<< Maestro Bruno ed i suoi confratelli cominciarono ad abitare l'eremo in cui era fissato i limiti e ad innalzare gli edifici l'anno 1084 dell'Incarnazione del Signore e quarto dell'episcopato di Mons. Ugo di Grenoble >>. Lo studio critico dei documenti pone detta presa di possesso verso la festività di San Giovanni Battista, vale a dire nella seconda metà del mese di giugno: d'altronde, per stabilirvisi era quello il tempo più opportuno, imposto dalle condizioni climatiche. Guigo nella sua Vita di sant'Ugo di Grenoble con una relazione troppo sobria per i nostri gusti, ma molto precisa, così narra l'arrivo di Bruno e dei suoi compagni: << ... Ecco arrivare maestro Bruno, celebre per il suo religioso fervore e la sua scienza, quasi una personificazione dell'onestà, della gravità e della piena maturità.
Aveva come compagni maestro Landuino (che dopo di lui fu priore di Certosa), Stefano di Bourg e Stefano di Die (i quali erano stati canonici dell'Ordine di San Rufo e, desiderosi di vita solitaria, si erano a lui uniti col consenso del proprio abate); inoltre Ugo, da essi soprannominato il cappellano, perché nel gruppo egli solo adempiva le funzioni sacerdotali; due laici che chiamiamo conversi, Andrea e Guerrino. Essi cercavano un luogo adatto alla vita eremitica e non erano ancora a trovarlo. Con la speranza di riuscirci ed attratti altresì dalla fama di santità di lui, erano venuti dal virtuosissimo pastore (Ugo). Egli li ricevé non solo con gioia, ma anche con sentimenti di deferenza; si interessò di essi ed appagò il loro desiderio. Infatti col consiglio, l'aiuto e la guida di lui entrarono nella solitudine di Certosa e vi stabilirono.
Verso quel tempo invero il vescovo aveva visto in sogno Dio erigere a sua gloria una dimora in detta solitudine ed altresì sette stelle indicargliene il cammino. Sette: tale precisamente era il numero dei componenti il drappello formato da Bruno e dai suoi compagni. Pertanto di buon grado egli raccolse i progetti non solo di codesto primo gruppo, ma altresì di coloro che successero ad essi; e fino alla morte coi suoi consigli e benefici favorì gli eremiti di Certosa >>.
Il testo riferito, conviene riconoscerlo, non soddisfa la nostra curiosità; ci lascia nell'incertezza riguardo a parecchi punti per noi interessanti. In particolare, non ci dice se i compagni di Bruno erano venuti con lui da Sèche-Fontanie: la qual cosa ci sembra più probabile, tanto l'idea di eremo strettamente solitario era estranea all'ideale religioso di Bruno. Nondimeno può darsi che l'uno o l'altro si sia unito al gruppo durante il viaggio. Non è escluso, ad esempio, che i due canonici dell'Ordine di San Rufo abbiano conosciuto Bruno soltanto il giorno in cui sostò nel priorato di detto Ordine e la Cote Saint-André, lungo la strada che da Sèche-Fontanie conduce a Grenoble. Ma, nonostante le cose omesse, il testo di Guigo rimane per noi estremamente prezioso.
Esso ci conferma che Bruno nel giungere a Grenoble non aveva alcuna idea della ragione in cui avrebbe fondato il suo eremo; cercava solo << un luogo adatto alla vita eremitica >>. Egli cerca l'idea della vita eremitica è chiara, ma non sa dove l'attuerà. << Spera di trovar detto luogo nella diocesi di Ugo, ricca di montagne e di foreste, ma non ne è certo. Per altro è convinto che troverà in Ugo un autentico uomo di Dio, il quale comprenderà il suo disegno, il cui contatto e le conversazioni, a pari di quelle di Roberto di Molesmes stimoleranno il suo fervore. Bruno ed i suoi compagni prendono infine dimora nel deserto di Certosa non per aver essi medesimi scelto quel luogo, bensì perché Dio stesso glielo determina mediante il Vescovo Ugo. Il sogno profetico di questi resiste infatti alle più esigenti analisi critiche.
Guigo è a tal riguardo un testimone autorevolissimo, poiché per ventisei anni fu l'amico ed il confidente di Ugo di Grenoble: egli ha appreso tale particolarità dal vescovo stesso, senza intermediario. D'altro canto Guigo appare allo storico come il tipo perfetto del testimone critico e sincero; la sua sincerità è incontestabile: egli si mostra sempre ponderato, prudente. Riguardo poi ai miracoli è estremamente riservato: la vita di Sant'Ugo, che redige per espressa richiesta dal Papa Innocenzo II, le scrive precisamente come una vita santa priva di miracoli. Se si riferisce il sogno delle sette stelle, lo fa perché non ha potuto crederci lui stesso. Possono, dunque, non ammettere detto sogno solo coloro che a priori dichiarano impossibile ogni fenomeno mistico straordinario.
Il seguito degli avvenimenti, tutta la storia spirituale dell'Ordine dei Certosini attestano d'altronde l'importanza del compito che ha avuto il paesaggio di Certosa sullo stile stesso di vita Certosina. Profonde e determinanti relazioni si stabilirono tra quel paesaggio e detta vita. Abbiamo già seguito il piccolo drappello che un mattino di giugno del 1084 lasciò la residenza episcopale di Grenoble dirigendosi per la strada del Sappey e del Colle di Portes verso Saint-Pierre de Chartreuse. Lo abbiamo visto oltrepassare la Cluse all'ingresso del deserto e spingersi fino alla punta estrema della stretta valle di Certosa. Fu la presenza d'una o più sorgenti a indurre Bruno e i suoi compagni a risalire fino a quell'angusto fondovalle? Fece forse Bruno, come han detto alcuni, scaturire la sorgente là dove antecedentemente aveva risolto di stabilirsi?
Probabilmente né l'uno né l'altra cosa. Sorgenti poteva trovarne altre e più abbondanti nella valle, ad esempio quella bella e ricca di Mauvernay che determinò la scelta da parte di Guigo del sito dell'odierna Certosa. quanto al miracolo della sorgente, esso fa parte del folclore della santità; nessun documento lo attesta. Al contrario ha non poca importanza l'aver Bruno accettato, ricercato quell'ambiente, il clima, l'atmosfera, quel succedersi di stagioni e temperature di cui si è fatto parola: ciò manifesta in modo singolare la sua intenzione. La sua intenzione?
Nel deserto di Certosa la si legge, con un'evidenza che stupisce, sul suolo stesso, in tutto lo scenario, nella foresta e nelle nevi. Quel fondovalle nel cuore del Massiccio di Certosa, dagli accessi difficili anche per i villaggi più vicini, dai lunghi inverni con frequenti e abbondanti cadute di neve, dai terreni poco fertili, non poteva offrire che un vantaggio: una quasi totale separazione dal mondo, una solitudine spinta all'estremo limite. Era dunque quello l'eremo in senso stretto che Bruno cercava. Ma un eremo a più eremiti: un uomo assolutamente solo non avrebbe potuto durare in simili condizioni di vita. Per accettare poi di porre in detto luogo la sua << terrena dimora >> occorreva che dal canto suo Bruno avesse un piano in cui gli scambi spirituali e umani di un gruppo servissero di contrappeso ai rischi non trascurabili della solitudine...
Continua....
Andrè Ravier
LAUS DEO
Francesco di Santa Maria di Gesù
Terziario Francescano