in cui venne redatto l’insieme del Commento: tale l’allusione a San Nicola nel Commento del Salterio…. In ogni modo i due Commenti al presente sono oggetto d’uno studio critico molto severo da parte del V. P. Don Anselmo Stoelen; basta attendere i risultati di detto studio. 

Nella peggior ipotesi, vale a dire anche se l’esame concludesse contro l’autenticità dei due Commenti, il profilo spirituale che cerchiamo di tracciare non ne discapiterebbe molto: rimarrebbe vero che, secondo l’espressione di un Titolo Funebre, Bruno fu : << In Psalterio et coeteris scientiis luculentissimus… >> Un valente commentatore del Salterio ed un Dotto >>. 

Per un lettore moderno l’interesse del Commento dei Salmi è discutibile e, di fatto, è discusso. Se don Rivet nella Histoire Littérarie de la France affermava nel XVIII secolo: << Chiunque si prenda pena di leggere con un po’ d’attenzione detto Commento converrà che sarebbe assai difficile trovare uno scritto di tal genere che sia ad un tempo più solido e più luminoso, più conciso e più chiaro >>, l’autore di - Aux sources de la vie cartusienne - mostrasi più riservato: << Il Commento… dei Salmi è scritto in uno stile molto secco; la sua aridità ne rende difficile la lettura; inoltre è appesantito da interpretazioni che non sono più conformi al gusto del nostro tempo… >>. 

Forse è prudente starsene a mezza strada tra l’elogio e la riserva surriferiti. Non si può negare che oggidì nessun lettore cercherà nel Commento dei Salmi un godimento da letterato o anche un appagamento di devozione. Ma a chi avesse il coraggio di superare detta aridità il Commento di Bruno potrebbe ancora offrire dei << pensieri >> atti a stimolare la sua contemplazione ed il suo amore per Iddio. 

Eccone alcuni esempi: << Beati qui scrutantur testimonia eius: in toto corde exquirunt eum: cercano Dio dedicandosi alla contemplazione, e ciò con tutto il proprio cuore, coloro che, avendo messo da parte ogni sollecitudine per i beni di questo mondo, aspirano a Dio solo mediante la contemplazione, cercano e desiderano lui solo con tutto l’affetto del proprio cuore; cercano con tutto il loro amore i più reconditi segreti della sua Divinità. Ps, CXVIII >>.

<< Et benedicam Nomini tuo in saeculum et in saeculum saeculi: Ti loderò contemplando il tuo Nome che è il Signore; ti benedirò con una benedizione che durerà nei secoli dei secoli, cioè ti loderò mediante la lode della vita contemplativa, vita che durerà in questo secolo ed in quello futuro, conforme al detto evangelico: -- Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta -- La vita attiva solo quanto questo secolo. Ps, CXLIV  >>. << In meditatione mea exardescet ignis : Nella mia meditazione, l’amore che già possedevo ha cominciato a crescere sempre più, a somiglianza di fuoco che divampa. Ps, XXXVIII >>.

Commenti simili, esaltanti la vita contemplativa e la sua profonda gioia non mancano. Eccone altri:

<< O giusti, esultate nella gioia; e per questo cantate a Dio, vale a dire lodatelo nella contemplazione. Applicatevi alla vita contemplativa la quale consiste nell’attendere alla preghiera e alla meditazione dei Divini Misteri, lasciando da parte tutto ciò che è terreno. Ps, LXVII >>. << Jubilate Deo… Lodate Dio nell’intimo gaudio dello spirito, gaudio che né a parole né per iscritto può compiutamente esprimersi, vale a dire lodatelo con intensa devozione. Ps, LXV >>.

La predilezione di Bruno per il Salterio -- non dimentichiamo che alcuni dei testi Delfinato ed in Calabria , ma che la sua preferenza per il Salterio risale al tempo trascorso a Reims sì da essere considerato dai suoi allievi uno << specialista >> per quel che riguarda i Salmi -- pioggia, se si sta a quanto è detto nello stesso prologo del Commento, sul fatto che il Salterio è il libro per eccellenza della lode Divina: << Il Salterio risuona tutt’intero delle cose superne, cioè della lode di Dio. Molteplice è l’intenzione di tale opera… ma ogni argomento toccato vien presa in considerazione la lode di Dio…  A ragione detto libro dagli Ebrei vien chiamato libro degli Inni, cioè delle lodi di Dio >>. Orbene, secondo il parere di Bruno, il grande artefice della lode di Dio è Cristo: l’Incarnazione, la Vita, la Morte e la Risurrezione di Cristo:

<< Il titolo del Salmo LIV: In finem, in carminibus, intellectus ipsi David - lo si può così esporre: il senso di codesto salmo può essere applicato allo stesso Davide, vale a dire a Cristo perseverante in carminibus, cioè nella lode. Cristo loda Dio intenzionalmente, a voce e con l’azione; non desistendo dalla lode neppure nella sua Passione, nella quale in particolar modo Dio va lodato. In Carminibus: Egli persevera nella lode fino alla perfetta eternità; vi persevera sia nella prosperità che nell’avversità fino a che Dio lo adduca all’immortalità del tutto perfetta. Ps, LIV >>.

Detta lode essenziale di Cristo è prolungata quaggiù dalla Chiesa essa ne ha la responsabiltà ed il compito, ed adempie tale missione principalmente mediante le anime contemplative.

Commentando il salmo CXLVII, Lauda Jerusalem Dominum, Bruno scrive: << Tu, o Chiesa, loda il Signore, il Padre, con quello sguardo che Lo considera come Signore; loda sì da essere veramente Gerusalemme, vale a dire pacificata…; detta pace è per il Signore una grandissima lode. LodaLo inoltre considerandolo come tuo Dio e Creatore; loda sì da esser veramente Sion, vale a dire contemplante le cose celesti, la quale contemplazione è per Iddio una lode in cui grandemente egli si diletta. Ripeto, loda il Signore, tuo Dio >>.

Cristo, il Cristo storico, il Cristo mistico, la Chiesa: questo è il cuore di detto Commento dei Salmi. Già da lungo tempo codesta citazione di capitale importanza è stata notata dai conoscitori dell’opera di Bruno. Nel 1749 don Rivet scriveva: << San Bruno da per tutto nella sua opera mostra Gesù Cristo ed i suoi membri, Gesù Cristo è la sua Chiesa >>.

Qualora, come ne siamo convinti, i lavori critici in corso concludano in favore dell’autenticità del Commento dei Salmi, l’apporto, sebbene non essenziale, come si è detto, sarebbe nondimeno di grande interesse per l’esatta conoscenza dell’anima di Bruno. Se i citati testi risalgono al temp della dimora di Bruno a Reims, essi mostrano nell’anima di lui professore, gran maestro delle scuole una tendenza favorevole alla contemplazione, se non alla vita contemplativa. Se invece bisogna riservarli per il periodo di tempo trascorso nel Delfinato od in Calabria, essi aggiungono alle due lettere di Bruno una nota Cristologica ed ecclesiale preziosissima; pongono in modo assai chiaro la vita contemplativa nell’esistenza e l’azione della Chiesa.

Andrè Ravier


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LAUS DEO


Francesco di Santa Maria di Gesù

Terziario Francescano  





domenica 7 agosto 2022

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO PARTE TERZA seconda

 IL PATRIARCA DEI CERTOSINI

SAN BRUNO 

PARTE TERZA SECONDA



La scelta tornava a grande onere per Bruno. L’esser chiamato in sì giovane età ad assumere un ufficio tanto delicato significava che Herimann aveva scoperto in lui non solo singolari capacità per l’insegnamento, ma altresì doti di abilità e persino di governo. Bruno invero non aveva che ventisei o ventotto anni; ed Herimann non avrebbe così di proposito rivolto i suoi sguardi su un uomo di quell’età, se nel proporre la nomina di lui all’arcivescovo Gervasio non fosse stato certo di avere il consenso implicito del corpo insegnante e degli stessi studenti delle scuole remesi. Inoltre sapeva meglio d’ogni altro quale fosse la fama di dette scuole in tutto il mondo cristiano: in quel tempo Reims era uno dei centri intellettuali più celebri dell’Europa e doveva ad un giudizioso reclutamento dei docenti il mantenimento di quell’alta reputazione. Bisognava che Bruno avesse dato prova delle proprie attitudini nelle secondarie incombenze affidatigli per essere preposto, nonostante l’età giovanile, alle scuole di Reims quale << summus didascalus >>. La scelta dell’arcivescovo Gervasioera indovinata. Per circa vent’anni Bruno brillò a capo dell’insegnamento remese, sì da ricevere un giorno da Ugo di Die, Legato di Gregorio VII, il titolo molto onorifico di << Remensis Ecclesiae magistrum >>. Nel chiostro della cattedrale ove il maestro insegnava affluirono i discepoli, parecchi dei quali vennero elevati alle più alte dignità ecclesiastiche: Eudes di Chatillon che, al pari di Bruno, fu canonico di Reims, entrò nell’abbazia di Cluny e vi divenne priore, fu poi creato cardinale-arcivescovo di Ostia ed infine eletto Papa col nome di Urbano II; citiamo altresì tra i numerosi prelati ed abati: Rangerio, che sarà vescovo di Lucca; Roberto, vescovo di Langres; Lamberto, abate di Pouthières; Maynard, abate di Coméry; Pietro, abate dei canonici regolari di Saint-Jean-des-Vignes…

Tutti codesti personaggi più tardi nei Titoli Funebri riconosceranno di esser debitori a maestro Bruno del meglio della formazione. Leggiamo qualcuno dei propri attestati: << Io, Rangerio, desidero offrire le mie suppliche a Dio Onnipotente, affinché egli, che lo adornò di tanta grazia e di sì grande pietà, gli conferisca altresì la corona secondo il merito della sua fede. Inoltre per un particolare obbligo e speciale predilezione celebrerò l’anniversario…>>. << Io, Lamberto, abate del monastero di Pouthières, sono stato discepolo di codesto esimo maestro Bruno nell’apprendimento delle lettere fin dai primi anni della mia vocazione religiosa; non cesserò di serbar memoria di un padre sì buono, cui devo la mia formazione >>. << Nel venire a conoscenza del sereno transito del vostro santo padre e mio maestro Bruno, dal cui labbro ho appreso l’insegnamento d’una sana dottrina, dice Pietro, abate del monastero di Saint-Jean-des-Vignes a Soissons… mi son rattristato, ma ho altresì gioito perché egli ha trovato il riposo e vive con Dio, come mi viene dato di arguirlo dalla purezza e perfezione della sua vita passata, a me abbastanza nota >>. L’attestato di Maynard, priore del monastero di Corméry, è tanto più commovente in quanto allorché gli venne comunicata la notizia della morte di Bruno si accingeva a partire per la Calabria: desiderava di riveder Bruno ed << aprirgli il proprio animo >>. Tale proposito ci mostra quanto profondo fosse l’influsso di Bruno fin dal tempo della sua dimora a Reims. << L’anno 1102 dall’Incarnazione del Signore, alle calende di novembre ho ricevuto questo rotolo e vi ho letto come l’anima, spera beata, dal mio carissimo maestro Bruno, perseverando nella vera carità, abbia abbandonato la vita transitoria di questo secolo e raggiunto sulle ali delle sue virtù il regno dei cieli. Certo ho gioito della fine gloriosa di un uomo sì grande; ma dato che era mia ferma intenzione di recarmi quanto prima da lui per vederlo ed udirlo, per confidargli tutti i moti della mia anima e consacrarmi insieme con voi alla Santissima Trinità sotto la sua guida, mi son turbato oltre ogni dire alla nuova del suo inatteso transito, e non sono riuscito a trattenere le lacrime. Io, ripeto, Maynard, assai indegno priore di numerosi monaci nel monastero di Corméry, sono oriundo della città di Reims, ho seguito per alcuni anni i corsi di Bruno e con la grazia di Dio ne ho tratto gran profitto. Son grato a Bruno dei progressi fatti; e se in questa vita non ho potuto manifestargli la mia riconoscenza, almeno al presente desidero di farlo  per la sua anima. Finché avrò vita serberò, dunque, memoria di lui e di tutti coloro che lo hanno amato in Cristo….>>. A codesti meravigliosi attestati di riconoscenza e di fedeltà bisognerebbe aggiungere certi atti o gesti di suoi antichi allievi che da sé e senza bisogno di parole o di scritti manifestano l’influsso profondamente spirituale di maestro Bruno: tale la designazione del vescovo simoniaco Manasse; tale altresì la chiamata di lui a Roma da parte del Papa Urbano II … Riferiremo codesti fatti a suo tempo. Conteniamoci ora di spigolare nei Titoli Funebri qualche elogio tributato a Bruno da coloro che lo hanno conosciuto: << Superava i dottori ed era loro maestro >>… << Filosofo incomparabile, luminare in ogni scienza >>… << Ebbe, questo dottore, la forza del cuore e quella della parola sì da superare tutti i maestri; la sapienza risiedé tutta in lui; quanto affermo è noto a me e, con me, a tutta la Francia >>… << Maestro dal fine intuito, luce e guida nella via che conduce alle vette della sapienza >> … <<  Il suo insegnamento rifulse nel mondo >> … << Onore e gloria del nostro tempo >>. Anche tenendo conto delle amplificazioni letterarie, abituali in tal genere di elogi, Bruno ci viene presentato come un uomo che innegabilmente ha contrassegnato la cristianità del suo tempo. I Titoli insistono sul valore della sua dottrina: << Dottore dei dottori >>, << Fonte di dottrina >>, << Profonda sorgente di filosofia >>, -- sull’irradiazione del suo pensiero spirituale, della sua sapienza >>: << Perla di Sapienza >>, << Esempio dei buoni >>, << Modello di vera giustizia, di scienza e di filosofia >>, -- sulla conoscenza che aveva della Sacra Scrittura  ed in modo specialissimo del Salterio: << Dotto esegeta del Salterio e, filosofo chiarissimo >>, << Egli, ebbe la scienza del Salterio e, dottore, istruì non pochi discepoli >>, << In passato sommo maestro nelle scuole della Chiesa di Reims, perito autorevolissimo in ciò che riguardava il Salterio e nelle nostre scienze, fu per lungo tempo una colonna di tutta quella metropoli >>.

Oltre ai testi di capitale importanza e certamente autentici di cui parleremo più in là: la Lettera a  Rodolfo Le Verd, la Lettera alla Comunità di Certosa e la Professione di fede, due opere ci sono pervenute sotto il nome di Bruno: il Commento delle Lettere di San Paolo e il Commento dei Salmi. Se esse sono autentiche, come ci sembra certo, probabilmente appartengono al periodo della vita di Bruno docente. Ma sia l’una come l’altra opera, soprattutto il Commento dei Salmi, potrebbero non essere state altro che le note delle lezioni di Bruno professore di Teologia. E forse osar troppo se pensiamo che anche se dette note non fecero parte delle poche cose personali che Bruno conservò e di poi portò con sé nel lasciare Reims, almeno si ricordava dell’insegnamento impartito, -- ne abbia vissuto ancora in Certosa e parimenti in Calabria, -- e che senza dubbio non abbia cessato di migliorare le sue cognizioni e di perfezionarle per uso proprio e degli eremiti, suoi confratelli? E’ anche questa un’ipotesi? Siamo che fin dal tempo della docenza a Reims Bruno dinanzi ai discepoli eccelleva nella conoscenza dei sacri testi ed in modo specialissimo del Salterio; e siamo non meno certi che sia in Certosa, sia in Calabria abbia gioito d’aver dei confratelli << dotti >> ed abbia orientato i suoi eremiti verso lo studio della Bibbia. Ai conversi di Certosa al termine della sua vita scriverà queste mirabili parole: << Mi rallegro per il fatto che, sebbene non abbiate la scienza delle lettere, l’Onnipotente Iddio scrive col suo dito nei vostri cuori non solo l’amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge….>>; anch’essi mediante l’obbedienza, l’umiltà, la pazienza, il << puro amore del Signore >> e << l’autentica carità >> raccolgono << saggiamente il frutto soavissimo e vivificante delle Divine Scritture >>. Nulla poteva farci meglio comprendere a qual punto Bruno facesse dipendere tutta la sua spiritualità e la santificazione dell’anima della conoscenza  della Scrittura. Senza dubbio in Certosa come nell’eremo di Calabria tale conoscenza era più nettamente orientata verso la contemplazione; ma poteva non continuare, prolungare, approfondire l’insegnamento di Reims?


Andrè Ravier


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LAUS DEO


Francesco di Santa Maria di Gesù

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venerdì 5 agosto 2022

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO PARTE TERZA - prima

 IL PATRIARCA DEI CERTOSINI

SAN BRUNO 

PARTE TERZA PRIMA



MAESTRO  BRUNO

Al termine degli studi fece forse Bruno un breve soggiorno a Parigi? Ricevè gli Ordini Sacri? Predicò? In quali regioni?… Tanti punti oscuri, riguardo siamo privi di documenti attendibili, salvo l’indicazione di un Titolo Funebre da cui sarebbe rischioso trarre conclusioni troppo precise: << Multos Faciebat sermones per regiones >>. Un semplice chierico aveva studiato ed era fornito di titoli della scuole di Reims poteva essere chiamato a predicare davanti al popolo. Allo storico Bruno certamente farebbe luce il sapere quando ed in quali circostanze egli fu promosso canonico della collegiata di San Cuniberto di Colonia. 

Purtroppo non conosciamo che il fatto stesso, trasmessoci da Manasse, arcivescovo simoniaco di Reims: << Questo Bruno, egli dice nella Apologia che indirizzo a Ugo di Die ed al Concilio di Lione nel febbraio del 1080, questo Bruno non appartiene al mio clero; non è pure nato né è stato battezzato nella mia diocesi: è canonico della collegiata di San Cuniberto a Colonia nel regno teutonico >>. Riguardo al tempo e alle circostanze di detta nomina si possono formulare delle ipotesi. La prima consiste nel riallacciarla alla riorganizzazione della collegiata di San Cuniberto, fatta dall’arcivescovo di Colonia Herimann II; detta collegiata fu di nuovo dotata di 24 canonici. Forsechè Herimann volle allora onorare la famiglia di Bruno e creare per bruno stesso, le cui doti già affermavano, un vincolo personale con la Chiesa di Colonia? 

In tale ipotesi Bruno sarebbe stato nominato canonico fin dalla prima giovinezza. Ovvero bisogna attendere il tempo in cui la bontà dell’insegnamento impartito lo renderà celebre? Colonia in tal caso avrebbe voluto partecipare all’omaggio che veniva reso ad uno dei suoi figli; da parte nostra propendiamo per detta opinione. Un’altra ipotesi sovente è stata avanzata: nel 1077 o poco dopo, al tempo della sua lotta contro Manasse, Bruno si sarebbe orientato verso Colonia; ma tale ipotesi no sembra vero simile: oltre che i documenti sembrano indicare ch’egli rimase dal conte Ebal di Roucy col gruppo dei canonici che si opponevano all’arcivescovo simoniaco, come si sarebbe potuto rifugiare a Colonia ove avrebbe trovato una condizione di cose ancor più grave di quella di Reims? Dal marzo del 1076 l’imperatore Enrico IV aveva imposto a Colonia un intruso, Ildufo, contro cui clero e popolo, fedeli a Gregorio VII, insorgevano invano… 

Allo stato presente delle ricerche bisogna che ci conteniamo del semplice fatto innegabile: Bruno è nato verso il 1030, come già si è detto -- ci si pone un problema: tra la fine dei suoi studi e la nomina alla carica di gran maestro e direttore delle scuole di Reims, verso il 1056, che cosa fece Bruno? Quale fu la sua vita? Come occupava il tempo? Sembra che una risposta sia necessaria. Non è concepibile che a Reims, meno che in qualsiasi altra città, la gravosa carica di << summus didascalus >>, di responsabile degli studi, sia stata conferita ad un professore che non avesse dato prova della sua capacità. Se Bruno soggiornò a Parigi od a Colonia, di breve durata furono i suoi soggiorni. Tanto più che Bruno, ancora prima di essere nominato maestro e direttore degli studi, od almeno lo stesso tempo, fu elevato ad un’altra dignità, cioè promosso canonico della cattedrale di Reims. Non era un onore dappoco l’appartenere a quell’illustre capitolo metropolitano. 

<< Bruno, Ecclesiae Remensis, quae nulli inter Gallicanas secunda est, canonicus… >>, la Chiesa di Reims in quel tempo non era superata da alcun’altra Chiesa di Francia, dice la cronaca Magister…. Tale gloria non è usurpata. Reims figurava allora come metropoli; celebre e potente era il suo capitolo cattedrale che contava 72 canonici ed era retto dalla Regola che nel 816, per suggerimento di Ludovico il Pio, il Concilio di Aix-la-Chapelle aveva elaborato per i canonici. Regola monastica e la libertà del chierico: il canonico sottomesso alla d’Aix rimaneva secolare, conservava i suoi beni, aveva casa propria e godeva di redditi; le prescrizioni concernenti il digiuno erano precise, ma abbastanza moderate; una certa vita in comune era imposta, senza essere assoluta né troppo rigorosa. 

Tale moderazione poteva forse in certi capitoli cattedrali far cadere nella mediocrità ma sembra che non fosse questo il caso di Reims. Verso il 980 il capitolo metropolitano remese era adottato quale esempio di perfezione << in castitate, scientia, disciplina, in correptione et exhibitione bonorum operum >>, ed al tempo di Bruno meritava tale elogio. Quando l’arcivescovo Gervasio in due delle collegiate della sua diocesi ( in quella di San Timoteo nel 1064 e in quella di San Dionisio nel 1067 ) i canonici regolari, che vivevano sotto più stretta osservanza, specialmente riguardo alla vita comune ed alla povertà, il capitolo della cattedrale non accolse tale riforma. 

Bruno pertanto fu canonico del clero secolare, e mai canonico regolare. Nel corso dei secoli gli arcivescovi di Reims ed altri benefattori avevano riccamente dotato il capitolo della loro cattedrale. Lo stesso San Remigio ( morto verso il 533 ) per primo ne aveva dato l’esempio: ai chierici della cattedrale --- aveva proprietà a sud della Loira ed in Germania fino alla Turingia. Ogni vescovo poi in occasione della sua intronizzazione s’impegnava di rispettare detto patrimonio. I redditi di tali proprietà ogni anno venivano divisi tra i canonici; Bruno pertanto, alla pari di tutti gli altri membri capitolari, dovette ricevere la parte che gli spettava di tale ricchezze…

Detti redditi venivano ad accrescere il suo patrimonio che molto verosimilmente non era trascurabile. Due Titoli Funebri della cattedrale di Reims ( 52 e 53 ) ci fan sapere che al momento della partenza da codesta città egli godeva di abbondanti proventi ed era << divitiis potens >>. Pertanto, se si giudica da quel che ci è dato di conoscere della vita dei canonici di Reims in quel tempo, ecco come viveva Bruno, canonico della suddetta città: abitava fuori dal chiostro della cattedrale, in una casa di sua proprietà; godeva di proventi che gli consentivano di condurre una vita confortevole ed agiata, aveva dei domestici e poteva facilmente ricevere a casa degli amici, tanto più che per i canonici non vigeva l’uso di prendere tutti i pasti in comune. 

Il loro obbligo principale era di partecipare regolarmente all’Ufficio canonico della cattedrale; e si può credere che Bruno non mancasse di adempiere puntualmente tale dovere. Frequentò forse i monaci delle vicine abbazie? Quella di  Saint-Thierry distava solo alcuni chilometri della città, quella di Saint-Remi era vicinissima alle mura cittadine. In ogni caso certamente li conobbe, e via via che in lui prendeva consistenza il progetto di vita monastica dovette informarsi del loro genere di vita. Quando lascerà Reims per Sèche-Fontaine di due cose non potrà dubitare: della sua grande stima ed amicizia per i monaci di San Benedetto e della convinzione di non essere dal Signore chiamato a quel genere di vita.

 E’ ovvio che ciascun membro capitolare fuori delle Ore canoniche era libero di disporre come meglio credeva del suo tempo. Ma, se fin d’allora Bruno fosse stato tentato di dedicarsi ad una lunga contemplazione e di far della sua dimora una solitudine, non avrebbe potuto adempiere gl’incarichi  affidatigli dall’arcivescovo, poiché nel 1056 fu maestro e direttore delle scuole della città di Reims. 

Ci sarebbe di grande utilità il conoscere con esattezza quando Herimann, gran maestro delle scuole remesi, si dimise dalla carica, poiché Bruno gli successe immediatamente. Tali dimissioni verosimilmente vennero date poco dopo l’elevazione di Gervasio di Chateau-du-Loir alla sede arcivescovile di Reims nell’ottobre del 1055, e senza gran rischio di sbagliare possono essere fissate alla fine del 1055 od al principio del 1056. La promozione di Bruno alla dignità di maestro e direttore degli studi sarebbe dunque avvenuta nel corso dell’anno 1056.


Andrè Ravier


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LAUS DEO


Francesco di Santa Maria di Gesù

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giovedì 19 ottobre 2017

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI SAN BRUNO - PARTE SECONDA.


IL PATRIARCA DEI CERTOSINI
SAN BRUNO

I PRIMI ANNI DI BRUNO
I sei compagni lo chiamavano << maestro Bruno >>…
Non solo perché era maggiore di essi ed aveva un tempo isegnato a Reims, ma altresì per deferenza, per rispetto. Egli esercitava su di loro un’autorità morale che il suo solo passato non spiegava e che di fatto s’irradiava ad ogni istante da tutta la sua persona. Se essi eran venuti fino al Deserto di Certosa, se si slanciavano in quella audace impresa, era perché egli li aveva guidati, tratti al suo seguito, perché aveva chiarito per ognuno di essi la chiamata di Dio ed ispirava loro fiducia. Tanta bontà, tanto equilibrio, tal desiderio di cercar Dio con un amore assoluto e totale li avevano conquisi, li conquidevano ancora. Da lui poi era stato fatto ed attuato il progetto. Chi era, dunque, quest’uomo da esercitare sui suoi compagni un tale influsso?
Delle sue origini non si sa quasi nulla. Solo tre fatti sono certi. Nacque a Colonia - era pertanto di stirpe germanica - ed i suoi genitori non erano senza nobiltà od almeno senza una certa notorietà nella città. Verso la metà del XVI secolo si affermò che apparteneva alla famiglia von Hartenfaust, si giunse perfino a precisare che discendeva dalla << gens Aemilia >>; ma l’affermazione sembra gratuita: a stento poggia su una tradizione orale che trasmettevasi a Colonia. In una Carta, la cui autenticità è sfortunatamente contestata ( Carta del 2 Agosto 1099 ), Bruno viene presentato nell’atto di rifiutare un’importante donazione di Ruggero, conte di Sicilia e Calabria.
<< Egli rifiutò, dichiara il testo, dicendomi di aver abbandonato la casa paterna e la mia, in cui aveva occupato uno dei primi posti, al fine di poter, libero dalle cose di questo mondo, servire il suo Dio >>. Sovente i documenti apocrifi camuffano la loro non autenticità sotto particolari veri: sarebbe questo il caso?
Quando nacque Bruno? Non lo sappiamo, ma stando alla data - certa - della sua morte ( 6 Ottobre 1101 ) ed agli avvenimenti della sua vita della sua vita possiamo supporre, senza  gran rischio di errare, ch’egli nacque tra il 1024 ed il 1031; il che meglio s’armonizza con i fatti che contrassegnarono la vita di lui.
A Colonia stessa Bruno visse i suoi primi anni; e di tale periodo non ci è pervenuto alcun documento. Colonia! L’antica Colonia Claudia Ara Agrippinensis, che i Romani avevano creato tra il Reno e la Mosa, dal tempo di Ottone il Grande era indipendente dall’organizzazione comitale: Ottone aveva fatto ascendere al seggio arcivescovile il proprio fratello Bruno ( 953-965 ) e gli aveva trasmesso la suprema giustizia ed i diritti comitali per lui e gli arcivescovi, suoi successori. Quando nacque Bruno ( futuro fondatore della Certosa ) l’arcivescovo di Colonia chiamavasi Piligrim; nel 1028 egli incoronò Enrico III in Axi-la-Chapelle ed acquisì in tal modo per gli arcivescovi di colonia il diritto di incoronare l’Imperatore. Tra la storia di Colonia e quella di Reims al tempo di Bruno v’è una coincidenza che forse non è senza interesse far notare: verso lo stesso tempo in cui l’arcivescovo Manasse con la sua elezione simoniaca ed il proprio comportamento provocava a Reims i gravi disordini nei quali Bruno si trovo tragicamente impigliato, la Chiesa di Colonia versava in un’analoga condizione: l’arcivescovo Ildulfo ( 1076-1078 ) si affiancava all’imperatore di Germania Enrico IV contro il Papa Gregorio VII nella lotta delle Investiture; ed i successori di Idulfo, Sigewin ( 1078-1089 ) e Herimann III ( 1089-1099 ) continuarono la sua politica. Orbene, è poco verosimile che almeno nell’intervallo di tempo tra il 1072 ed il 1082 Bruno non abbia mantenuto relazioni con i suoi di Colonia; sarebbe stato quindi informato di ciò che avveniva nella sua città natale… Se tale ipotesi è ammissibile, la grande prova di coscienza che lo indusse a lasciar Reims ed a contrapporsi all’arcivescovo Manasse gli venuta dalle due Chiese a lui più care.
Ma ritorniamo ai primi anni di Bruno. L’arcivescovo Bruno I col suo genio organizzatore aveva fatto di Colonia non solo la prima città della Germania, ma atresì una città d’importanza mondiale. Codesto statista era al tempo stesso assai portato alle cose spirituale; favorì l’eremitismo ed il monachesimo, edificò chiese e fondò Capitoli di canonici, sicché la città venne chiamata << Santa Colonia >> o << Roma germanica >>. Quando Bruno, il futuro Certosino, era bambino, Colonia viveva ancora di detto incremento religioso datole dall’arcivescovo Bruno I: essa non contava meno di 9 collegiate, 4 abbazie, 19 chiese parrocchiali. In quel tempo solo i monasteri e le chiese avevano scuole in cui i giovani potessero avviarsi allo studio delle lettere. A quale di tali scuole Bruno venne affidato? Probabilmente non si saprà mai con certezza. Ma poiché un giorno fu nominato canonico della collegiata di San Cuniberto, legittimamente si può dedurne che con detta collegiata avesse avuto un particolare legame: e tale legame non sarebbe forse stato d’ordine familiare - oggidì diremo parocchiale - e, per conseguenza, scolastico?
Un fatto, per altro, sembra incontestabile: fin dai primi studi Bruno manifestò doni intellettuali abbastanza rari dato che ancora giovane - tenerum alumnum, diranno più tardi i canonici di Reims - da Colonia fu inviato alla celebre scuola della cattedrale di Reims. Lì vivrà ormai: i suoi soggiorni a Parigi, a Tourus od a Chartres sono creazioni della leggenda. Reims contrassegnerà veramente Bruno a tal punto che, trascurando le sue origini germaniche, più in là lo si soprannominerà << Bruno Gallicus >>, Bruno il Francese.
Le scuole remesi, e soprattutto quella della cattedrale che Bruno frequentò, da più secoli godevano gran fama. Gerberto, che un giorno sarebbe Papa Silvestro II, ne era stato rettore dal 970 al 990 circa, e dal suo genio erano state come illuminate. Verso la metà dell’XI secolo l’arcivescovo Guido di Chastillon diede agli studi un nuovo impulso. Quando Bruno andò a studiarvi, le scuole remesi erano giunte ad un certo qual apogeo: gli allievi affluivano dalla Germania, dall’Italia, da tutta l’Europa. Tra quella gioventù la personalità di Bruno s’impose all’attenzione dei suoi maestri. In quel tempo il sapere era enciclopedico, e le scienze profane servivano, per così dire, di preambolo alla teologia. Dopo aver appreso la grammatica, la retorica e la filosofia, - vale a dire dopo essere passato per il trivium - lo studente dedicavasi all’aritmetica , musica, geometria e astronomia, che costituivano il quadrivium. Allora solamente ci si applicava allo studio della teologia, considerata come il coronamento di tutto il sapere umano. Ma se un medesimo maestro, come sovente avveniva, doveva percorrere con gli stessi alunni l’intero corso degli studi, - fu questo segnatamente il caso di Gerberto, che eccelleva nelle matematiche come nelle lettere e la teologia, - gli era consentito di prendersi una certa libertà nella ripartizione delle discipline. Il metodo d’insegnamento era la lectio, la lettura commentata di autori antichi che facevano autorità in materia. La teologia stessa seguiva detto metodo: esso consisteva principalmente nella lettura della Bibbia che il maestro commentava poggiandosi sui Padri della Chiesa.
Tali furono gli studi di Bruno. In quel tempo l’<< écolàtre >> di Reims chiamavasi Hermann o Hermann. Non era dotato della vastità di genio d’un Geberto, aveva almeno fama di teologo di gran merito.
Si presta fede ai Titoli Funebri, Bruno si distinse in filosofia e teologia. Ma le lettere che abbiamo conservato di lui provano che non ignorava nulla della retorica… La cronaca Magister d’altronde dichiara che: << Bruno… fu bene istruito tanto nelle belle lettere, quanto nelle scienze divine >>. A tale periodo di studi risale, se si presta fede ad una tradizione che sembra fondata, una breve elegia Sul Disprezzo del Mondo, che per la prima volta ci manifesterebbe di lui, un’assai preziosa tendenza degna di nota. Detto componimento è scritto in eleganti e sobri distici, ben ritmati; esso è sul tipo di esercizi poetici che allora si facevano nelle scuole umanistiche. Ma qui ci interessa il pensiero più che la forma. 
Ecco l’elegia:
<< Il Signore ha creato tutti i mortali nella luce,
Affinchè mediante i loro meriti conseguivano le
                                   ( supreme gioie del Cielo.
Felice di certo colui che incessantemente tiene la
                                            ( mente rivolta lassù,
e, vigilante, si guarda da ogni male!
Ma felice altresì che si pente dal peccato commesso,
E chi sovente suol piangere la propria colpa.
Purtroppo gli uomini vivono come se la morte non
                                                     ( seguisse la vita,
e come se l’inferno fosse una favola vana.
Mentre l’esperienza insegna che ogni vita si dissolve,
                                                               ( con la morte,
e la divina Scrittura attesta le pene dell’Erebo!
Vive del tutto infelice e da insensato chi tali pene
                                                             ( non teme;
morto, ne patirà l’ardente rogo.
I mortali tutti cercano pertanto di vivere
sì da non temere la palude dell’inferno >>.

Essendo Bruno quasi ventenne ed ancora studente alla scuola della cattedrale accade un avvenimento che dovette avere una profonda ripercussione sulla sua sensibilità religiosa: il Papa Leone IX si recò a Reims e vi convocò un Concilio. ( Notiamo il passaggio che lo stesso anno Leone IX visitò Colonia ). Il 30 settembre 1049 il Vicario di Cristo giungeva a Reims. Il primo ottobre fece la traslazione delle reliquie di San Remigio, che durante le incursioni normanne Hincmar aveva fatto trasportare a Epernay e che venivano così riportate alla celebre abbazia remese omonima del santo; il dì seguente Sua Santità consacrava la nuova chiesa della stessa abbazia di San Remigio. Quale devozione ebbe per lui Bruno! Lo sappiamo per puro caso dalla lettera a Rodolfo Le Verd: quando scrisse tale lettera Bruno trovavasi in Calabria ed era al termine dei suoi giorni; egli aveva lasciato la Francia e l’eremo di Certosa da una decina di anni. << Ti prego, così termina la lettera all’amico, di farmi recapitare la Vita di San Remigio, dato che le nostre parti e impossibile trovarla >>.
Appena terminate le feste di San Remigio, il 3 ottobre Leone IX aprì il Concilio. Numerosi arcivescovi, vescovi ed abati vi partecipavano; in esso si trattò soprattutto della simonia che in quel tempo insidiava la Chiesa e che con urgenza occorreva estirpare. Ci comparirono in giudizio parecchi vescovi che, rei convinti di aver acquistato il vescovato, dal Papa e dal Concilio vennero deposti e scomunicati. Quindi furono prese risoluzioni disciplinari per arginare il male… Bruno assistè alle predette feste ed ebbe conoscenza dei provvedimenti e delle risoluzioni conciliari, alle quali la presenza del Vicario di Cristo conferiva una straordinaria autorità e solennità.
Così all’alba della sua vita d’azione i grandi problemi della Chiesa erano posti dinnanzi alla coscienza di Bruno. Profondamente religioso e retto, nutrito della Parola di Dio e convinto dei grandi principi della fede, era indotto a riflettere sulla condizione della Chiesa, sulle necessarie riforme, e sulle orientazioni che bisognava ch’egli disse alla propria vita perché giungesse alla sua pienezza di valore e di fedeltà. In quel momento sembravagli che il Signore lo facesse propendere verso gli studi sacri lì, a Reims.
Nulla ci autorizza a pensare che fin d’allora egli vagheggiasse l’eremo. Al contrario partecipa da presso alla vita della diocesi, dedicandosi al tempo stesso al sacro insegnamento. Egli non sospettava che per una trentina d’anni gli avvenimenti lo avrebbero fatto entrare in una crisi drammatica in cui quanto aveva veduto compiere da Leone IX e dal Concilio gli sarebbe stato di luce ed avrebbe orientato le sue opzioni.

Andrè Ravier 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano



giovedì 5 ottobre 2017

IL PATRIARCA DEI CERTOSINI - SAN BRUNO. PARTE PRIMA



IL PATRIARCA DEI CERTOSINI
SAN BRUNO


UNA MATTINA DI GIUGNO DEL 1084...
Una mattina di Giugno del 1084, in prossimità della festa di San Giovanni Battista, un piccolo drappello di viandanti dal viso grave, poveramente vestiti, lasciava la residenza episcopale di Grenoble sotto la guida del giovane vescovo Ugo; essi si diressero verso il Nord prendendo la strada del Sappey. Oltrepassate le ultime case del villaggio, penetrarono nell’immensa foresta, valicarono il colle di Palaquit e giunsero al colle di Portes, a 1.325 metri di altitudine. Dal colle ridiscesero verso il villaggio di Saint-Pierre-de-Chartreuse per una vita che già fiancheggiava press’a poco il tracciato della strada odierna; ma un po’ prima di Saint-Pierre piegarono a sinistra e s’inoltrarono nella valle del Guiers-Mort.
Detta valle, molto stretta, andava ancor restrigendosi a poco a poco fino a chiudersi tra due rupi scoscese: solo il torrente ed il sentiero si aprivano un varco verso l’Ovest. 
Codesta << porta >>, che allora chiamavasi la Cluse, era il solo passaggio ordinario per chi veniva dal Sud. Un po’ più lungi, a destra, estendevasi per quasi 5 chilometri in direzione Nord - Nord-Est una valle bislunga, detta il Dèsert de Chartreuse, il cui punto più basso trovasi a 780 metri di altitudine ed il più elevato a 1.150 metri. Valle praticamente chiusa da ogni parte, su cui strapiomba un caos di montagne che si elevano, col Grand Som, oltre i 2.000 metri: per penetrarvi, oltre alla porta di la Cluse, v’era solo un altro accesso, sito a Nord-Ovest, il Colle di la Ruchère ( 1.418 metri ) - ma il villaggio di la Ruchère non era accessibile che attraverso il pericoloso valico del Frou - e due malagevoli sentieri, lunghi, difficili ed assai rischiosi, di cui uno veniva da Saint-Laurent-du Desert ad Ovest ( oggidì Saint-Laurent-du-Pont ), e l’altro da Saint-Pierre-d’Entremont a Nord, traversava la foresta di les Eparres, popolate di bestie selvagge, e valicava il Colle di Bovinant a 1.646 metri. In codesto deserto i nostri viandanti arditamente s’addentrarono per la porta di la Cluse; e poiché in detto luogo selvaggio cercavano il punto più selvaggio, risalirono fino alla sua punta estrema a Nord, là dove il deserto termina in una gola stretta tra montagne sì alte che il sole per la maggior parte dell’anno vi penetra appena: ancor oggi gli alberi tra i dirupi delle rocce vi si protendono verso il cielo in fusti fantastici, per raggiungere, almeno mediante la chioma, l’aria aperta la luce, il calore. Allora il piccolo drappello s’arrestò: si era arrivati. Il vescovo Ugo assicurò i compagni che lì precisamente dovevano costruire le loro capanne ed attuare l’ideale eremitico abbracciato. Accomiatatosi quindi da essi, ridiscese verso Grenoble con la sua scorta personale.
Rimanevano nel Dèsert sette uomini: maestro Bruno, già cancelliere e canonico della Chiesa di Reims, maestro Landuino di Lucca, teologo rinomato, Stefano di Bourg e Stefano di Die, ambedue canonici di San Rufo, Ugo, << che chiamavano “ il cappellano ”, perché solo tra essi adempiva le funzioni sacerdotali >>, ed inoltre due laici Andrea e Guerrino, che avrebbero adempito l’ufficio di Conversi. Questi sette uomini si erano risolti a condurre insieme vita eremitica e da un po’ di tempo cercavano un luogo adatto per mettere in atto il loro progetto. Bruno, mosso dallo Spirito Santo e sapendo con sicurezza quanto propizie alla solitudine fossero le foreste del Delfinato, era venuto a chiedere asilo e consiglio ad Ugo, Vescovo di Grenoble. E questi, per ispirazione avuta in un sogno meraviglioso, aveva scelto per lui e i suoi compagni il Dèsert di Chartreuse.
Secondo l’umana sapienza tale scelta era una follia. Tutto sconsigliava di porre un agglomerato umano permanente nel Deserto di Certosa, e specialmente nella estremità settentrionale di esso: il clima rigido, dalle assai abbondanti cadute di neve, il suolo molto povero, che avrebbe richiesto non poco lavoro per produrre a stento il necessario  al sostentamento degli abitatori, l’asprezza dei rilievi montani che rendeva difficile la silvicoltura, l’inaccessibilità del luogo per gran parte dell’anno, che in caso di necessità o d’incendio o di epidemia praticamente toglieva ogni speranza di pronto soccorso… La fondatezza di detti timori sarà difatti più volte confermata: il sabato 30 gennaio 1132 un’enorme valanga inghiottirà tutte le celle, salvo una, e sei eremiti ed un novizio vi periranno; bisognerà allora ritirarsi a due chilometri a Sud della punte del Deserto fino all’odierno sito della Gran Certosa.
Bruno ha ormai superato la cinquantina… E più d’uno dei suoi compagni, specialmente Laudino, han varcato le soglie della giovinezza.
Quale segreto desiderio li spinge ad affrontare quella solitudine, di cui Guio nelle sue costumanze due volte ricorderà l’austerità? Qual ritrovamento - e di quale perla preziosa - può farsi col dimorare << a lungo tra tanta neve e l’orrore di sì grandi freddi >>?.
Mistero della chiamata, che Dio fa udire a certe anime, alla vita di pura contemplazione e d’amore assoluto. Mistero di quelle vite nascoste, umanamente annientate con Cristo esinanito. Mistero della preghiera di Cristo nel deserto, durante le notti della vita pubblica e nel Getsemani; della preghiera di Cristo che ad ogni tappa della storia della Chiesa prolungasi in alcune anime privilegiate. Mistero di solitudine e di presenza al mondo, di silenzio e di irradiamento evangelico, di semplicità e di gloria di Dio.
Detto mistero cercheremo di cogliere nell’anima di Bruno...

Andrè Ravier.


LAUS  DEO

Pax et Bonum

Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano 

giovedì 9 febbraio 2017

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA * 1747 + 1770 - PARTE DICIANNOVESIMA - FINE.




Teresa Margherita Redi 
 del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza 
(Teresiana) 
Santa 
*1747 +1770 

Le anime amanti << discendono tutte tranquillamente nell’Oceano Divino, come la barca quando, arrivata alla foce, lascia il fiume, saluta la riva, e per un momento insensibile si trova nel gran mare >> ( MAUCOURANT. Prova religiosa sopra la castità. Medit. XXX. ). Tale fu il passaggio della terra al Cielo di Suor Teresa Margherita. 
Giunta al termine della vita, nella brevità dei giorni ella aveva compiuto una lunga carriera. Il Cielo era il luogo dove avrebbe effuso tutto il suo ardore; da dove avrebbe fatto brillare ai nostri occhi, più chiara, più amabile, la luce di sua virtù. Infatti era giunta a tanto la sua carità, da poter dire come San Paolo: << Ho combattuto la buona battaglia, ho finito il mio corso, ho conservata la mia fede; ormai altro non resta che mi sia data la corona di giustizia promessa da Dio a coloro che lo amano >>. ( II Timoteo, IV, 7, 8. ). 
E già era vicino il giorno in cui le religiose sue consorelle avrebbero assistito al tramonto placido, tranquillo, sereno, di quest’Astro splendidissimo: era vicino il giorno in cui la nostra giovane, sorridendo alla morte, sarebbe volata ai dolci amplessi del Signore, e del Paradiso, come astro non più destinato ad occaso, avrebbe mandato a noi raggi riflessi di quella luce, onde brillano in eterno i Beati. Anche il Padre Ildefonso, vedendo crescere in lei quelle pene di spirito di cui abbiamo parlato sopra, aveva un presentimento di perderla presto. << Gli impeti - così egli - che provava per unirsi a Dio, erano divenuti frequentissimi e gagliardi oltremondo; altro non pensava, altro non cercava >>. Nella relazione che lo stesso Padre fece al Sommo Pontefice Clemente XIV, dopo la morte di lei, aggiunse che << ella pareva presaga di morire, poiché specialmente in quell’anno si dava una certa fretta, particolare ferrosissima di operare in ogni maniera per Iddio e per la sua gloria >>. 
Era il 4 Marzo 1770, giorno di Domenica, e Suor Teresa Margherita si presentò al suo Confessore pregandolo a permetterle una confessione più minuta e più prolungata del solito, e di ricevere il giorno seguente la Comunione come se fosse l’ultima di sua vita. Il Padre Ildefonso stupì di questa insolita premura, sapendo che era costume della Serva di Dio ricever sempre la Santissima Comunione come per viatico; ma dopo quel momento non vi fece più caso. Sembrava che ella presentisse che negli ultimi momenti non avrebbe potuto ricevere il suo Gesù; perciò volle in quel giorno raccogliersi maggiormente nel divin Cuore, perché più facile e più sereno fosse il suo passaggio all’eternità. 
Anche le religiose attestarono di averla veduta uscire quel giorno dal confessionale << più lieta e contenta del solito e straordinariamente ilare nel volto >>; ma neppure esse ne fecero per allora gran caso. Il giorno seguente, lunedì 5 Marzo, si accostò insieme con le altre religiose alla Sacra Mensa. Quali fossero le sue interne disposizioni e i suoi affetti nel ricevere per l’ultima volta Gesù, ciascuno lo può immaginare. La sua preghiera, interrotta solo da lacrime e santi slanci, il suo volto straordinariamente infiammato, facevano abbastanza conoscere di qual sovrumana consolazione fosse ricolmo il suo cuore. Gesù era venuto a lei per alleviarne le pene che tanto l’avevano amareggiata ed infondere in quel cuore i tesori dell’amor suo che l’avrebbero confortata nel supremo momento del suo passaggio. Da allora parve che essa non vivesse più sulla terra, ma in Cielo. Una celeste visione sembrò davvero tornare a sorriderle; la visione di Gesù che la invitava alle nozze eterne del Cielo. Oh! Che cos’è una festa nuziale di questo mondo in paragone a quelle nozze lungamente vagheggiate, che formano per un anima grandemente innamorata di Dio la preoccupazione la più importante di questa vita? Quali saranno stati gli slanci, quali i ringraziamenti di Suor Teresa Margherita per il Signore che l’aveva finalmente chiamata all’eterna felicità del Cielo? Ella aveva già obliato le pene sofferte; era stata colpita, è vero, così da rimanere abbattuta; ma ecco che invece da restarne rotta e pesta, invece di battere sulla terra dura e maledetta, Dio l’aveva percossa e sostenuta. 
Nutrita dalla stessa Carità, non le restava ora che morire per forza di carità. Ed infatti apparve da quel momento tutta rapita in Dio; e, in tale stato di raccoglimento, passò tutto il giorno del lunedì e del martedì, senza che apparisse alcun sintomo di male. Sul far della sera, circa le ore sei, dopo aver prestato le sue solite cure d’infermiera alla Madre Priora, ammalata alle gambe, andò la Santa dalla Madre Teresa Maria della Santissima Concezione ( Ricasoli ), anch’essa ammalata, e le disse con aria molto tranquilla che voleva insegnarle una bella pratica di conformità al divino volere di esercitarsi in tempo di malattia. Aveva con sé un libretto scritto dal Padre Binetti della Compagnia di Gesù, intitolato: << Pratica del Santo Amor di Dio >>, e da quello lesse la pratica suddetta. Quindi scese in refettorio per prendervi la refezione quaresimale. Era sola, perché l’ufficio d’infermiera le aveva impedito d’intervenire a quell’atto insieme con la Comunità. Postasi appena a sedere, le si svegliarono improvvisamente dolori viscerali così spasmodici, che l’obbligarono a fuggire da quel luogo per andare alla propria cella. Ma non potè; ed a stento entrò in una cella terrena, poco discosta dal refettorio, dove, inginocchiata presso un letto, aspettò che le si lenisse alquanto lo spasimo. Potè finalmente trascinarsi alla sua cella; e qui, incrudelitisi maggiormente quei dolori, cadde a terra, e domandò aiuto. La Madre Maria Vittoria della Santissima Trinità ( Martini ), che passava di là, accorse prontamente e, trovata la Serva di Dio prostesa sul pavimento, l’aiutò ad alzarsi e a coricarsi sopra quel letto, che doveva essere come la croce da cui avrebbe spiccato il volo verso il Cielo. 
La cella della Santa offriva una scena commovente; tutte le religiose erano accorse e, in attesa del medico, pregavano in silenzio. Il letto dell’infermiera divenne come una cattedra dalla quale, martoriata dai più acerbi dolori, ella avrebbe dato alle consorelle l’esempio delle più eroiche virtù. Di tratto in tratto si udivano gli slanci del cuore, che erano fervorosissime invocazioni al suo Divino Sposo, e accenti di piena uniformità ai Suoi voleri. Il suo amore le suggerì di pregare le religiose consorelle che la circondavano a recitare cinque volte il Gloria Patri in onore del Sacro Cuore di Gesù, dicendo << che attribuiva a di Lui grazia speciale il non essere morta al primo accesso dei dolori >>. 
Che cos’era che a quell’anima tanto bramosa di morire faceva riconoscere per grazia singolare il prolungarsi di poche ore i suoi patimenti, se non l’ardente desiderio d’assomigliarsi maggiormente a Gesù, con un’agonia più lunga e più atroce? E veramente atroci furono i suoi dolori. Li tollerò per tutta quella notte e il giorno seguente fino alle tre pomeridiane, quando la morte si presentò al suo letto, spoglia però dell’orrore che sempre circonda, apportatrice invece di un premio da tanto tempo desiderato. Oh, quando si è menata una vita angelica, la morte vibri pure il suo colpo; ella non avrà gran cosa da rapire! 
Intanto la Santa, tenendo come impresse le labbra sui piedi del Crocifisso di ottone che teneva in mano, quello stesso che da sana portava sempre sul petto, non si saziava di proferire i nomi dolcissimi di Gesù e di Maria, e con tanta tenerezza che quelle religiose frenavano a stento le lacrime. Stette molto tempo in tale posizione, e solo quando le portarono nella cella le Reliquie del Patriarca San Giuseppe e della Santa Madre Teresa , i suoi occhi si posarono a lungo sopra di esse, come per raccomandarsi alla loro potente intercessione. 
Il suo amore al patire le fece ricusare il sollievo della camicia di lino, che la religione, in tali circostanze, concede di sostituire a quella di lana. E fu necessario il comando della Superiora perché l’accettasse con segno di gratitudine e di rassegnazione. 
Le prime cure a lei apprestate furono alcune gocce di laudano, che essa prese protestando di non meritare tale attenzione. Le religiose facevano a gara per avere la consolazione di assisterla in quella notte; ma la sua umiltà non poteva permettere che alcuna si sacrificasse per lei; onde, a forza di replicate preghiere, ottenne che tute si ritirassero, dicendo che a lei non si dovevano tanti riguardi. E ci volle un altro comando dell’obbedienza perché si contentasse che rimanesse nella sua cella una giovane di servizio, per assisterla. Obbedì senza replicare; e l’unico incomodo che durante la notte dette a quella fanciulla, fu di raccomandarsi alle sue orazioni e di pregarla istantemente di mettere ogni diligenza di non fare il menomo rumore per non disturbare il riposo delle altre. Per sé non cercò mai il più piccolo sollievo; e, sempre con gli occhi fissi sull’immagine di Gesù Crocifisso e con le labbra sulle piaghe di Lui, non si saziava d’imprimervi i più teneri baci e d’invocarne il Santissimo Nome. << Il suo cuore - scrive Mons. Albergotti - non aveva altra sollecitudine che uniformarsi a quel Divino Esemplare; e, godendo di essere in grado di potergli rendere pene per pene, si occupava tutta nell’offrirgli i propri patimenti >>. Intanto il male si faceva sempre più crudo; ella si trovava come immersa in un bagno di gelido sudore, e tutto il corpo, per gli atroci dolori, tremava come fosse preso da fiera convulsione. In tale stato passò tutta la notte, e non fu udito mai dalla sua bocca il più lieve lamento, lieta di offrire al Crocifisso Signore i suoi patimenti di corpo e di spirito, che concorrevano insieme a renderla vera immagine dell’Uomo dei dolori. Giunta appena la mattina, suo primo pensiero fu di pregare che si mandasse a riposo la giovane che l’aveva assistita. Quindi, alle religose che la richiesero come stava, rispose con tranquillità ed umile dolcezza << che i suoi dolori non erano eccessivi e che stava meglio della sera precedente >>. Segno che il male era ormai insuperabile, e l’infiammazione volvulosa durante la notte era degenerata con cancrena. Poi quasi dimentica dei propri dolori, come se non avesse avuto altro pensiero che per le sue care inferme, ricordò alle consorelle che la circondavano di far provvedere una certa erba necessaria alla medicatura delle piaghe della Madre Maria Maddalena di Gesù, priora; quindi mandò a vedere come stava la Madre Teresa della Santissima Concezione ed a sentire se le bisognasse qualche cosa. Stupivano le religiose di tanto spirito di carità manifestato dalla Santa anche nelle penose condizioni in cui si trovava. Ma come poteva diportarsi diversamente ella, che tante prove aveva date della sua eroica carità? 
<< L’uomo - riflette Mons. Albergotti suo biografo - mai meglio si conosce che alla morte. E allora che il cuore si abbandona a se stesso e le sue azioni si manifestano, quali in vita furono gli abiti suoi; non facendosi altro per lo più in morte, che confermare con gli ultimi respiri ciò che si è fatto in vita >>. 
Durante la mattina tornarono a visitarla i medici, e per ultimo tentativo stabilirono di estrarle sangue da un piede. Ciò non servì che a far conoscere sempre più da quale spirito di carità fosse animata. Benchè in istato tanto infelice, non potè soffrire che fosse rimproverata un’infermiera che non aveva preparato il necessario per quella piccola operazione; quindi, con voce di moribonda, pregò la zelante riprenditrice a non sgridarla, dicendo << che per lei tutto bastava, né importava che le cose fossero meglio aggiustate >>. 
L’ora fatale si approssimava a grandi passi; e quel tenero cuore, distaccato ormai dalla terra, sembrava sfidare la morte che s’avanzava a reclamare i propri diritti. Ma chi è crocifisso con Cristo non teme l’ora del prossimo dissolvimento; la morte è come un angelo di consolazione che discende a raccogliere lo spirito purificato dai patimenti, per trasportarlo nella dimora dei Santi. Più si avvicinava quell’ora, , più Suor Teresa Margherita si raccoglieva in se stessa. La sua calma, la sua dolcezza, il completo possesso di se medesima, il suo sguardo ardente al Crocifisso che ripetutamente premeva sulle labbra, il suo commovente abbandono nelle mani di Dio, tutto rivelava un’anima grande e già cittadina del Cielo, tutto edificava e commoveva fino alle lacrime le buone sorelle che la circondavano. Ma quanto sarebbe stata più grande la felicità di quel cuore, se in quegli estremi avesse potuto ricevere Gesù! Il male non glielo permise; e le religiose, credendo che la morte non fosse così repentina, non vi pensarono neppure in quei brevi momenti nei quali, cessato il vomito, lo avrebbe potuto. Ciò che la consolava però, era il pensiero di aver ricevuto Gesù per Viatico la mattina del lunedì, e, non potendo altro, volle passare il tempo che le rimaneva di vita in continue comunioni spirituali. 
Le parole che di tanto in tanto si udivano dalle sue labbra, erano di offerta di tutta se stessa quale vittima di amore e di espiazione. Il suo cuore era ormai, per motivo di puro amore, unito a quello di Gesù nelle agonie del Getsemani e nell’oblazione della Croce. Negli occhi stessi risplendeva tutta la sua bell’anima; le scintillavano di amore divino, e le lacrime che di tratto in tratto cadevano, nonostante il suo solito sorriso e lo sguardo ardente, rivelavano qual fosse il fuoco che tutta la consumava. Ora ella provava veramente ciò che ha scritto della morte di tali santi il Serafico Padre San Giovanni della Croce: << Il perfetto amore di Dio rende la morte gradevole e vi fa trovare la maggior dolcezza… L’anima è inondata da un torrente di delizie all’approssimarsi del momento in cui va a godere l’intero possesso di Dio. Venuta al punto di essere sciolta dalla prigione del corpo, pare a lei di contemplare già la gloria celeste, e che tutto ciò che è in lei, si trasformi in amore ( Fiamma viva d’amore ) >>. 
E tali furono veramente gli ultimi istanti di Suor Teresa Margherita. Nelle ultime ore parve che ella non sentisse più neppure i propri dolori; le gioie nascoste della contemplazione le facevano dimenticare le angosce dell’agonia. 
Immersa col pensiero nel suo Dio, aspettava che si spegnesse l’ultimo alito di vita che la rallentava in terra. Ed invero la vita se ne andava a stilla a stilla; le sue ultime forze si struggevano per sovrabbondanza di carità onde, come sopraffatta da una gioia arcana di paradiso, apparve nel volto trasumanata. Gesù le era presente; Egli disceso per portare la sua bell’anima a godere le dolcezze ineffabili di un eterno connubio; ella poteva ora esclamare col Serafico Padre del Riformato Carmelo: 

Di lui son io, 
 Ogni spirto è virtù per Lui si adopra, 
Già la mia greggia obliò, 
Né curo altro né pensò 
Che d’arder tutta in quell’amore immenso. 
 ( Cantico fra l’anima e Cristo suo Sposo - Strofa 28 ). 

In tale stato di consumazione durò fin verso le tre di sera; le sue ultime parole non furono che uno slancio d’amore verso Dio; quindi manifestò con molta tranquillità di sentirsi mancare, e nello stesso tempo fu assalita da una fiera convulsione interna che la lasciò semiviva. Fu allora che fu introdotto il M. R. Padre Pio Covari de’ Predicatori della Congregazione di San Marco che in quel tempo era confessore straordinario del Monastero: il quale, veduto l’imminente pericolo, le dette l’assoluzione e le amministrò l’Estrema Unzione. 
Quindi si incominciarono le preghiere degli agonizzanti, e l’angelica Suora rimase sempre immobile, come assopita in un’estasi ineffabile d’amore, riguardando sempre con due occhi di dolcezza e di mistero il Crocifisso d’ottone che teneva in mano. Dopo pochi momenti cambiò improvvisamente di sembiante; e, con gli occhi accesi d’insolita luce, con un dolce sorriso sul labbro, spiccava il volo da questa terra per riposare per sempre in quel Cuore Divino che aveva tanto amato. Aveva chiesto di non esser lasciata più a lungo sulla terra; aveva bramato di morire d’amore; ed ecco che il suo desiderio era stato esaudito. 
Essa si allontanava ora da questo esilio a guisa delle anime consunte dal fuoco della Divina Carità, le quali, come afferma il Santo Padre Giovanni della Croce, << muoiono nei gaudii ineffabili dell’amore, come il cigno canta più melodiosamente quando è preso a morire ( Fiamma viva d’Amore ) >>. 
Contava 22 anni, 7 mesi, 19 giorni di vita. Aveva passati al Carmelo soltanto 5 anni, ed in sì poco tempo, come giglio schiuso al mattino, aveva sparso dovunquue profumi e bellezze del Cielo. 
Il Signore l’aveva arricchita, come la Santa Madre Teresa, di tutti i doni di natura e di grazia. Alta, ben proporzionata; occhi azzurri, biondi e finissimi capelli, lineamenti improntati ad una bellezza celestiale, era come il riflesso dell’animo suo candidissimo che imponeva rispetto e venerazione. 
Tale la breve vita di quest’Angelo. Passò come una visione celeste, come un’alba; e, dopo aver illuminato coi suoi raggi il Carmelo ed il mondo, << come fiamma leggera che sale e s’innalza da se medesima, si distaccò dolcemente dalla terra e non vi lasciò che quel involucro materiale che portiamo oggi in trionfo, perché è stato toccato e trasfigurato dal più puro amore di Dio ( Mons. BOUGAUD, Panegirico di Santa Margherita Maria Ala coque ) >>. 

FINE 

FONTE: Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano

lunedì 23 gennaio 2017

TERESA MARGHERITA REDI DEL SACRO CUORE DI GESU' MONACA CARMELITANA SCALZA ( TERESIANA ) SANTA *1747 +1770 - PARTE DICIOTTESIMA.




Teresa Margherita Redi 
del Sacro Cuore di Gesù 
Monaca Carmelitana Scalza
 (Teresiana) 
Santa 
 *1747 +1770 

Posseduta dal più vivo amore di Dio, Suor Teresa Margherita non aveva aspirato che a rendersi una fedele copia del suo Amore Crocifisso; ma la sua carriera doveva esser breve, e lo sposo Celeste si affrettava di renderla simile a sé per mezzo di quella spirituale purificazione che si compie nel santuario più intimo dell’anima e che Dio riserba alle anime sue predilette. Ed ecco che le radiose chiarezze che avevano fino allora illuminata l’anima sua, gli ardori serafici che le avevano fatto pregustare le gioie del Cielo, scomparvero ad un tratto. La luce della fede sembrò ecclissarsi in lei; la speranza, che sì viva aveva brillato ai suoi sguardi, parve estinguersi; della carità per il suo Dio non le parve restare che qualche ricordo di cosa lontana, lontana… Dal profondo della sua desolazione ripeteva col Santo Padre Giovanni della Croce: << Ah! Dove ti celasti, Amato mio, me in gemiti lasciando? ( Prima strofa del cantico Spirituale ) >>. E trepidante domandava al suo Direttore: << Padre, mi salverò? >>. Subito però, senza aspettare risposta, soggiungeva piena di fiducia: << Ma sì, che lo spero per l’amore e per la bontà infinita del mio buon Padre e per i meriti del suo e mio Gesù >>. 
Chi l’avesse veduta allora accorrere sollecita, come di consueto, al Coro, prestarsi volenterosa ad ogni atto di carità, mostrarsi affabile e giovale con le consorelle, non avrebbe certo potuto supporre ciò che passava nel suo interno. Uno sguardo supplichevole al Cielo era l’unico sollievo che di quando in quando si permetteva in mezzo a tanto martirio d’amore. 
Il Padre Ildefonso, ben addentro nella scienza mistica, dell’incalzare della prova presagiva non lontana la fine della sua diletta figlia spirituale. E tanto più se ne rese persuaso perché la sapeva ormai giunta a quello stato d’unione di fede con Dio, nel quale tali anime, senza una grazia speciale, non possono più vivere lungamente. Ecco come bene si esprime questo dotto Padre: << Di questo ultimo stato d’unione di fede con Dio me ne persuasi da questi contrassegni: dalla sublimità e semplicità di questa unione che la portava senza aiuto veruno né di sensi né d’immaginazione alla considerazione astratta e purissima delle più recondite e sublimi perfezioni della Divinità ed a formare concetti altissimi, molto dei quali o per manifestazione del suo interno o per ridondanza di cognizioni e di cuore, me li palesava. Dalla facilità e quasi connaturalezza di questa stretta unione con Dio, non trovando più ostacolo né impedimento alcuno ad essa neppure nelle sue molte gravose e diverse occupazioni esteriori che ebbe specialmente in que’ due ultimi anni di sua vita negli uffici impostile dall’obbedienza o suggeritile dalla carità, anzi sembrando che le servissero piuttosto di aiuto e di mezzo per volarsene più eccellentemente a Dio, e perciò anche nell’esterno comparve allora alquanto più disinvolta e corrente, come dissero a me quelle Religiose. Da una speciale richiesta che mi fece successivamente un anno dopo l’altro dei detti due ultimi d’imitare la vita nascosta di Gesù Cristo, e perché io nel concederglielo la prima volta mostrai destramente d’intendere più della vita esteriore e lontana da tutto quello che può avere specie di comparsa e di riputazione fra gli uomini, ella l’anno seguente con maggior premura mi chiese l’istesso, ricordandomi però modestamente ciò che altre volte mi aveva detto, che le cose esterne create ed umane né sue né altrui, di qualunque sorta fossero, non le davano per misericordia di Dio più il menomo fastidio né impaccio come se punto non esistessero e che bisognava in questo modo far conto che non vi fosse altro che Dio e l’anima. Io ben mi rammento che presi allora a spiegarle questa vita misticamente nascosta di Gesù Cristo su quelle divine parole dell’Apostolo “ Mortui estis, et vita vestra scondita est cum Christo in Deo ”. Ella mi mostrò allora di avere ottenuto appieno da me ciò che fin dall’anno antecedente mi aveva chiesto e penetrò sì profondamente il misterioso e ascetico sentimento dell’Apostolo e lo comparò e conciliò sì eccellentemente con quell’altro di Gesù Cristo “ Nemo venit ad Patrem, nisi per me ” e l’altro “ Qui videt me, videt et Patrem meum ” e finalmente con quello del medesimo Apostolo “ Justus autem meus ex fide vivit ” che bene intesi allora che ella era chiamata ad emulare per fede, quanto a creatura è possibile, la vita e le azioni interne, nascoste dell’intelleto e della volontà, vale a dire le sublimi cognizioni ed affetti dell’Umanità SS. di Gesù Cristo unita ipostaticamente al Verbo, e quindi col maggior sentimento di quello che anche prima in altre occasioni aveva già fatto, mi diceva spesso così o in altra simil guisa: “ Oh Padre che Bella scala, ovvero, che scala preziosa e inarrivabile ! ” che voleva ella dire impertransibile è il nostro buon Gesù. Dall’essere divenuti d’impedimento alla libertà dello spirito perfino i libri più devoti che nei primi tempi tanto avidamente leggeva, di maniera che nell’ultimo anno specialmente le dovei concedere di riserbarsi solamente alla lettura dell’Istruzioni dei novizi, della Disciplina Claustrale e dei Costumi manoscritti del santo Noviziato, ai quali conservò sempre l’affetto per la pratica esteriore delle virtù ed osservanze regolari più minute che insegnano. Dalla purità indicibile di sua coscienza e dall’orrore sempre maggiore a qualunque minimo difetto. Dall’umile rassegnazione nell’accettare da Dio e soffrire volentieri le sue apparenti aridità di spirito, attribuendole a proprio demerito ed ai suoi creduti difetti rilevati da lei in cose minutissime e che in altri state sarebbero atti di gran virtù. Dalla fortezza e magnanimità che si sentiva ogni giorno più d’intraprendere cose grandi e ardue per Iddio >>. 
Le lettere poi che a detto Padre scriveva, rivelano le agonie sostenute in quei giorni torbidi e tenebrosi. << Mi trovo - diceva in una di queste - in un abbandono interno così grande, che da tutte le parti non mi pare vedere spiraglio di luce; mi è un tormento solo il pensare dovermi applicare alle cose di Dio; pensi dunque come può andare il proseguimento. Trovandomi tanto all’oscuro e temendo in questo stato offendere molto Iddio, ho creduto conveniente ciò manifestarle per riceverne qualche consiglio… Gli antichi desideri appena si fanno sentire, e se per mezzo della lezione spirituale mi si riaffacciano alla mente, non vedo l’ora che sia finita la lezione per il combattimento che provo allora in me… Sento nel fondo del cuore che Iddio mi vorrebbe tutta sua, ma sorda mi faccio alle sue voci particolarmente ancora nella pratica delle virtù, nella quale trovo molto ripugnanza >>. 
Le care gioie, il suo solito sorriso d’amore, le rose e i fiori di primavera erano dunque in lei come sfumati ed appassiti. << Le fresche aure erano passate, non le restava che il dolore ( Santo Padre Giovanni della Croce ) >>. 
Tremò, pianse nel segreto del cuore… pianse molto, perché molto amava; sentiva nella sua anima squisita il vuoto grande che le si era fatto intorno, ed ella gemeva, anelando che una nuova strada le si aprisse davanti per giungere al suo Gesù. << Il più duro carnefice del suo spirito - così il Padre Ildefonso - era la stessa sua divina carità, che quanto più in lei si avanzava, tanto più le spariva dagli occhi della mente. Amava senza credere d’amare, ed a misura che si dilatava nell’anima sua il santo amore, cresceva il desiderio di amare l’Eterno suo Bene e la pena mortale nel credere di non amarlo… Di questa pena mortale di credere di non amare Dio, quanto più lo amava, me ne accertai dalle angustie mortali che continuamente mi manifestava: di non poter più senza amare Iddio come e quanto lo desiderava; e che le sarebbe stato un gran refrigerio la morte…; e insomma dal conoscerla quasi tutta trasformata continuamente da questo eccesso d’amore, che rappresentandole vivamente l’eccellenza e il merito infinito dell’oggetto amato, le compariva sempre più tenue e fiacco a misura che in lei anzi cresceva >>. Il tedio indicibile che aveva nell’orazione, la tormentava più di ogni altra cosa. Iddio aveva permesso all’angelo delle tenebre di avvicinarsi per tentarla; ed il maligno le rimproverava la sua infedeltà verso Colui che tante prove le aveva date del suo amore. Soffriva molto, e, vedendosi impossibilitata ad amare il Signore come avrebbe desiderato, esclamava: << Che cosa sarà di me?… >>. 
Stretta sempre alla Croce di Cristo, accettò con rassegnazione questo martirio di carità; piegò il capo alla prova, al dolore, sopportando tutto pazientemente, dolcemente, adorando l’altissimo volere di Dio, che veniva così sempre più purificandola per stringerla fra non molto al suo divin Cuore. Diceva di non amare e di non sapere amare il suo Dio, eppure non respirava che per lo zelo della sua gloria; per suo amore intraprendeva fatiche superiori alle sue forze, ed era insuperabile nel soffrire i dolori, desiderandone sempre dei nuovi. << Il suo pensiero - un biografo di lei ( Padre Teodoro di Santa Maria, Carmelitano Scalzo ) - era occupato sempre in Dio. I suoi difetti per lo apparenti, non già reali, le comparivano deformità d’ingratitudine orrenda, per cui troppo giustamente diceva che le punisse il Signore con quelle aridità in cui le sembrava di essere; e ne provava di fatto la pena sensibilissima. In questo stato, che è quello che i mistici paragonano a quanto mai può esserci di penoso anche nell’altra vita, andò agonizzando Suor Teresa Margherita veramente per poco tempo, ma per tanto che bastò a farle meritare il titolo di Martire di Carità. In questo breve giro di tempo, quasi da momento in momento cresceva in lei l’amore di Dio per il continuo alimento che gli somministrava con l’applicazione quasi continua della mente e del cuore in Lui, con l’esercizio non interrotto di sante operazioni. A proporzione poi che le anime in questo stato si avanzano in amore, si vedono esposte in pene più rigorose, poiché conoscendo meglio Iddio, vedono in lui un più profondo infinito, diciamo così, che nella luce affittisce sempre più le loro tenebre. Amando più vivamente, bramando di più amare, e scorgendo il desiderio stesso inferiore all’amabilità di Dio, se ne crucciamo d’una maniera, che questa lor pena è paragonata dalla Nostra Santa Madre Teresa e dal Nostro Padre Giovanni della Croce e dagli altri mistici, a quella del Purgatorio >>. 
E’ naturale, e ne fanno testimonianza moltissimi Santi, che nell’agonia di queste interiori ambasce l’anima brami di essere sciolta dai legami del corpo, per rivolarsene a Dio. I Santi, cui è tolta la visione interna del sorriso di Dio, si affliggono, in modo da morirne, di questa repulsa. Il loro cuore si spezza, la loro anima si appiglia ad un ultimo sforzo; essi desiderano, come San Paolo, la propria dissoluzione per essere con Cristo. Esposta alla prova più dura, Suor Teresa Margherita amò immensamente il suo Dio; anzi, a misura che quella grand’anima passava sui più irti sentieri del dolore, con slancio della più squisita tenerezza cercava raccogliersi sempre più nel Divin Cuore, dove più largo è più puro avrebbe emesso il suo respiro d’amore. Non deve dunque recar meraviglia che, in mezzo a sì forti aridità, conservasse esternamente quel suo fare giovale, quel suo aspetto che indicava un animo mite, dolce, mansueto, e che mai mi udisse uscire dalla sua bocca un lamento. Certo << era un prodigio di fortezza - dice il biografo sopra citato - per cui si presenta un’altra ragione di denominarla Martire occulta di Santo Amore >>. 
Consumata così dalle divine fiamme, aspettava quel giorno in cui sarebbe volata colà dove la chiamava potente il sospiro del suo cuore. E non era questa la grazia di cui aveva pregato quella religiosa morente che assistè con tanta carità? Le aveva detto, come ricorderà il lettore, che, in premio della sua assistenza, le ottenesse da Gesù di morire quanto prima, per poter così andare << ad amare Dio presto e senza fine e a goderlo >>. Questa santa religiosa non l’aveva dimenticata: la sua preghiera era stata esaudita, parve che ella stessa presentisse il suo termine; perché a quella foga infinita d’amore che tutta la consumava, sentì che non poteva ormai più reggere: il corpo, più presto ancora che ella stessa potesse immaginare, avrebbe ceduto al sovrumano sospiro dell’anima che si struggeva di rivolarsene a Dio. Poche settimane ancora e il suo corso sarà compiuto. Noi ora assistiamo all’ultimo ma più commovente periodo della vita di questa giovane angelica. Gli ultimi suoi giorni sono simili al tramonto placido, tranquillo, sereno, del sole in un giorno destate, che dalle alte cime dei monti sembra salutarci, per poi nascondersi al nostro sguardo fra piccole nubi di porpore e di viola. Ella stessa predisse la sua fine. Iddio parve tornare negli ultimi giorni, per breve intervallo, a sorridere a questa grand’anima, per rivelarle l’ora del suo trionfo. Il Divino suo Sposo che la chiamava, le aprì il futuro; e così ella potè accettarsi della sua morte: contro i giorni che le restavano a vivere, e trovò quello in cui avrebbe lasciato la terra. 
Già prima ancora che ella vestisse l’abito religioso, il Signore le aveva fatto conoscere che la sua vita sarebbe stata breve; poiché un giorno, facendo visita ad una certa Paoli, monaca del Monastero di S. Salvi, aveva detto: << Andremo tutte e due in Paradiso, ma la prima devo essere io >>. Ma ora che era sicura del suo vicino transito, lo predisse con maggiore risolutezza, certa esser quello il giorno della sua gioia suprema e delle mistiche nozze dell’Agnello. Essendo venuta in quei giorni al Monastero di Santa Teresa, a farle visita, la signora Teresa Rinuccini, che aspirava all’abito religioso nel Monastero S. Apollonia, ed avendo detto alla Santa: << Prima che io vesta l’abito religioso voglio tornare a farle una visita >>, ella le rispose: << Se mi vedrete! >>. Meravigliata quella giovane signora di queste parole, soggiunse: << Che forse la Madre Priora non sarà contenta? >>. E la Serva di Dio, sembrandole forse di aver detto troppo e di aver manifestato così il suo segreto, ripetè solamente le medesime parole: << Se mi vedrete >>. E realmente non fu possibile alla Rinuccini rivederla, perché prima della sua vestizione Suor Teresa Margherita era morta. 
Circa la metà di Febbraio, scrisse la padre, e fu questa l’ultima lettera. << Fu breve, ma sugosa - così lo stesso cavaliere Ignazio - ; mandandomi in essa un foglio bianco intagliato esprimente il Cuore di Gesù ed attaccato sopra carta di color rosso, mi raccomandò di custodirlo; quindi mi pregò di fare una novena secondo la sua intenzione e di procurarla da altre persone. La detta novena, all’adorabilissimo Sacramentato Bene, fu solo principiata cinque giorni avanti la sua felice morte >>. Ciò si rivela anche dai Processi Canonici: << Poche settimane prima della sua morte - così la Madre Maddalena Teresa San Francesco di Sales - rammentandole io la carità che mi aveva fatto di farmi fare la novena al Sacro Cuore per il buon esito della cura del mio occhio, mi disse: “ Ora mio padre ne fa un’altra per me e per una mia intenzione di gran premura ”; e non vi fu da sapere che cosa fosse, quantunque glie ne facessi istanze >>. 
Era questa la novena di preparazione al grande viaggio per l’eternità? Non lo sappiamo. E certo però che in quegli ultimi giorni una gioia arcana le si leggeva sul volto; benchè fosse amareggiata dalle più gravi pene di spirito, pure sembrava che ella già pregustasse le gioie che le eran dovute per premio della sua costanza. Dal suo cuore saliva come un inno continuo dei più sinceri e fervidi affetti. In lei si realizzava ora quanto nel Cantico Spirituale aveva scritto il Serafico Padre San Giovanni della Croce, riguardo alle anime già preparate a ricevere la ricompensa dei loro meriti: << Da quel punto - dice il Santo - la volontà della Sposa ( cioè dell’anima ) è interamente sciolta da tutto il creato, i legami dell’amore la congiungono strettamente al suo Dio, e la parte sensitiva dell’anima sua, con tutte le sue forze, le sue potenze, le sue inclinazioni, e completamente sottomessa alla parte spirituale. Tutte le sue passate resistenze furon troncate dal suo perfetto assoggettamento e, grazie alla sua lunga abitudine negli esercizi spirituali d’ogni genere, grazie alla lotta coraggiosamente sostenuta contro di lui, il demonio e finalmente vinto e cacciato lontano. L’anima, unita al suo Dio, è trasformata in Lui, gioisce in una prodigiosa abbondanza di ricchezze e di doni celesti, possiede quindi tutte le disposizioni tutta la forza necessaria per attraversare il deserto della morte e salire fino al trono glorioso preparato alle Spose di Cristo >>. 
In quei giorni infatti le espressioni più care al suo cuore erano quelle delle anime sitibonde di un eterno amore, e che invece sono condannate ad un esilio duro e prolungato. Onde ripeteva col Salmista: << Me misera o Signore, perché il mio esilio è stato prolungato! Troppo a lungo ho vissuto fra gli abitanti di Cedar e la mia anima troppo a lungo è stata rilegata quaggiù. La mia anima anela e si strugge per gli altri di Dio! Quando dunque mi sarà dato di venire e di comparire al cospetto del Signore? >>. Essa era veramente come una mistica colomba che, non sapendo più dove riposare il piede, picchiava alla finestra dell’arca. Il suo grido era simile al fervido accento di Giovanni: anch’essa faceva udire il suo gemito: << Viene , Gesù Signore, vieni presto! >>. E l’amante divino, come all’Apostolo vergine, rispondeva a quell’anima: << Si, presto verrò! >>. << Vieni più presto! >> sembrava riprendere quel cuore ardente. 
E che altro le rimaneva ora se non prepararsi alla venuta dello Sposo? Vi si preparò: ed oh quale preparazione fu la sua! Quanto apparve più bella, più amabile la luce sua virtù in quegli ultimi giorni! Quanto non abbiamo ora da ammirare e meditare! Quei giorni compendiano tutto il passato e annunziano il futuro. Un bisogno maggiore di purificarsi e di santificarsi ancora più, un nuovo slancio per tutto ciò che è sacrificio e dolore, ecco l’unico pensiero che occupava la mente di quell’anima eletta. Le sue preghiere avevano qualche cosa di maestoso, di soprannaturale; il suo volto apparve sempre come infiammato. Ella poteva ora ripetere con tutta sicurtà insieme a Santa Margherita Maria: << Io non ho bisogno che di immergermi nel Cuore di Gesù. O mio Dio, qual felicità di morire! >>. 

FONTE: 
Padre Stanislao di Santa Teresa, dell’Ordine Teresiano dei Carmelitani Scalzi. Un Angelo del Carmelo, Santa Teresa Margherita Redi del Sacro Cuore di Gesù. 1934. 


LAUS  DEO

Pax et Bonum


Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano